Valeria Isacchini, 5 marzo 2006

Maria Uva, nome paesano, che sa d’orto e di casa, d’altarino e di pergola[i]

Mentre le navi che trasportavano i nostri militari verso Massaua, in preparazione della guerra d’Etiopia, passavano dallo stretto di Suez, venivano accompagnate dai saluti e dai canti dei numerosi italiani presenti in Egitto. In articolare, tutti conoscevano una signora di Port Said, Maria Uva, che seguiva in auto le navi durante tutto il percorso da Port Said a Suez, sventolando un enorme tricolore e cantando inni. Divenne presto una vera leggenda, conosciutissima da tutti i soldati che le inviarono migliaia di lettere appassionate. Per lei fu composta una canzone, fu scritto un libro, venne invitata a cantare davanti al maresciallo Badoglio, l’Altezza Reale Adalberto Savoia-Genova le scrisse una lettera d’omaggio, fu ricevuta in Italia da Mussolini: era un vero mito.

Come spesso capita a queste famiglie di emigranti, una volta che cominciano a vagare, di radici non ne mettono più. Una sorella si trasferì al Cairo, e lei, alla morte dei genitori, la raggiunse; nel 1933 si sposò a Port Said con Uva Pasquale, uno dei tanti italiani che componevano l’allora numerosa “colonia” italiana in Egitto, dalla solida professione di autista e proprietario dell‘autorimessa “Garage Port Said”.

Quando dai primi mesi del 1935 il Canale di Suez cominciò ad essere sempre più frequentato da piroscafi italiani, carichi prima di operai, poi di soldati che in vista della guerra contro l’Etiopia  andavano verso l’estremità opposta del Mar Rosso, a Massaua, Maria Uva  riscoprì in pieno le sue origini italiane. 

Facilitata dal mestiere di autista del marito, che condivideva con lei questo fervore patriottico, appena sapeva di una nave italiana di trasporto truppe che si avvicinava, si recava in auto al porto, e, cantando inni patriottici attraverso un megafono, si recava a salutare il bastimento. Poi, ancora cantando, e agitando un enorme tricolore, accompagnava la nave lungo i 90 chilometri della strada che costeggia il canale, dimostrando una sorprendente instancabilità, che viene ammirata e ricordata in moltissime delle lettere che le furono poi inviate dai militari che la videro e la ascoltarono.

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Secondo i calcoli di Varanini[iii], furono circa 200  i piroscafi di trasporto truppe che ricevettero la sua accoglienza, nonostante solitamente giungessero a Porto Said nelle prime ore del mattino, se non in piena notte. Eccitata e commossa, durante le soste delle navi a Suez si avvicinava anche lei in barca alla chiglia dei piroscafi, tra gli altri Italiani d’Alessandria, e tutti festosamente salutavano; e capitava di sentire monache e collegiali che ingenuamente e appassionatamente cantavano Chi se ne frega delle sanzioni? e opime signore lanciavan baci a scontrosi muratori sardi, e austeri commercianti si sentivan presi da generosità e bonarietà improvvise, e balilla arrossati dalla calura egiziana, nonché dall’italico orgoglio, vigorosamente agitavano i fez e strillavano ripetute salve di alalà, a rischio di capitombolare in acqua. Era un fenomeno di massa collettivo, che coinvolgeva soprattutto, anche se non solo, le signore[iv]. L’accoglienza non si limitava ad entusiastici saluti e  cori festosi; venivano presentati piccoli doni, dolci, sigarette, che però, almeno talvolta, non potevano essere accettati, con delusione sia delle donatrici che dei riceventi, a causa dell’ordine diramato a bordo delle navi di non accettare comunque merci acquistate e provenienti da città straniera [v].

La frenesia dell’accoglienza arrivò al punto che, nella confusione, quando il 7 maggio ’36 passò l’incrociatore Enterprise, con a bordo il Negus in esilio, venne salutato, a quanto pare, da alcune imbarcazioni di giovani italiane che sventolavano fazzoletti tricolori.

