Vincenzo Meleca

(cortesia di Andrea Lombardi)

Alla fine della Prima Guerra Mondiale l’Italia era tra le Nazioni vincitrici. A causa del fatto che non ebbe quelle compensazioni territoriali che pensava di ottenere (in particolare le città di Fiume e di Zara e la Dalmazia centrosettentrionale), nacque in gran parte dell’opinione pubblica italiana un diffuso sentimento di frustrazione, sintetizzato dalla locuzione “vittoria mutilata”, coniata da Gabriele D’Annunzio.

La Seconda Guerra Mondiale fu invece persa dall’Italia (anche se vi sono state non poche voci per le quali la guerra fu persa dal fascismo e non dall’Italia democratica, che in realtà la vinse, essendo diventata “cobelligerante”…)[1] e questo, con la successiva caduta della Monarchia, l’avvento della Repubblica e la creazione di Governi sostanziamente basati sui partiti antifascisti creò le condizioni per una progressiva riscrittura, e talora anche per la cancellazione, della parte di storia italiana riferita al periodo fascista.

Questa attività revisionistica non poteva ovviamente dimenticare l’aspetto coloniale, ritenuto aspetto totalmente negativo ed accomunato in questa negatività al fascismo, tanto che oggi la stragrande parte della popolazione italiana e la quasi totalità delle giovani generazioni ritiene che l’avventura coloniale sia imputabile a Mussolini, dimenticando che l’Eritrea, dove eravamo presenti ad Assab nel 1882[2] ed a Massaua nel 1885, divenne colonia nel 1890, la Somalia, dopo essere stato un nostro protettorato dal 1889, divenne colonia nel 1908 e la Libia nel 1912, dopo la guerra italo-turca. Soltanto l’Etiopia, che non fu mai colonia italiana[3], divenne parte dell’Impero italiano durante il periodo fascista, dopo essere stata conquistata nel 1936 (peraltro dopo il tentativo fallito del 1896 di imporle il protettorato, tentativo concluso con la sconfitta di Adua)[4].

La guerra italo-etiopica, conclusasi in sette mesi (3 ottobre 1935-5 maggio 1936), fu un conflitto estremamente aspro, con le Forze Armate italiane tutto sommato ben organizzate, ma con un esercito etiopico molto numeroso, agguerrito, dotato anche di armamento moderno ed addestrato da ufficiali britannici, francesi, russi e persino tedeschi.

L’inizio del conflitto fu addirittura problematico, con il Regio Esercito che, dopo una timida e lenta avanzata, fu costretto a ripiegare quasi sulle sue stesse basi di partenza in Eritrea da un impetuoso contrattacco condotto dalle truppe di Ras Seiùm e di Ras Cassa. L’umiliante ritirata fu evitata solo per la tenace resistenza opposta dalle Camicie Nere al Passo Uarieu

Regio Esercito e Camicie Nere

Per meglio comprendere cosa accadde a Passo Uarieu va accennato alla composizione delle truppe italiane che stavano partecipando alla guerra.

Innanzitutto vi erano le forze armate nazionali, cioè quelle per così dire regolari (Regio Esercito, Regia Aeronautica e Regia Marina) e le Camicie Nere della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale[5]. Ad esse si aggiungevano le truppe indigene, comandate sempre da ufficiali italiani, sia inquadrate in reparti organici (battaglioni) sia in reparti irregolari (bande).

Nel riquadro sottostante indichiamo l’organizzazione delle forze di terra del Fronte Nord che, partendo dall’Eritrea, presero parte attiva alle fasi iniziali dell’attacco all’Impero etiopico (sono quelle che più interessano ai fini dell’argomento che stiamo trattando).

Situazione al 1° dicembre 1935[6]

Unità/aree di interventoReparti Regio Esercito[7]Reparti MVSN (CC.NN.)Reparti indigeni e vari
– 1° Corpo d’Armata speciale– Div. Sabauda– 2^ Div. 28 Ottobre – IV Gruppo CC.NN.– V Btg eritreo – XXV Btg eritreo
– 2° Corpo d’Armata speciale  Div. Gavinana– 4^ Div. 21 aprile  – III Brigata eritrea  
– Corpo d’Armata Eritreo – 1^ Div. 23 Marzo – II Gruppo CC.NN– 1^ Div. eritrea – 2^ Div. eritrea – II Brigata eritrea – Gruppo squadroni

Per le operazioni in Etiopia ad ogni Divisione del Regio Esercito era stata affiancata una di Camicie Nere (comandata però da ufficiali del Regio Esercito, tranne la 4^ Divisione CC.NN “3 Gennaio” e la 5^ Divisione CC.NN “1° Febbraio”, comandate rispettivamente dai Luogotenentì Generali Alessandro Traditi[8] e Attilio Teruzzi[9]).

La forza complessiva ammontava a 243.285 uomini, di cui 189.120 nazionali e 54.165 indigeni (quasi tutti eritrei).

I militari del Regio Esercito e le Camicie Nere della MVSN avrebbero dovuto combattere in modo integrato, quasi sempre in settori adiacenti, ma i rapporti, soprattutto a livello di alti comandi, non erano dei migliori, a causa di reciproche disistima e diffidenza. In effetti, se nel Regio Esercito si guardava con diffidenza alle Camicie Nere della MVSN -ritenute talora non in possesso delle competenze militari ritenute necessarie e per le rapidissime carriere fatte nella Milizia da molti gerarchi fascisti-  tra gli Alti Comandi della Milizia vi era una palese insofferenza nei riguardi del Regio Esercito, considerato, non del tutto a torto, più leale e fedele alla Corona che non allo Stato Italiano. Emblematica a tal proposito la frase di Giuseppe Bottai, “Non capisco perché l’Esercito debba avere ancora per suo simbolo la stella, ch’è anche un segno massonico, quando abbiamo ormai il fascio littorio, simbolo antichissimo e nuovissimo della nostra gente[10].

