Valeria Isacchini, 19 marzo 2009

Segnalazione da “Vernissage” n. 102, marzo 2009, supplemento di “Il Giornale dell’Arte” n. 285, marzo 2009

Non è facile trovare sui nostri giornali informazioni ed approfondimenti riguardanti il atrimonio artistico di Eritreo ed Etiopia. È finalmente da segnalare la rilevanza data su rivista supplemento del “Giornale dell’Arte” all’articolo di Tina Lepri riguardante la situazione di Lalibelà, e in particolare le coperture progettate per “proteggere” le chiese rupestri.

Già  nella  prima  pagina  del    “Giornale  dell’Arte”,  sotto  la  testata,  un  richiamo, “Archeoallarme in Etiopia”  avverte dell’importanza dell’articolo nel supplemento.

“Vernissage”, in due paginoni ampiamente illustrati, col titolo “Liberate Lalibela “ tratta “ i  disastrosi  effetti  climatici  delle  mostruose  coperture  progettate  per riparare le chiese scavate nella roccia. All’orizzonte un’altra minaccia: il sito potrebbe essere trasformato in un villaggio turistico”.

Senza mezzi termini, l’autrice critica aspramente i “quattro enormi tetti semitrasparenti sorretti da massicci piloni d’acciaio” che “coprono e deturpano 5 delle 11 famose chiese scavate nella roccia […] Da molti anni soffrono per la pioggia e il calore del sole che sbriciolano e trasformano in argilla il basalto1 nel quale sono state modellate. Così, le chiese sono a rischio crollo” . Per salvare questo tesoro “ nel 1998 l’Unesco propose di avviare un progetto pilota, non invasivo, basato sull’uso di malte per proteggere e restaurare gli edifici, affidato all’architetto Pietro Laureano (il salvatore dei Sassi di Matera)” .

L’architetto Piero Laureano

Laureano, intervistato, sostiene che le malte, usate dalle grandi civiltà antiche, garantiscono impermeabilità e tenuta. Prevalse invece la decisione della Commissione europea: un concorso internazionale che affidò la protezione delle chiese a una serie di tetti antipioggia sostenuti da vistosissimi piloni in cemento ed acciaio, del costo di 9 milioni di euro. Laureano, delegato dell’Unesco, si dimise per protesta. “L’Unesco ottenne infine che i tetti fossero provvisori (10 anni, si disse, in attesa della definitiva sistemazione e restauro dell’area) e reversibili.” (il primo progetto prevedeva infatti palificazioni profonde, mentre ora si tratta di piloni solo appoggiati sulle corti delle chiese).

La copertura della chiesa di Biete Mariam (lato nord)
Le coperture di Biete Mariam e di Biete Medhanie Alem2

Ma c’è di peggio, non si tratta solo di violento impatto visivo: “La pioggia, si sa, non cade verticalmente – spiega Laureano – l’acqua arriva lo stesso e si riversa su pendii e corti con effetti rovinosi. […] le coperture poi convogliano il vento sulle facciate con effetti abrasivi.” Ora, Laureano è stato richiamato per riprendere il “progetto malte”, almeno sulle chiese che si sono salvate dalla copertura. “Il World Museum Fund e l’Unesco-Norvegia hanno finanziato i nostri progetti con più di 2 milioni di euro. Servono a pulire canali e cisterne per il drenaggio di Biet Gabriel Rafael, una delle chiese a rischio non coperta da tetti. Per un lavoro complessivo serviranno altre risorse. {…].”

Inoltre, il team di Laureano sta lavorando alla scoperta della città antica, riportando alla luce fortificazioni, mura, porte e quartieri del I° sec. a. C. Ma questo, purtroppo , non significa che i tetti “reversibili” verranno smontati, causa gli enormi costi per macchinari e manodopera specializzata che tale smontaggio richiederebbe.

L’architetto  segnala  inoltre  il  rischio  di “hollywoodizzazione”  del  sito,  causa  la notevole costruzione di alberghi turistici in quella che era rimasta per secoli una località isolata, destinata solo a pellegrini animati da fede e spirito di sacrificio.

1 Le chiese di Lalibelà sono scavate nel tufo

2 Le fotografie sono opera di Piero Laureano e sono pubblicate sul citato numero di Vernissage

https://www.ilcornodafrica.it/rdc-04lalib.pdf