Porto Said: motoscafi carichi festeggiano le navi italiane di passaggio
Un gruppo di signore di Port Said appartenenti al comitato aiuto ai feriti in A. O.

Può sembrare una manifestazione un po’ folcloristica e sostanzialmente dettata dalla supposta noia abissale della vita, soprattutto femminile, presso la comunità italiana a Port Said. Ma non credo che  fosse così; penso invece che la maggior parte di queste donne si sia sentita realmente investita del dovere di salutare ed allietare i nostri soldati; erano altri tempi, e la femminilità consisteva proprio in questo: essere le ninfe Egerie, le ispiratrici, le accompagnatrici, le portabandiera; con la speranza di essere ricambiate, possibilmente, con cavallereschi omaggi e poetiche dichiarazioni. Insomma, dedizione in cambio di adorazione.

Inoltre, è da ricordare che la comunità italiana in Egitto era numerosissima, decine di migliaia di persone, e il passaggio delle navi dirette in Africa Orientale, sotto il naso degli Inglesi, padroni di casa, doveva essere vista come una ghiotta occasione per rivendicare e riaffermare quell’orgoglio delle origini che caratterizza sempre le collettività straniere all’estero.

Il principale “storico” di tale attività fu il ten. col. Varo Varanini, autore e curatore di numerosi scritti, prevalentemente  di storia militare[vi], il quale traccia un’ampia relazione dell’operato della signora in “Il libro di Maria Uva, l’animatrice di Porto Said – giugno 1935 – XIII agosto 1936 – XIV“, Istituto Editoriale Cisalpino, Milano – Varese, 1937, con prefazione di Piero Parini[vii], libro che raccoglie parte delle numerosissime lettere che i militari di passaggio dal canale di Suez inviarono alla “sorella di Suez”.

La prefazione che Varanini appone al succitato libro è particolarmente interessante per vari aspetti: non solo per le notizie “di prima mano” su Maria Uva, ma anche per la puntigliosa elencazione delle navi di passaggio, con relative personalità a bordo, e in quale data; e per l’ individuazione del caso dell’animatrice come, tutto sommato, di un fenomeno  psicologico collettivo. E’ infatti Varanini che, a proposito del caso, parla di un vero e proprio “processo di idealizzazione”.

Non era particolarmente bella, almeno a giudicare dalle foto pubblicate,  e dalla testimonianza che ne ha dato Giovanni Artieri , che la descrive impietosamente come “bassina grassoccia bruttina, dotata di polmoni infaticabili e di una vocetta acuta come una sirena di nave…“[viii]; né era stata la prima ad aver l’idea di salutare con omaggi particolari gli equipaggi e le truppe dirette in A.O.I.  di passaggio dal canale: le prime, dicono le cronache, erano state le sorelle Libia e Itala Russo (e nomi vorranno pur dire qualcosa sulla storia familiare…) che ebbero l’ardire di avvicinarsi con delle lance ai piroscafi.

Ma quando entrò in campo lei, chissà perché (e giustamente Varanini suggerisce che gli psicologi avrebbero parecchio da studiare sul fenomeno) si scatenò, e bruscamente, l’iradiddio. Non è una metafora, basta seguire la rapida escalation di mitizzazione, che oggi collegheremmo esclusivamente a fenomeni mass-mediatici, con la quale le truppe, ma anche i personaggi in vista, si appassionavano a Maria Uva.

Ne indico alcune tappe: il primo incontro fu con il piroscafo Argentina; lei era accompagnata da altri, come si conveniva a una borghese signora perbene della Italian Society di Said: il marito Pasquale, l’amico Antonio Galliano, ovviamente anche un’altra donna, la signorina Della Ricci. Però è lei ad essere maggiormente ricordata. L’11 ottobre 1935 passava il Gange, con a bordo una serie di personalità: il ministro Bottai, S.E. Jung, l’ex ministro delle Finanze, S.E. Suardo, Presidente del Senato, e soprattutto Auro d’Alba, pseudonimo di sapore dannunziano che celava Umberto Bottone, letterato futurista[ix]; fu probabilmente costui che, nella sua nuova qualità di Capo ufficio Stampa e Propaganda  del Comando Generale della Milizia, ebbe il fiuto di dare una bella spinta al mito di Maria Uva. Fu lui, uno tra i primi, a scriverle frasi di questo tipo: “Vi ringrazio in nome della immortale poesia, per il dono di gentilezza  e di passione italica offerto ai combattenti del Gange…Parlerò di voi simbolo di grazia sul Popolo d‘Italia…vostro marito, che possiede in voi una grande anima di patriota…”