Il comando delle truppe italiane fu affidato al Generale Emilio De Bono, che, nominato nel gennaio 1935 Governatore dell’Eritrea ed incaricato di preparare l’attacco all’Etiopia, allo scoppio della guerra, diventò automaticamente comandante delle operazioni italiane in Etiopia e delle forze d’invasione dall’Eritrea (il “Fronte nord”. Il “Fronte sud” era la Somalia).

De Bono, che ebbe, sotto il suo comando diretto, nove divisioni in tre corpi d’armata (I, II e Corpo eritreo), condusse le operazioni con una cautela e prudenza ritenute da Mussolini tanto eccessive da causarne, il 17 novembre 1935[11], la sostituzione con il Maresciallo Pietro Badoglio, sostituzione che De Bono, promosso Maresciallo nella stessa data della sua rimozione, così commentò nel proprio diario, alla data 16 novembre: “Promoveatur ut amoveatur…Mi viene a sostituire… Badoglio! Bei gesuiti!

Emilio De Bono con alcuni ufficiali del Regio Esercito durante le prime fasi della guerra

Le premesse: il combattimento di Dembeguinà

Mentre il grosso delle truppe italiane, ora sotto il comando di Badoglio, continuava ad avanzare sulla direttrice Adigrat-Amba Alagi, conquistando Macallè, più a nord i reparti italiani del Tembien si erano praticamente fermati sulla linea del fiume Tacazzè.

Le truppe etiopiche, rinunciando ad attaccare Macallè, ritenuta oramai troppo presidiata, cercarono di sondare il dispositivo italiano inviando varie pattuglie proprio in quell’area, in cui si trovava, a sorveglianza  dei guadi di Mai Timchet, il Gruppo Bande del Maggiore dei bersaglieri Luigi Criniti (circa 800 combattenti irregolari eritrei provenienti da Hamasièn, Cheren e Seraè, comandati da una cinquantina fra ufficiali e sottufficiali italiani), rinforzato da 8 carri CV-33 del 10° Squadrone carri veloci[12] del Capitano Ettore Crippa.

Un’illustrazione del Gruppo Bande Criniti (cortesia di Gian Carlo Stella)

Il 15 dicembre 1935, dopo aver accertato la consistenza delle truppe italiane, il Tacazzè venne attraversato da grosse formazioni nemiche, che, dopo aver occupato il Passo di Dembeguinà, obbligata via di comunicazione per lo Scirè, riuscirono ad agganciare proprio nella zona del Passo il reparto di Criniti. Questi, pur riuscendo a disimpegnarsi, lasciò sul terreno oltre trecento morti, tra cui 9 ufficiali, 33 militari italiani e 270 eritrei.

Gli abissini rioccuparono Addi Abbi, capoluogo del Tembien (conquistata appena pochi giorni prima dagli italiani): la strada per Adua ed Axum era ora libera, tanto che nei giorni successivi scattò un vero e proprio contrattacco abissino, che avanzò su tre direttrici: la prima, con circa 40.000/50.000 uomini, verso Adua ed Axum sotto la guida di Ras Immirù; la seconda, con circa 40.000 uomini verso Axum e Macallè, al comando di  Ras Seiùm e Ras Cassa; verso Macallè la terza, con oltre 60.000 agli ordini di Ras Mulughietà. La forza complessiva era quindi di circa 140.000/150.000 armati[13]. La prima colonna, dopo aver costretto la Divisione “Gran Sasso” ad abbandonare Selaclacà ed il Passo Af  Gagà e a ripiegare su Axum, si arrestò in attesa di decidere se attaccare le posizioni fortificate o penetrare in Eritrea. Anche la terza colonna era pressochè ferma a sud di Macallè, in attesa che la seconda sfondasse le linee italiane del Mai Belès e di Passo Uarieu, per poter poi attaccare a sua volta l’ala sinistra dello schieramento italiano.

Conscio del gravissimo rischio che avrebbe corso l’intero dispositivo italiano del fronte nord, Badoglio dispose che questo importante passo fosse opportunamente presidiato e fortificato con trinceramenti e reticolati[14].

Badoglio in una località imprecisata del Tembien

Il compito fu affidato alle Camicie Nere della Divisione “28 Ottobre” (Generale Umberto Somma) e di due Battaglioni del Gruppo Diamanti[15], supportate dai tre battaglioni del IV gruppo Battaglioni eritrei (Ten. Col. Ugo Buttà) e da un altro battaglione eritreo, il XII.

Il Generale Umberto Somma

La battaglia di Passo Uarieu

Il 15 gennaio 1936 lo stesso Badoglio invita (rectius: ordina…) il Comandante del Corpo d’Armata Eritreo, Generale Pirzio Biroli[16], di inviare a scopo dimostrativo una “colonna leggera” da Passo Uarieu verso Abbiì Addì (“Mantenendo salda e garantita l’occupazione di passo Uarieu, una colonna leggera (2 btg. e 2 btr.) punta verso Abbi Addi allo scopo di attrarre su di essa gli armati dislocati in tale zona. Si distacca da passo Uarieu tanto quanto basta per l’assolvimento del suo compito dimostrativo, ma senza correre il rischio di essere staccata dal passo”)[17].

Biroli trasmette l’ordine al Generale Umberto Somma[18], Comandante della Divisione 28 Ottobre, e viene formato un reparto, agli ordini del Console Filippo Diamanti, costituito da due Battaglioni (II e IV) del Gruppo CC.NN. d’Eritrea e da una Compagnia mitraglieri, per complessivi circa 1.500 uomini (per la precisione, 48 ufficiali e 1.480 militi).

Il reparto effettua senza problemi una prima puntata esplorante il giorno 20 gennaio, ma il successivo 21 la situazione cambia radicalmente: la colonna Diamanti, questa volta rinforzata da una batteria da 65/17, dopo essersi spinta, infatti, oltre il fiume Beles ed aver occupato i roccioni di Debra Ambà, viene attaccata dalle truppe nemiche e costretta al ripiegamento sotto un violento fuoco di fucileria ed armi automatiche e, in molti casi, da ripetuti assalti all’arma bianca.

