Che un saggio storico per una tesi di laurea possa essere letto come un racconto, coinvolgente e ricco di colpi di scena, è già un buon motivo per acquistare questo libro, tanto più che, se fosse stato scritto sotto forma di romanzo, avrebbe avuto una buona riuscita, ma avrebbe perso la connotazione di documento, che è ancora più interessante.

Tullio Bazzanella, nato nel 1905 in Trentino, era una persona normale, un giovanotto che, come tutti, desiderava trovare la propria strada. Aveva iniziato come apprendista falegname, mestiere rivelatosi poi la sua carta vincente, aveva poi continuato come operaio in una ditta italiana in Albania, e di lì, cominciata la guerra in Etiopia, si era arruolato nella Legione Parini che riuniva i volontari italiani provenienti dall’estero.

Da quel momento, la storia dell’uomo comune Bazzanella si interseca con la storia d’Etiopia e d’Italia.

La Legione ebbe la soddisfazione di entrare per prima nella città di Dire Daua, ma partecipò solo marginalmente alla battaglia precedente perché le fu preferito un battaglione arabo-somalo, più preparato ed efficiente.

Tullio ebbe quindi la fortuna di passare indenne attraverso le vicende della guerra e fu uno dei pochi soldati che decisero di fermarsi in Etiopia dopo il conflitto, anche perché le sue competenze di falegname ben si adattavano alla grande disponibilità di legname del Paese.

Si stabilì dunque nella regione dei Giam Giam, dirigendo una segheria alle dipendenze dello svizzero Evalet, e nel 1939, sposatosi per procura, si fece raggiungere dalla moglie Maria.

Con l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, anche Tullio venne richiamato alle armi per contrastare gli inglesi che subito si erano introdotti in Etiopia a dare man forte al popolo etiopico, ma anche questa volta la fortuna fu dalla sua parte e fu arruolato nella Milizia Forestale a pochi chilometri da casa sua.

La conquista di Addis Abeba da parte degli inglesi provocò lo sbandamento e la fuga dei soldati italiani, nel tentativo di sottrarsi al campo di prigionia. Rinnegato con cattiveria dal suo datore di lavoro, Tullio, con Maria e il neonato Giuliano, fu confinato dagli inglesi in un quartiere, insieme a tutti gli italiani che attendevano di essere rimpatriati o, se militari, destinati a un campo di concentramento.

Grazie alle sue doti umane e alla simpatia che aveva suscitato nella popolazione locale, non solo Tullio venne sottratto alla deportazione inglese dagli stessi etiopici che lo nascondevano a turno nelle proprie case durante il giorno, ma riuscì anche a procurarsi sempre latte e cibo per il figlioletto e per gli altri bambini italiani.

Hailè Selassiè rientrò nella capitale il 5 maggio del 1941 e immediatamente tenne un discorso distensivo e conciliante che invitava la popolazione a non vendicarsi degli italiani. Desiderava infatti che i civili italiani restassero, sia per questioni economiche, sia per svincolarsi al più presto dalla pesante influenza inglese. Gli inglesi concessero solo 500 autorizzazioni a rimanere: un gran numero di italiani si diede alla clandestinità, ma non fu la sorte della famiglia Bazzanella che poté godere di uno dei permessi, rilasciato a Maria, nel frattempo impiegata nella gestione di un albergo.

L’aspirazione di costruirsi un futuro sereno nell’Africa Orientale si consolidò nei decenni successivi, che Tullio trascorse  alle dipendenze della Ethiopian Wood Works di proprietà dell’italiano Casati, come direttore della segheria. Vengono descritte le migliorie apportate alla produzione, la costruzione di strade e ponti, l’espansione dell’azienda ed i rapporti con le autorità e con la famiglia reale: tutti ambiti in cui Tullio ebbe un ruolo significativo.

La vita della famigliola scorreva tranquilla, fra la scuola frequentata da Giuliano ad Asmara, il lavoro, le amicizie,  l’interesse dei media italiani per i connazionali abitanti in una terra lontana che sentivano propria.

L’Etiopia era per loro una seconda patria ma la Storia li costrinse alla fine ad abbandonarla.

Il colpo di stato del 1974, la morte del vecchio imperatore e l’instaurarsi della dittatura comunista di Menghistù, infatti,  portarono a una politica fortemente ostile agli stranieri e tesa alla nazionalizzazione delle proprietà private, cosicché Tullio fu obbligato dalle circostanze a lasciare definitivamente l’Etiopia nel 1978. Mantenne contatti e una fitta corrispondenza con gli amici e i collaboratori rimasti in Etiopia, cercando di aiutarli anche economicamente, ma non riuscì ad assistere alla fine di Menghistù perché morì nel 1989.

Per brevità, metto in risalto solo alcuni degli spunti che offre questo saggio, che consiglio vivamente di leggere.

Le vicende di Tullio si inquadrano nelle speranze dei colonizzatori, nella ricerca di “un posto al sole” dove metter radici:  Tullio va in Etiopia spinto dal desiderio di dare una svolta alla propria vita, la scusa della guerra è solo il modo più veloce per attuare questo cambiamento. In realtà il suo desiderio profondo è quello di costruire qualcosa, il suo approccio alla cultura e alle persone indigene è assolutamente sereno e disponibile alla conoscenza ed è ricambiato dagli etiopici con lo stesso rispetto, come testimoniano, ad esempio, le lettere che gli scrivono i suoi operai quando si deve allontanare per qualche motivo.

Il gran numero di personaggi autentici che si incontrano nel saggio è utile a dare un quadro esauriente della Storia: alcuni sono personaggi minori (come il piccolo balilla Remo che scrive lettere di incoraggiamento, incolpevolmente piene di retorica e di pregiudizi, al soldato Tullio), altri sono personaggi noti che entrano marginalmente in contatto con i protagonisti (come il dottor Edoardo Borra che aiuta Maria nel parto, o il principe ereditario Asfa Wossen in visita alla segheria).

Corredato di fotografie e interessanti documenti, nonché di lettere personali che mettono in luce il lato umano della Storia, è interessante particolarmente nell’ultima parte, dove affronta una fase (colpo di stato di Menghistù) poco considerata da noi, che siamo più interessati alla storia degli anni 30-40, ritenendo di avere in comune con l’Etiopia solo quel periodo. Ciò risulta specialmente dagli insufficienti rapporti con gli italiani emigrati e dalla sostanziale indifferenza (tranne qualche fallito tentativo del Governo) alla ingiusta perdita di tutti i loro beni.

L’autrice è la nipote Chiara, che immette nel saggio non solo una notevole preparazione, ma anche la commossa partecipazione alle vicende di un nonno molto amato, da cui ha ascoltato i racconti sull’Etiopia, terra che fa parte della vita di famiglia, con i profumi, i sapori e i suoni conosciuti fin da piccola.