Quando l’8 Novembre passa il Liguria con il generale Terruzzi, il mito dell’”Usignolo del Canale” è ormai affermato: non solo Terruzzi saluta col megafono lei e gli altri italiani d’Egitto, ma chiama accanto a sé un  tenente di buone doti musicali, il quale intona una canzone dedicata a Maria Uva;  si tratta probabilmente del battesimo  di quel motivo che poi diventerà, per alcuni anni, celebre tra le truppe in A.O.I. Talvolta le fonti parlano di questa marcetta, di cui esiste ancora in giro una, alquanto gracchiante, registrazione, ma che io sappia nessuno si è presa la briga di trascriverla, almeno in tempi moderni; perciò ne riporto, (ovviamente per la Storia…), il  testo integrale:

“Passano di Suez il canal / le navi volte all’Africa Oriental / quand’ecco di laggiù / si leva un canto allor / è un canto che saluta il Tricolor. /  O legionario va, e come un giorno fu / la quarta sponda a noi ritornerà.

R.: Cantava Maria Uva / i canti della sua terra / a chi partiva per la guerra / il bacio di una sorella.

Dopo tante prove di valor/ sull‘Ambe già garrisce il Tricolor / ma sotto il cielo blu / nessuno può dormir/ si pensa alla sorella di laggiù/ e l‘eco porta ancor /di quel sublime cuor / il canto dell’attesa e dell’amor.

R.: Cantava…

Sorridi, Maria Uva, / ritornan già le navi degli eroi / ricanta ancor per noi ”

Questa non eccelsa melodia, che alcune fonti attribuiscono alla Uva stessa, altre ad un “Anonimo”, è in realtà, da quel che ho riscontrato, del M.o Dino Olivieri[x], su testo di E. Frati; nel 1937 ne venne pubblicato lo spartito presso l’ Ed. Leonardi di Milano, con il titolo “La canzone di Maria Uva (la madonnina del legionario)”.

A proposito di “madonnina del legionario”: gli appellativi con cui la Uva venne chiamata dimostrano chiaramente il processo di idealizzazione che si andava formando: per citarne solo alcuni, Madonnina del Canale, Fiore gentile, Coraggiosa fiaccola vivente di pura stirpe italiana, Sorella canora, Sorella eletta del legionario imperiale, Fidanzata del Biancamano, Angelo protettore, e via trasfigurando.

In Dicembre viene decorata a bordo del Principessa Giovanna con una medaglia della Divisione Tevere, mentre la banda dei legionari suona l’Inno del Piave; e gli episodi di entusiastico apprezzamento per la sua attività vanno in continuo crescendo, finché, nel Maggio ‘36, ha la consacrazione definitiva: sale sull’Arborea, dove viene ricevuta dal vincitore Maresciallo Badoglio, la cui moglie, neo-duchessa di Addis Abeba, in suo onore brinda, viene testualmente riferito, a champagne (champagne? e le “inique sanzioni“? Boh…) e la prega di cantare. Il Duca di Addis Abeba viene poi a sua volta superato addirittura da un’Altezza Reale, Adalberto Savoia-Genova, Duca di Bergamo, che dopo averla conosciuta le invierà una lettera, che viene riprodotta  all’inizio del libro.

E sorprende l’idea della moglie di un garagista  pugliese negli anni Trenta a Port Said che graziosamente concede il suo canto alla coppia ducale di Addis Abeba e conversa con un’Altezza Reale a bordo del Liguria. Insomma, francamente la stoffa c’era.