Le Camicie Nere subiscono ingenti perdite (cadono tra gli altri, quasi tutti i comandanti di compagnia e molti ufficiali), ma, dopo aver respinto spesso alla baionetta gli abissini, con il sostegno del fuoco dell’artiglieria e quello delle mitragliatrici del Battaglione mitraglieri, riescono a riparare nel campo trincerato di Passo Uarieu. Durante i combattimenti muore la mitica figura del cappellano delle Camicie Nere Padre Reginaldo Giuliani, ucciso mentre soccorreva l’amico e commilitone Luigi Valcarenghi[19].

L’azione è costata carissima agli italiani, oltre il 20 per cento della forza: i caduti sono infatti 171 (15 ufficiali, tra cui lo stesso comandante del II battaglione e 156 CC.NN.), i feriti 163 (9 ufficiali e 154 Camicie Nere)[20].

Nel volgere di poche ore i difensori del Passo sono ora completamente accerchiati.

Ma quanti sono i difensori?

Schema della puntata esplorante della colonna Diamanti e dei movimenti successivi dei reparti italiani

Le forze della Divisione “28 Ottobre” a Passo Uarieu dovrebbero essere le Camicie Nere dei due battaglioni di fanteria II, IV (del 1° Gruppo CC.NN., al comando del Console Diamanti), dei due battaglioni di fanteria CLXXX e CLXXIV (del II Gruppo CC.NN.), del II battaglione e della 180a compagnia mitraglieri, due Gruppi (II e autocarrellato) e della 180a batteria someggiata di artiglieria[21], delle due compagnie genio e gli Ascari, comandati dal Ten. Col. Ugo Buttà, dei due battaglioni IX e XII e della 1^ compagnia del XVII del 4° Gruppo Battaglioni eritrei[22].

Ad essi vanno aggiunti il 2° Reparto salmerie, la 2a Sezione Sanità, 2a Sez. Regi Carabinieri ed il personale del Quartier Generale Divisionale.

Complessivamente, si stima che i difensori fossero circa 3000 uomini.

Un altro schema della battaglia di Passo Uarieu (cortesia di Gian Carlo Stella)

E gli attaccanti?

Difficile poter indicare dati attendibili, perchè non ve ne sono di fonte abissina e quelli di fonte italiana sono comunque stime, talora condizionate da aspetti di propaganda politica.

Possiamo ipotizzare che ad attaccare il Passo Uarieu siano stati i circa 20.000 uomini di cui disponeva Ras Cassa e non gli altri 20.000 di Ras Seiùm, tutti comunque bene armati di armi leggere e delle micidiali sciabole chotel e guradè per i combattimenti corpo a corpo[23], mentre difettavano di armi automatiche e di artiglieria. Non vi sono dubbi invece circa il loro coraggio e la loro combattività[24].

Per tre lunghissimi giorni, il 21, 22 e 23 gennaio le forze di Ras Cassa, al comando di due suoi figli, i degiasmac Wondwossen e Abera, attaccano ad ondate successive le postazioni italiane, incuranti delle enormi perdite che subiscono soprattutto per il fuoco delle mitragliatrici Fiat 14, quelle stesse armi che il Regio Esercito aveva ritenuto non più idonee sia perchè il loro calibro (6,5 mm), reputato troppo piccolo, sia perchè troppo pesanti, anche a causa del sistema di raffreddamento ad acqua.

Una mitragliatrice Fiat Mod. 14. In primo piano il serbatoio del liquido refrigerante

Ma le Camicie Nere, gli ascari e gli artiglieri resistono: molti dei Legionari sono reduci della Grande Guerra, hanno combattuto sul Carso, sull’Isonzo, sul Piave, hanno vissuto nelle trincee, sostenuto gli assalti delle truppe austro-ungariche e tedesche, hanno partecipato agli attacchi all’arma bianca.

Resistono nonostante oramai manchino di cibo e soprattutto di acqua, essendo i pozzi che rifornivano la guarnigione oramai tagliati fuori, passati sotto il controllo o sotto il tiro degli abissini.

La sete si fa disperata, per placarla si ricorre a tutto, anche a bere l’urina, ma non all’acqua di raffreddamento delle fidate mitragliatrici Fiat[25].

Anche le munizioni stanno per finire.

Pezzi d’artiglieria da 65/17 al Passo Uarieu

Un aiuto arriva dal cielo, con gli aerei della Regia Aeronautica che, oltre a lanciare rifornimenti, spezzonano, mitragliano e bombardano le truppe etiopiche.

Vengono impiegati a Passo Uarieu molti tipi di velivoli da bombardamento, dai Caproni Ca 101 e Ca.133 ai Romeo Ro 1 e Ro 37 e persino sei Savoia Marchetti SM 81. Nella sola giornata del 23 gennaio furono lanciati sugli assedianti 8370 spezzoni da 2 kg, 2877 kg di bombe dirompenti e sparati oltre 4000 colpi di mitragliatrice[26].

A proposito dei bombardamenti, è ancora viva la polemica sull’impiego dei gas al passo Uarieu, polemica basata in particolare sulle affermazioni di Del Boca e Rochat circa l’impiego massiccio di yprite proprio al Passo Uarieu. I due autori si basano a loro volta su quanto dichiarò Ras Cassa al Negus per giustificare la rotta dei suoi armati.

Ci paiono di estremo interesse le osservazioni proposte da alcuni studiosi, molto meno noti e famosi, ma che riteniamo più attendibili, che rilevano come usare i gas a ridosso delle nostre truppe sarebbe stato troppo pericoloso, così come il fatto che le nostre stesse truppe nazionali ed eritree non abbiano avuto problemi ad inseguire quelle nemiche su un terreno che avrebbe dovuto essere ancora contaminato dall’yprite, che è un gas molto persistente.