La missiva ducale è una delle tantissime (si parla di migliaia, e c’è da crederlo, a giudicare dal tono e dai contenuti di quelle che furono poi pubblicate) che la Uva portò con sé lasciando l’Egitto. Dopo la conquista dell’Etiopia, il clima nei confronti degli Italiani in Egitto, e soprattutto poi verso di lei, si era fatto ostile (e in seguito peggiorerà – i campi di concentramento inglesi per gli italiani sono un altro capitolo ancora da pubblicizzare, se non da pubblicare -).  Nell’agosto del ‘36 la coppia viene in Italia, dove a Roma è ricevuta da Mussolini, che consegna a Maria una decorazione (commettendo la gaffe di indirizzarla “Alla Signorina Maria Uva)[xi], poi si trasferisce a Milano, dove il marito trova lavoro, grazie all’intercessione del Duca di Bergamo, nell’azienda ferrotramviaria.

Non aveva certo abbandonato in Egitto (e quale donna l’avrebbe fatto?) le valigie di lettere che le erano state inviate dagli entusiastici ammiratori, parte delle quali poi pubblicò. Perfino Angelo Del Boca, il maggiore e più noto storico del colonialismo italiano, che non può certo essere accusato di indulgenza nei confronti di certi fenomeni, riconosce in queste missive “…uno spaccato di notevole interesse politico, sociale e di costume”,  riconoscendone “…sincere dichiarazioni di fede[xii]. Sono lettere che dimostrano veramente una sorta di “follia collettiva” che non ha nulla da invidiare a certi fenomeni mass-mediatici del giorno d’oggi.

E, come del resto accade in genere a questi fenomeni, la luce di Maria Uva presto si spense. Probabilmente, con quel po’ po’ di fama che si era creata, avrebbe magari potuto, almeno per qualche tempo,  sfruttar l’onda come canzonettista o qualcosa del genere. Invece, e direi più dignitosamente, a parte una brevissima ed eccezionale partecipazione in tre serate al Lirico di Milano, rientrata in Italia preferì ritornare a un’esistenza normale (per quanto normale potesse essere la vita di tutti a Milano durante la guerra), continuando tuttavia la sua attività di volontariato, occupandosi di iniziative a favore di bambini, poi dei soldati impegnati nei Balcani.

Nell’immediato dopoguerra il suo attivismo in favore dell’impresa africana e del fascismo le divenne di serio pericolo. Secondo Franz Maria Asaro[xiii], rischiò addirittura la condanna a morte, e proprio lei, “eroina italianissima“, “fiore d’Italia“, ecc., se la cavò perché… poté dimostrare di essere nata in Francia, e l’intervento in suo favore dell’ambasciatore d’Oltralpe la tirò fuori dai guai, in quanto cittadina francese. Tuttavia le peripezie continuarono, con numerosi trasferimenti attraverso l’Italia, a Giussano, Bisceglie, Roma, Nettuno, Meldola, dove finalmente i coniugi Uva si stabilirono definitivamente, presso Forlì, a pochi chilometri dalla Rocca delle Caminate, dove abitava Donna Rachele Mussolini, con cui Maria aveva stretto un legame di forte amicizia (“era mia sorella” usava dire, ricordandola).

Morì quasi centenaria, nell‘ottobre 2003, nella Casa di Riposo “D. Drudi” di Meldola. Qualcuno ogni tanto ancora la ricordava, come il conduttore televisivo Paolo Limiti, il regista Sergio Tau nella trasmissione “La voce dei vinti” per la RAI, e continuava a ricevere lettere, grazie agli appelli che ogni tanto venivano pubblicati sul “Secolo d’Italia”.

Maria Uva ormai quasi centenaria nella Casa di Riposo di Meldola (FO).
Foto scattata da Gian Carlo Stella il 10 novembre 2001.