Le azioni suscitano non solo lo sgomento degli assedianti, ma anche frasi di ammirazione da parte di due consiglieri militari del Negus, i colonnelli della Kebùr Zabagnà, la Guardia Imperiale Fedor Konovaloff[27], russo, e l’armeno Kosrof Gorgorios Boghossiàn.

Bombardieri Caproni Ca. 101 della 15ª  Squadriglia Bombardamento Terrestre “La Disperata”

Badoglio, sempre più preoccupato della situazione e finalmente conscio dei rischi che avrebbe corso l’intero schieramento italiano del Fronte Nord, il 22 gennaio decide di ordinare al generale Achille Vaccarisi, comandante della 2^ Divisione Eritrea[28] di dirigersi con la massima celerità verso Passo Uarieu.

In quella stessa mattinata un Caproni Ca. 101 sorvola il campo trincerato e lancia un piccolo contenitore all’interno del quale vi è un messaggio proprio di Badoglio “Coraggio mio Somma. Vaccarisi è vicino. Le tue Camicie Nere stanno scrivendo una pagina magnifica. Resisti ed avrai la vittoria! Badoglio.[29]

In realtà Vaccarisi si muove con estrema cautela, cosa che gli costerà nei giorni successivi la rimozione dal comando ed il rimpatrio, ed arriverà a Passo Uarieu soltanto nella mattina del 24 gennaio.

Il Generale Achille Vaccarisi

Epilogo

Siamo finalmente al 24 gennaio.

Nella sera e nella notte precedenti ci sono già stati segnali di sbandamento nelle truppe del Negus. Ras Cassa non aveva ritenuto di utilizzare tutte le poche forze ancora non impegnate nei combattimenti e Ras Muluguetà non aveva inviato i rinforzi richiesti. Alcuni reparti abissini, senza attendere ordini, cominciavano a ritirarsi, scoraggiati dalla incredibile resistenza degli italiani ed eritrei e dalle fortissime perdite subite.

Alle 8 del mattino i difensori di Passo Uarieu notano i lampi di un eliografo che segnalano come gli ascari della divisione eritrea siano oramai vicinissimi. E’ il XXIV Battaglione eritreo comandato dal maggiore Giuseppe Galliani, quasi omonimo del più famoso Giuseppe Galliano, eroe di Macallè, caduto ad Adua.

E’ questione di pochi minuti, poi gli Ascari si slanciano per un assalto alla baionetta gridando “Anbessà be anbettà” (“leoni come cavallette”)[30], assieme a tutte le Camicie Nere della ”28 Ottobre” e del Gruppo Diamanti ancora in grado di combattere[31].

Alfiere e gagliardetto del XXIV Battoglione eritreo (cortesia di Gian Carlo Stella)

Per Ras Cassa ed i suoi uomini è la disfatta.

Badoglio quella notte potrà finalmente dormire…

Così venne riportato l’episodio dal Comunicato n. 106 – 25 gennaio 1936-XIV del Ministero Stampa e Propaganda: «Negli scorsi giorni le truppe di ras Cassa e di ras Sejum si erano spostate nel Tembìen meridionale con base nella regione di Andino per tentare una offensiva contro la nostra linea di operazioni nell’Endertà, fra Macallé e Hausièn.

Mentre i preparativi per l’offensiva av­versaria erano in corso, si è iniziata la nostra azione diretta a sventare il piano degli abissini. Il giorno 19 il terzo Corpo d’Armata avanzata a sud-ovest di Macallé occupando i villaggi di Debri e Neguida e impedendo così che le forze avversarie innanzi ad Antalò potessero ulteriormente spostarsi nel Tembien.

Lo scudetto da braccio della Divisione CC.NN. “28 ottobre” in uso durante la guerra d’Etiopia[32]

Il giorno 21 nel Tembien una colonna di truppe eritree, procedendo da est verso ovest, attaccava decisamente il nemico che aveva preso posizione sulle alture di Zeban Ker­katà e sul monte Lata mentre la seconda Divisione Camicie Nere dal passo di Uarieu impegnava decisamente l’avversario procedendo da nord verso sud. La manovra riusciva pienamente. Gli eritrei conquistavano dopo un accanito combattimento Zeban Kerkatà, costringendo l’avversario a ripiegare sui monte Lata.

Il giorno 22 il grosso abissino spostatosi verso Uarieu, attaccava con forze notevoli la seconda Divisione Camicie nere nell’intento di forzare il passo di Uarieu e annullare quindi i risultati da noi raggiunti il giorno precedente. La Divisione Camicie Nere resisteva con indomito valore per tutta la giornata del 22 alle forze avversarie, dando così alle truppe eritree la possibilità di attaccare e conquistare il monte Lata.

Il giorno 23 un’altra colonna eritrea operava la sua congiunzione con la seconda Divisione Camicie Nere. Il nemico era così dovunque battuto.

Sono così caduti da parte nostra 25 ufficiali e 19 feriti, e 389 nazionali fra morti e feriti. I nomi dei Caduti saranno pubblicati nel Bollettino mensile. Gli eritrei hanno avuto 310 uomini fra morti e feriti.

Le perdite abissine per quanto non ancora definitivamente accertate, sono valutate a oltre cinquemila fra morti e feriti.

L’aviazione ha grandemente contribuito al nostro successo bombardando instancabilmente l’avversario e segnalando con attivissime ricognizioni i movimenti delle varie colonne».

La ritirata abissina dopo la resistenza delle Camicie Nere a Passo Uarieu

Per questa azione sia il 1° Gruppo Battaglioni Camicie Nere del Console Generale Diamanti sia la “28 Ottobre” il 25 gennaio ebbero l’elogio del Maresciallo Badoglio: “Camicie Nere del presidio di Uarieu, a Passo Uarieu attaccati da soverchianti forze nemiche, avete resistito ed avete vinto. Le lunghe ore di combattimento, le privazioni imposte dalla deficienza di viveri e di acqua, l’impetuosità del nemico reso più tracotante dalla stragrande superiorità numerica, non hanno fatto vacillare, neppure per un istante, i vostri cuori. Brave CC.NN.: sono contento di voi[33].