Per meglio esemplificare l’incredibile alone di mito che per un certo periodo l’aveva circondata, trascrivo alcuni brani tratti dall’oggi assai raro “Libro di Maria Uva”; ogni lettera riporta nome, cognome, grado e appartenenza dello scrivente; alcuni nomi ritornano più di una volta, segno del crearsi, almeno da un lato, di contatti affettivi più solidi; alcune ringraziano per l‘invio di sigarette, accendini, cioccolata, “bomboni“ ed altri doni; quasi tutte ricordano il fascino della sua voce (segno che comunque non aveva poi proprio la “vocetta acuta come la sirena di una nave“ ricordata da Artieri in Del Boca) :

“A bordo silenzio perfetto. Se vi fossero stati Badoglio e Graziani, c’è da scommettere che non avrebbero ottenuto subito così improvviso e assoluto silenzio!… Maria Uva, invocata da prora, chiamata da poppa, cantava cantava cantava. Ad ogni strofa scoppiava un applauso,  si alzava un grido formidabile dalla coperta, dai ponti, dalle cabine, dalle stive del vapore, diventato loggione, palchi e platea. Un teatro semovente, gremito di migliaia e migliaia di spettatori… il canto riprendeva. Se qualcuno, a bordo, accennava ad aprir bocca, il vicino lo faceva immediatamente tacere con furiose gomitate. Anche le macchine del vapore sembravano attutire il loro frastuono. Anche la gigantesca massa di legno e acciaio sembrava voler sostare per udire il canto divino…”

9/11/35: “Indimenticabile Maria, qual buon vento japigio c’inviò tanta squisitezza in terra Egizia con tricolori e cortesie di belle donne …”

14/11/35: “Anch’io, estasiato come tutti, ho seguita la sua ferrea instancabile marcia lungo il Canale. Anch’io come tutti ho osannato il Suo nome…la Sua formidabile veemenza…”

Il 15/11/35 riceve 6 quartine di (quasi) endecasillabi  a nome dei Legionari del Sardegna

23/11/35: “…Quel canto così naturale, così espressivo, così significativo, ci commosse e  più di una lacrima solcò le nostre gote…sembra di sognare, tanto era bello il canto…”

Una entusiastica lettera ricevuta il 10/10/35, con le firme dei militari imbarcati sul Gange. Si notano, tra le prime, le firme del generale Franco Bertini e di Auro d’Alba.
Una scherzosa “Villa Maria Uva” allestita dai militari in A.O.

22/2/36: “Maria Uva, tu ci hai gridato il tuo nome perché vuoi che sia ricordato. Questo soltanto hai chiesto in ricompensa dell’ora di gioia, di commozione  di alta spiritualità che  ci hai fatto vivere. Abbiamo tutti sentito in te una madre e una sposa, una sorella e una fidanzata. Eri tanto vicina a noi! Eri un simbolo!

Il 24/2/36 riceve una lunga lettera poetica, scritta da un italiano, ma in francese, in cui viene chiamata, fra l’altro, “chimère aux doux yeux”, chimera dai dolci occhi

3/3/36: “ E ora mi tolga una curiosità: chi era quella bella signorina che stava seduta sul parafango anteriore dell’auto e vestiva una gonna azzurra con blusetta bianca?…”

6/3/36: “Se sapesse che eco profondo ha lasciato in noi Camicie Nere quel suo canto, pensi che non è sera che nel bivaccare si canta la sua canzone, non è avanzata che si faccia senza sentir pronunciare il suo tanto caro a noi  nome…”

8/3/36: “Dolce amica italiana…ho ancora negli occhi (sic) il suono della vostra voce, ho ancora nel cuore il vostro bel nome urlato dai miei camerati. Avrei anch’io voluto gridare il vostro nome, avrei voluto anch’io appellarvi con tutti i gentili aggettivi che sola sa la nostra lingua. Ma avevo un nodo forte alla gola, e non potevo urlare, non potevo dirvi nulla e la mia commozione aumentava minuto a minuto“