Da quel momento le cose al fronte nord cambiarono e la strada per Addis Abeba, dove le nostre truppe entrarono poco più di tre mesi dopo, il 5 maggio 1936, era aperta.

Quanti furono i caduti durante quei tre giorni di durissimi scontri?

I dati sono estremamente incerti a seconda delle fonti, ma riteniamo abbastanza attendibili quelli di 1082 tra morti e feriti (665 nazionali e 417 eritrei) tra le file italiane e di circa 8.000 caduti tra gli abissini[34].

Non possiamo che concordare con Giovanni Artieri per il quale l’esito della battaglia di Passo Uarieu decise “probabilmente le sorti della guerra etiopica e quella dell’Italia”[35].

Alla battaglia di Passo Uarieu ed alla Camicie Nere che ne sostennero il peso maggiore fu dedicata da Auro D’Alba e musicata da Francesco Pellegrino la Cantata dei Legionari il cui testo è qui sotto riprodotto.[36]

Cantata del legionario

Ce ne fregammo un dì della galera, ce ne fregammo della triste sorte per preparare questa gente forte che se ne frega adesso di morir. Il mondo sa che la camicia nera s’indossa per combattere e morir.   (Ritornello) Duce! Per il Duce e per l’Impero eja eja alalà! Alalà! Alalà!  I morti che lasciammo a passo Uarieu sono i pilastri del romano Impero. Gronda di sangue il gagliardetto nero, che contro l’Amba il barbaro inchiodò. Sui morti che lasciammo a passo Uarieu la Croce di Giuliani sfolgorò.   (Ritornello) Duce! Per il Duce e per l’Impero eja eja alalà! Alalà! Alalà!  
“Ma la mitragliatrice non la lascio!” gridò ferito il legionario al passo. Colava sangue sul conteso sasso il costato che a Cristo somigliò. “Ma la mitragliatrice non la lascio!” e l’arma bella a un tratto lo lasciò!   (Ritornello) Duce! Per il Duce e per l’Impero eja eja alalà! Alalà! Alalà!O Duce hai dato al popolo l’Impero noi col lavoro lo feconderemo, col vecchio mondo diventato scemo ci sono sempre conti da saldar. O Duce hai dato al popolo l’Impero, siamo pronti per te a ricominciar.   (Ritornello) Duce! Per il Duce e per l’Impero eja eja alalà! Alalà! Alalà!

Alle Camicie Nere della Guerra d’Etiopia furono dedicati tre francobolli[37] della serie emessa nel 1938 per le affrancature della corrispondenza dell’Africa Orientale Italiana, di cui riproduciamo qui sotto due esemplari, il secondo dei quali, ironia della sorte, continuò ad essere utilizzato, con sovrastampa “British Occupation”, anche durante l’occupazione britannica delle nostre ormai ex-colonie.

Ringraziamenti

Non posso esimermi dal ringraziare di cuore Arturo Conti, Gian Carlo Stella ed Alberto Vascon, la cui conoscenza della storia italiana in Africa Orientale è pari alla disponibilità, cortesia e pazienza che hanno usato nei miei confronti. Senza le loro indicazioni e suggerimenti le mie note sarebbero state senz’altro viziate da errori ed incongruenze.

Cimitero italiano di Passo Uarieu (coordinate GPS 13°43’02,06”N-039°01’24,86”E, Q 1884) – l’Autore e Valeria Isacchini accanto alla lapide che ricorda Padre Giuliani. Sullo sfondo la cima di Uork Amba che sovrasta il passo

Bibliografia ed altre fonti

Artieri Giovanni, “Le guerre dimenticate di Mussolini – Etiopia e Spagna”, Mondadori, 1995

Badoglio Pietro, “La Guerra d’Etiopia”, Mondadori, 1936

Bellotti Felice, “XXVIII Ottobre, divisione d’assalto”,Società nazionale editrice propaganda, 1937

Bottai Giuseppe, “Diario 1935-1944”, Rizzoli, 1982

Buttignon Ivan, “Alcide De Gasperi e gli Esteri – Le relazioni internazionali italiane nel secondo dopoguerra – Parte I”, in http://www.instoria.it/home/politica_estera_alcide_de_gasperi.htm

D’Antone Leandra, recensione del saggio di  E. Bernardi, “La riforma agraria in Italia e gli Stati Uniti. Guerra fredda, Piano Marshall e interventi per il Mezzogiorno negli anni del centrismo degasperiano”, in “Giornale di Storia contemporanea”, n. 1, giugno 200

Del Boca Angelo, “Gli italiani in Africa Orientale – 2. La conquista dell’Impero”, Mondadori, 1999

De Vecchi Di Val Cismon Giorgio e Lucas Ettore, “Storia delle unità combattenti della MVSN”, Volpe Editore, 1976

Isacchini Valeria e Meleca Vincenzo, “Strani Italiani”, Greco&Greco, 2014

Konovaloff  Fedor Evgenievich. “Con le armate del Negus (Un bianco tra i negri)”, Zanichelli 1938

Longo Luigi Emilio, “La campagna italo-etiopica 1935-36”, USSME 2005

Rochat Giorgio, “Le guerre italiane 1935-1943”, Einaudi, 2005

Romeo di Colloredo Pierluigi, “Passo Uarieu – Le Termopili delle Camicie Nere in Etiopia”, Associazione Culturale Italia, 2008

Sabatini Romolo “La nostra guerra in A.O.”, S.A.C.S.E., 1936

Stella Gian Carlo, “Caduti italiani per la conquista dell’Impero (3 ottobre 1935 – 9 maggio 1936)”, 1989

Stella Gian Carlo, “Dizionario Biografico dei Militari dell’Esercito e della Milizia decorati al Valor Militare (Oro, Argento, Bronzo, Croce di Guerra). Campagna d’Abissinia 3 ottobre 1935 – 9 maggio 1936”, 1988-1989

http://www.regioesercito.it/

http://miles.forumcommunity.net

http://www.alieuomini.it


[1] Tanto che sia il Governo Parri (che il 15 luglio 1945 dichiarò guerra al Giappone) sia il Governo de Gasperi (che, durante i contatti per arrivare al trattato di pace, chiese -ovviamente ottenendone un secco rifiuto- di non essere assoggettato né a riparazioni economiche, né a clausole militari punitive e di poter mantenere i diritti territoriali sulle colonie prefasciste -Libia, Eritrea e Somalia-), accampando proprio diritti acquisiti grazie alla cobelligeranza sostennero la tesi che l’Italia, dopotutto era da considerarsi fra le Nazioni vincitrici del Secondo conflitto mondiale La posizione di De Gasperi era condivisa da pressoché tutto il mondo politico antifascista e da buona parte dell’opinione pubblica.

[2] In realtà, la baia, il porto e l’abitato di Assab erano stati acquistati dalla compagnia di navigazione Rubattino già nel 1869.

[3] Cfr. il Regio decreto legge 9 maggio 1936, n. 754 – Dichiarazione della sovranita’ piena ed intera del Regno d’Italia sull’Etiopia ed assunzione da parte del Re d’Italia del titolo di Imperatore d’Etiopia, articolo 1: “1. I territori e  le  genti  che  appartenevano  all’Impero  d’Etiopia vengono posti sotto la sovranita’ piena ed intera del Regno d’Italia. 2. Il titolo d’Imperatore d’Etiopia è assunto per sé e  per  i  suoi successori dal Re d’Italia.”

[4] A puro titolo di memoria storica vale la pena ricordare che vari altri territori furono amministrati dall’Italia, pur se non diventando a pieno titolo nostre colonie: si pensi al Dodecaneso (dal 1912), a TienTsin (dal 1901), all’Anatolia (dal 1919).

[5] Per le Camicie Nere della MVSN, in buona parte militari in congedo “ed assai eterogenei per attitudini ed istruzione militare” (Relazione Ufficiale del Ministero della Guerra sull’attività svolta per l’esigenza A.O:, 1936, pag. 60) la Guerra d’Etiopia (alla quale parteciparono complessivamente, nei due teatri settentrionale (provenienza dall’Eritrea) e meridionale (provenienza dalla Somalia),  circa dai 4.000 ai 5.000 ufficiali e dai 112.000 ai 162.000 militi) rappresentò il battesimo del fuoco. Parteciparono poi alla Guerra di Spagna (1936-1939) ed infine alla Seconda Guerra Mondiale.

[6] Sono indicate solo le principali unità. La riserva era costituita dalle due Divisioni del Regio Esercito “Sila” e “Gran Sasso”, dalle due Divisioni di Camicie Nere “3 Gennaio” e “1 Febbraio”, da un Btg. Alpini, un Btg. Granatieri, un Btg Finanza, il XX Btg carri, unità di artiglieria e genio. Risultano presenti, inoltre, nel Bassopiano occidentale un Raggruppamento Celere, il VI gruppo CC.NN. due Btg. Eritrei ed un Gruppo bande e nel Bassopiano orientale due Btg. Eritrei ed un Gruppo bande.

[7] Per la composizione delle Grandi Unità del Regio Esercito, della MVSN ed Eritree si veda di P. Romeo di Colloredo “Passo Uarieu Le Termopili delle Camicie Nere in Etiopia”, pagg. 14 e s.. Per la composizione standard delle Grandi Unità della MVSN si veda  http://xoomer.virgilio.it/ramius/Militaria/divisioni_camicie_nere.html.

[8] Dal Luglio 1920 Traditi aveva lasciato il servizio attivo con il grado di Generale di divisione (i suoi ultimi incarichi erano stati quelli di Capo di Stato Maggiore del XIV° Corpo d’Armata prima e della Divisione di Trieste poi), prendendo parte al movimento fascista come semplice Camicia Nera. Istituita la Milizia, fece da prima parte di essa come semplice gregario, venendo rapidamente promosso al grado di Console Generale al Comando del XIX° Gruppo di Legioni (settembre 1923) e l’anno successivo a quello di Luogotenente Generale, al Comando della VI Zona di Trieste. Nel Settembre 1925 venne chiamato a Roma a coprire la carica di Sottocapo di Stato Maggiore della Milizia.

[9] Ciò fu dovuto molto probabilmente al fatto che Teruzzi, uno degli artefici della Rivoluzione Fascista e della Marcia su Roma, Capo di Stato Maggiore della M.V.S.N., era uno dei collaboratori più vicini, più apprezzati, più sicuri del Duce. Dopo aver lasciato l’Esercito nel 1920 ed aderito convintamente al Fascismo, Teruzzi nel 1921 fu chiamato alla carica di Vice Segretario generale del Partito Fascista, quindi, nel 1924, venne prima eletto Deputato e poi nominato Sottosegretario agli interni e Governatore della Cirenaica. Dal Gennaio 1929 fu Capo di Stato Maggiore della M.V.S.N.

[10] Giuseppe Bottai, “Diario 1935-1944”, Rizzoli, Milano.