21/3/36: “Quando il sole è ormai tramontato e già l’amica luna viene a posare sulla nostra fronte infuocata il fresco alito della notte, quando una gran pace scende sul nostro animo e il pensiero vola sull’ali eteree dell’invisibile verso i patrii lidi lontani, allora come in quella notte, qua o là si sente, quasi lontano rimpianto, un grido – Maria! Maria!… mi raccontò (un collega capomanipolo saputello, N.d.R) che lei è di origine triestina (questa fantomatica, per quanto all’epoca estremamente patriottica e suggestiva, origine triestina è ipotizzata anche in altre lettere, doveva essere una voce abbastanza diffusa, N.d.R.), che prima di sposarsi il suo cognome era Tommil, che si è sposata a diciottanni e ora ne ha 21, che è Fiduciaria del Fascio Femm. di Ismailia. Tutto ciò è vero? Sa, ne ho intese tante sul suo conto, dalle più belle alle più brutte (che vuole, il mondo è maligno e cattivo e non bisogna badarci…)…”

29/3/36: “Voce di tutte le voci di mamme, di sorelle, di mogli, sogno di primo lembo d’Africa evanescente nella chiarità crepuscolare, poesia gelosamente custodita in tutti i cuori dei legionari. Maglia di fata, narrata in patria, incantesimo rinascente nell’animo semplice dei bimbi. MITO! MITO! MITO!”

9/4/36: “Si ricordi quando lei ha domandato che cosa significasse quella suonata della fanfara?  Tutto ricordiamo e, se si ricorda, noi Alpini le abbiamo gridato che l’avevamo creata nostra regina”

14/4/36: “Lei ha lo spirito di vero guerriero italiano, io ne sono sicurissimo che se lei potesse venire in Africa, sarebbe capace di condurre un baldo battaglione di CC. NN. nella più aspra battaglia, e riuscirebbe vittoriosa, e sicuramente, senza avere nessuna perdita di suoi subalterni…”

30/4/36: “Nella sua delicata personcina, dal portamento spigliato, agile, irrefrenabile, impetuoso, dolce, delicato, io, per un momento, quasi sognando, ho incontrato qualcosa di grande e d’amor Patrio…con mia meraviglia, durante la traversata del Canale di Suez, ella ha conservato intatta la sua duttile voce, a volte squillante, a volte carezzevole fino a sfiorare e a scuotere le corde più riposte del più duro animo…”

Recto e verso dell’ultima cartolina dall’Africa  ricevuta da Maria Uva, respinta dalle poste di Porto Said a Milano, dove ormai risiedeva.

N. B: tutte le immagini riportate nel testo, ad eccezione dello spartito musicale, provengono dalle fonti citate, in particolare dal “Libro di Maria Uva”, tranne la n. 1 (da http://www.italia-rsi.org/primadell8sett/letteramarini.htm) e la 11 ( da http://www.cselalamein.it/cse/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=188)


[i] A.Pavolini, La Disperata, Vallecchi, 1937, pag. 8

[ii] v.  D. Gaudenzi, L’eroina del Canale di Suez: incontro con Maria Uva, Linea, 3 dicembre 1999; F.M. D’Asaro, Maria Uva, la donna che sventolava il Tricolore, Il Secolo d’Italia, 20 dicembre 2000 e C’era una volta l’Africa italiana: la centenaria “sorella di Suez”, Il Secolo d’Italia, 22 marzo 2002

[iii] in “Il libro di Maria Uva, l’animatrice di Porto Said – giugno 1935 – XIII agosto 1936 – XIV“, Istituto Editoriale Cisalpino, Milano – Varese, 1937.

[iv] Ricordo i nomi che la stessa Uva cita all‘inizio del suo libro e che ho trovato nelle varie fonti da me consultate: per le donne, Stella Delli Ricci, le signore Crispo, Di Bona, Fabiano, Lorenzelli (madre e figlia),  Mariu, Pogliano, Perullo, Rossi Sinigaglia, Crismale, Bussadori, De Bono, Della Riccia, Lauricella, Schiavo, Lunanuova, Italia e Libia Russo, Salustio, Serafini, Fedora, Marchisa e Ines Scotto, Novello, Negri; per gli uomini, oltre ovviamente a Pasquale Uva,  troviamo Antonio Galliano, poi volontario nella Divisione “Tevere”, Antonio Scotto, Carlo Albano, Iolando Bianchi, Stella, Dell’Olio, il sacerdote padre Agostino Romoli.