[11] Anche se dal punto di vista operativo l’avvicendamento avvenne il successivo 26 novembre. Cfr. L.E.Longo “La campagna italo-etiopica 1935-36, USSME 2005, pag.1 97

[12] Erano gli Ansaldo CV 33, piccoli mezzi cingolati (definiti all’epoca anche “tankette”) che avrebbero dovuto essere utilizzati soltanto in compiti esploranti. Di dimensioni estremamente contenute (erano lunghi 3,15 m, larghi 1,4 m, alti 1,28 e pesanti 3,1 t), avevano un equipaggio di due persone (capocarro/mitragliere e pilota), un armamento di due mitragliatrici Fiat 14 cal. 6,5 (o Fiat 35 cal 8) mm in casamatta anteriore ed una blindatura da 6 a 14 mm. Come è evidente, tali mezzi erano facilmente neutralizzabili dalla fanteria nemica, a maggior ragione in terreni difficili che ne limitavano la mobilità. Durante il combattimento tutti e otto i carri furono messi fuori combattimento. Cfr. la relazione del Tenente Adolfo Castelli, in doc. AUSSME D6-693

[13] Dati tratti da “La campagna italo-etiopica 1935-36” cit. pag. 244

[14] Che Badoglio fosse preoccupatissimo lo si desume dagli ordini che diede il 22 gennaio al Generale Dall’Ora di effettuare “lo studio della modalità da seguire per una ritirata da Macallè” e quindi, nella serata dello stesso 22 gennaio di mettere in atto quanto deciso nello studio e cioè ordinando di “sgomberare o distruggere magazzini e basi logistiche al tergo delle truppe operanti in zona Scirè ed Ausien”. Cfr. Pietro Badoglio, La Guerra d’Etiopia, A. Mondadori, Milano, 1936-XIV, pag. 70 e Carlo De Biase “L’Impero di faccetta nera”, Milano: Edizioni Del Borghese, 1966 pag. 48. Si deve quindi alla netta opposizione di Dall’Ora la mancata distruzione di magazzini e depositi di armi, munizioni e materiali vari presenti a Macallè

[15] Il Gruppo CC.NN. “Diamanti” era costituito da cinque battaglioni CC.NN: (1° Battaglione CC. NN. d’Eritrea, comandato dal Sen. Gino Faggioni; 2° Battaglione CC. NN. d’Eritrea, comandato dal Sen. Gavino Fabbione; 3° Battaglione CC. NN. d’Eritrea, comandato dal Sen. Alessandro Pasetti; 4° Battaglione CC. NN. d’Eritrea, comandato dal Sen. Vincenzo Barbanti Silva; Battaglione CC. NN. Complementi, comandato dal Sen. Mario Franciosini) e da una compagnia armi pesanti, comandata dal Centurione Luca Bussa. Del Console Generale Filippo Diamanti si hanno davvero poche notizie. Nato a Roma l’8 ottobre 1897 e deceduto nel 1982. Dopo aver comandato durante la Guerra d’Etiopia il Gruppo CC.NN. che portò il suo nome (ed essere stato decorato da due Medaglie d’Argento al Valore Militare, la prima delle quali proprio per la battaglia di Passo Uarieu, con la seguente motivazione: “Comandante di una colonna di Camicie Nere, con energia e sprezzo del pericolo tenne testa ad incalzante e travolgente azione nemica, riportando le sue unità, gravemente provate, nelle posizioni di partenza e dando prova di alta virtù militare. Nei giorni successivi fu strenuo animatore nella difesa della posizione. – Passo Uarieu, 21-24 gennaio 1936-XIV”.), nel 1941 partecipò alla campagna di Yugoslavia al comando del Raggruppamento Camicie Nere d’Assalto “Skanderbeg” e nel 1942 risulta essere in Russia, al comando della. Divisione CC.NN. “3 Gennaio”. Nell’aprile 1944, dopo aver aderito alla Repubblica Sociale, è a Vercelli, dove dirige il Centro Costituzione Grandi Unità ed infine, fino all’aprile 1945 comandante militare per la Lombardia e della Piazza di Milano. Nel dopoguerra sembra sia stato condannato a svariati anni di reclusione per la sua adesione al Fascismo.

[16] Alessandro Pirzo Biroli (Campobasso, 23 luglio 1877 – Roma, 20 maggio 1962) dopo aver partecipato alla Prima Guerra Mondiale (iniziata con il grado di capitano e conclusa con quello di generale di brigata), ricoprì successivamente vari incarichi di prestigio, fino ad essere nominato, durante la guerra d’Etiopia, comandante del Corpo d’armata eritreo, ed in seguito, dal 1º giugno 1936 al 15 dicembre 1937, Governatore dell’Amara. Durante la Seconda Guerra mondiale ebbe prima comando della 9ª Armata italiana in Grecia e Jugoslavia e, tra il 3 ottobre 1941 e il 20 luglio 1943, fu Governatore del Regno del Montenegro.

[17] Badoglio Pietro, La guerra d’Etiopia, cit. pag. 224

[18] Umberto Somma (Pistoia 20 novembre 1878-Roma 31 dicembre 1955), dopo aver partecipato al conflitto italo-turco ed alla Grande Guerra fu Comandante della Scuola centrale di Fanteria di Oriolo Romano (Roma) dal 1920 al 1924. Al termine della Guerra d’Etiopia fu promosso al grado di generale di corpod’Armata. Nel 1939 venne nominato Senatore.

[19] A Padre Giuliani, insignito della Medaglia d’Oro al Valore Militare con questa motivazione “Durante lungo accanito combattimento in campo aperto sostenuto contro forze soverchianti, si prodigava nell’assistenza dei feriti e nel ricupero dei caduti. Di fronte all’incalzare del nemico alimentava con la parola e con l’esempio l’ardore delle camicie nere gridando: “Dobbiamo vincere, il Duce vuole così “. Chinato su di un caduto mentre ne assicurava l’anima a Dio, veniva gravemente ferito. Raccolte le sue ultime forze partecipava ancora con eroico ardimento all’azione per impedire al nemico di gettarsi sui moribondi, alto agitando un piccolo crocifisso di legno. Un colpo di scimitarra, da barbara mano vibrato, troncava la sua terrestre esistenza, chiudendo la vita di un apostolo, dando inizio a quella di un martire» – Mai Belès, 21 gennaio 1936, è stato dedicato un capitolo del libro di Valeria Isacchini e Vincenzo Meleca “Strani Italiani”, Greco&Greco, 2014

[20] Secondo Giorgio Rochat (Le guerre italiane 1935-1943, Einaudi, 2005, pag. 58) i nostri caduti sarebbero stati molti di più: 23 ufficiali, 245 Camicie Nere e 87 Ascari ed un numero simile di feriti, cosa che farebbe dell’azione la più sanguimosa per noi di tutta la guerra d’Abissinia.

[21] E’ incerta la presenza sia del Gruppo di artiglieria autocarrellata dotato di cannoni da 77/28 e 77/17, sia del CLXXIV battaglione CC.NN., sia, infine del IX battaglione eritreo.

[22] Il 4° Gruppo Battaglioni Eritrei fu costituito il 14 marzo 1935 in Saganeiti, prima nella 1^ Divisione Eritrea, poi, da maggio 1935, nella 2^. A fine giugno 1935 accorpava i Battaglioni IX, XII e XVII al comando del Gruppo del Colonnello Augusto Bauzano fino al 22 dicembre 1935 e quindi dal 1° gennaio 1936, a quello del Colonnello Ugo Buttà, Ufficiale del S.I.M – Servizio Informazioni Militari. Buttà, classe 1891, al termine della guerra italo-etiopica fu promosso al grado di generale e, durante la Seconda Guerra Mondiale fu destinato al teatro balcanico, dove ebbe il comando della 155^ Divisione di fanteria Emilia. L’8 settembre 1943 obbedì all’ordine di Badoglio e, dopo aspri scontri attorno a Cattaro con le truppe tedesche, Buttà, nella notte fra il 15 e il 16 riuscì ad imbarcare su 5 piroscafi e una dozzina di altre imbarcazioni minori i 2/3 del personale della Divisione (circa 6.500 uomini), riportandoli, con l’equipaggiamento individuale al completo, in Italia, a Bari.

[23] Le armi bianche lunghe etiopiche erano la “seìf”, una spada con lama dritta a due fili, la “goradiè”, sciabola con lama curva a un filo sul lato convesso, lo “sciotèl”, una scimitarra a falce accentuata, a due fili, tutte con impugnatura in corno o legno.

[24] Per il colonnello russo Fedor Evgenievich Konovaloff, consigliere militare di Hailè Selassiè, l’abissino “Individualmente è un pessimo soldato. Acquista invece eccezionali doti se in massa: e specialmente nell’attacco è deciso e feroce”. Cfr. Konovaloff, “ Con le armate del Negus, (Un bianco tra i negri)”, pag. 42

[25] I combattimenti colpirono la fantasia di alcuni artisti del movimento futurista, uno dei quali fu Mario Menin, che partecipò alla guerra d’Etiopia come Camicia Nera. Di lui ricordiamo in particolare Combattimento Uarieu vissuto dalla camicia nera futurista Menin e Combattimento di Uorc Amba vissuto dalla camicia nera futurista Menin della 28 Ottobre, entrambe a Milano, in collezione privata.

[26] Anche le azioni di bombardamento impressionarono gli artisti del movimento futurista, come Alfredo Ambrosi, un cui dipinto ad olio, Bombardamento in Africa Orientale (Squadriglia “La Disperata”) è esposto a Trento, Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni.

[27] Abbiamo preferito utilizzare questa trascrizione del nome in alternativa all’altra di Konovalov. Entrambi erano stati nominati ufficiali della Kebùr Zabagnà, la Guardia Imperiale.

[28] La 2^ Divisione eritrea era costituita dalla II Brigata Mista (Gen. Renzo Dalmazzo) – con il 3º Gruppo battaglioni eritrei (Col. Francesco Scotti), composto  dai battaglioni indigeni  V “Ameglio” e XXI “Fulmine”, il 7º Gruppo battaglioni indigeni (Col Ruggero Tracchia), composto dai battaglioni indigeni IV “Toselli”, XIX “Cafaro” e XXII e con il II Gruppo artiglieria da montagna (da 65/17) – e dalla IV Brigata mista ( Gen. Gustavo Pesenti) – con il 4º Gruppo battaglioni eritrei (Col. Augusto Bauzano), composto dai battaglioni indigeni IX “Guastoni”, XII e XVII “Nebri”, l’8º Gruppo battaglioni eritrei, composto dai battaglioni indigeni VIII “Gamerra” e XX, e dal IV Gruppo artiglieria da montagna (da 65/17). Durante l’azione di Passo Uarieu era stato rinforzato con il XXIV battaglione indigeni della 1^ Divisione eritrea.

[29] Secondo altre fonti il testo del messaggio era “Vaccarisi è vicino. Coraggio mio Somma, resista ed avremo la vittoria. Le sue CC.NN. scrivono una pagina magnifica. Badoglio

[30] In tigrino i due termini significano “leone” (Anbessà) e “cavalletta” (Anbettà) ed erano il grido di battaglia di molti reparti di ascari eritrei.

[31] Sul ruolo degli Ascari nell’ultimo assalto vi sono opinioni diverse, nel senso che, per taluni storici, il loro intervento non fu decisivo per la ritirata degli abissini. A mio giudizio va invece comunque apprezzato lo slancio e l’impeto con cui gli Ascari del XXIV battaglione, che non potevano sapere della presunta ritirata degli abissini, andarono all’attacco, probabilmente contribuendo a trasformare la ritirata in rotta disordinata.

[32] Successivamente lo scudetto fu modificato raffigurando l’aquila con le ali meno spiegate ed il fascio sostituito da un gladio

[33] Vito Zita, su http://www.regioesercito.it/reparti/mvsn/28ott.htm e E. Lucas-G. De Vecchi, “Storia delle unità combattenti della MVSN”, cit., pag. 75

[34] Cfr. La campagna italo-etiopica (1035-1936), USSME, pag. 258

[35] Giovanni Artieri, “Le guerre dimenticate di Mussolini- Etiopia e Spagna” , Mondadori, 1995, pag.160

[36] E’ possibile ascoltare la cantata su https://www.youtube.com/watch?v=y7e7ONkrZ_U

[37] I valori erano 15 e 75 centesimi e 5 lire . Cfr. Regio Decreto 10 marzo 1938-IVI, n. 818 – Emissione di francobolli per l’Africa Orientale Italiana, art. 5.