[v] v. la lettera del 23/11/35 di Marcello Callini, nel testo “Il libro di Maria Uva…” sopra cit.: “L’ordine è di non gridare, di non cantare, di non comprare merce straniera…ci offrono tutto ciò che possono, ma noi col dolore nel cuore siamo obbligati a rifiutare perché merce proveniente da capitale inglese…”

[vi] tra gli altri, La ricostruzione fascista delle forze armate italiane, Milano, Libreria d’Italia, 1929; L’esercito della vittoria, Alpes, Milano, 1930; Re Alberto I, re dei Belgi, Milano, Liber, 1934; Luigi Cadorna, Torino, Paravia, 1935;  L’ Abissinia attuale sotto tutti i suoi aspetti, Paravia, Torino, 1935; I nostri reparti di Ascari eritrei e somali, Roma, Ed. della Rassegna italiana, 1935;  cura di Le forze armate nel mondo, Istituto per gli Studi di politica internazionale, Milano, 1935; I capi, le armi, i combattenti, in  Storia della guerra italiana, Corbaccio, Milano, 1935; Prepararsi – corso di cultura militare, I° grado, Milano – Varese, Ist. Ed. Cisalpino, 1936; cura di G.Bompiani, Scritti storici e militari, Milano, Mondadori, 1937; Le nostre imprese coloniali narrate ai giovani, Torino, Paravia, 1937; Antonio Cecchi, Milano, ed. Oberdan Zucchi, 1937; La marcia su Addis Abeba , Varese-Milano, Ist. Ed. Cisalpino, 1938; L’impero, dai precedenti del conflitto etiopico alla battaglia dell’Ascianghi, in La formazione dell’impero coloniale italiano, vol. 2, Milano, Treves, 1939; L’ Abissinia nei suoi aspetti storici, geografici, economici, Unione Edit. D’Italia, Roma, 1939; Gli Italiani nel mondo, in Cento anni di storia italiana 1848 – 1948, a cura di Corrado Barbagallo, Cavallotti, Milano, 1948, 2 voll.

[vii] Segretario generale dell’Ufficio Italiani all’Estero presso il ministero, comandante di una Divisione formatasi con i volontari provenienti dalle comunità di emigrati, seguì la carriera diplomatica  e divenne poi  Podestà di Milano (da Marino Viganò, In ricordo di Piero Parini, Storia Verità n. 13 luglio – agosto 1998 , in www.italia-rsi.org/uomini/parini/htm.

[viii] G. Artieri, Cronaca del Fronte Nord, Salocchi, Milano, 1937, cit. in A. Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale, vol. II, – La conquista dell’Impero, I ed. Laterza 1979, ed. Mondadori, Milano, 1992, pagg. 336/337.

[ix] e,  devo dire, futurista “della prima ondata”. E’ ripetutamente citato da F.T. Marinetti (in un certo senso conterraneo di Maria Uva, essendo nato, come si sa, ad Alessandria d’Egitto) in “Teoria e invenzione futurista”, a cura di Luciano De Maria, Mondadori, Milano, 1968; tra l’altro, il 9 marzo 1913 Auro d’Alba era presente alla clamorosa serata  durante la quale, al teatro Costanzi di Roma, con Marinetti, Boccioni, Palazzeschi, Russolo, Balla, Folgore e Cavicchioli, si trattò di difendere a suon di botte la musica di Balilla Pratella e i versi di Paolo Buzzi;  il 19 febbraio 1915 fu arrestato anche lui, con Marinetti, Depero, Balla ed altri, in occasione di una manifestazione interventista davanti alla Camera.

[x] autore di altre canzoni d’epoca, come Adua (Olivieri – Rastelli); Italia in piedi (De Biasio – Olivieri); Macallè (Capitano Azzurro – Olivieri)

[xi] D. Gaudenzi, L’eroina del canale di Suez – incontro con Maria Uva, Il Secolo d’Italia, 29 dicembre 2000

[xii] A. Del Boca, op. cit., pag. 337

[xiii] Franz M. Asaro, C’era una volta l’Africa italiana, Il Secolo d’Italia, Venerdì 22 marzo  2002