Valeria Isacchini, 23 giugno 2008

È  uno studio su alcuni casi di “fuoco amico” che coinvolsero drammaticamente da una parte  U-Boote tedeschi alla caccia di navi britanniche di trasporto truppe, e dall’altra civili italiani, che su quelli navi venivano trasportati verso campi di internamento.
“Internati”venivano chiamati, con un equilibrismo verbale per distinguerli dai “P.O.W.”, militari prigionieri di guerra. Per loro non c’era nessuna garanzia: il Diritto Internazionale, come puntualmente viene documentato nel testo, non prevedeva alcuna protezione per i civili.
“Nessun articolo della Convenzione di Ginevra del 1907, né di quella del ‘29, in vigore durante la Seconda guerra mondiale, vieta l’internamento di civili per ragioni di guerra. Sembra che, semplicemente, ci si fosse dimenticati di loro.”
Né si può lamentare, come molti dei precedenti studiosi hanno fatto, la mancanza del simbolo della Croce Rossa sui loro trasporti: la Croce Rossa poteva essere utilizzata solo ed esclusivamente su navi ospedali registrate internazionalmente. Molti di questi nostri connazionali trovarono una morte atroce quando, mentre venivano inviati in campi di internamento in Canada sull’Arandora Star, ex splendida nave da crociera, trovarono sulla propria rotta il sommergibile tedesco U-47, che, ritenendola una nave trasporto truppe, la silurò, provocandone la fine quasi immediata.
805 morti, di cui 470 italiani, e ironia atroce, ben 243 tedeschi, connazionali del comandante Prien, che aveva ordinato il siluramento. Ma il caso dell’Arandora non fu certo l’unico: il testo dedica spazio molto maggiore all’analisi di un caso simile, ancora più drammatico: quello del Nova Scotia, altro ex-piroscafo civile britannico che di solito costeggiava l’Africa per trasportare truppe fresche e feriti tra Suez e il Sudafrica.
L’autrice studia accuratamente un quadrante bellico pressoché sconosciuto in Italia, nonostante la sua vitale importanza: quello dell’Oceano Indiano, su cui si affacciavano le principali colonie inglesi, nonché stati alleati . Proprio per questo in quelle acque si aggiravano i cosiddetti “ branchi di lupi”, gli U-Boote che dovevano impedire le comunicazioni britanniche. Il 28 novembre 1942, però, il Nova Scotia aveva a bordo solo pochi soldati sudafricani ed inglesi.
La gran massa era costituita da italiani fatti prigionieri in Eritrea, dopo la caduta del nostro “Impero” sul Mar Rosso, e che venivano portati a Durban, in Sudafrica. “Bisognava svuotare l’Eritrea, e sbrigarsi: comunque andasse la guerra, avrebbe avuto un dopoguerra, e meno italiani si fossero trovati lì in quel momento, meno l’Italia avrebbe potuto accampar diritti e primogeniture”, dice l’autrice, che ha rintracciato le storie personali di diversi di quegli imbarcati, grazie a documentazione di fonte sudafricana e mozambicana, a interviste con i parenti di vittime e sopravvissuti, a ricerche d’archivio.
Al largo della capitale del Mozambico, Lourenço Marques (oggi Maputo) la nave venne colpita dai siluri dell’U-177 comandato da Robert Gysae. E fu Gysae che, una volta verificato di avere colpito non dei soldati nemici, ma dei civili alleati, allertò il suo comandante superiore, Karl Doenitz; quello che poche settimane prima, in seguito al celebre disastro del Laconia (quando un U-Boot, mentre  prestava soccorso a naufraghi civili inglesi e ad italiani, venne proditoriamente bombardato da un aereo americano) aveva emanato il celebre ordine “Triton Null”, per il quale venne processato a Norimberga: nessun aiuto ai naufraghi, “la guerra prima di tutto”.
Tuttavia, in quel caso il naufragio era avvenuto davanti alle coste del Mozambico, colonia del neutrale Portogallo.  Da Berlino venne avvisata Lisbona, che allertò un proprio “aviso”, l’Afonso de Albuquerque, che si trovava nel porto di Lourenço Marques. Il salvataggio fu però ostacolato dal mare agitato e, soprattutto, dalla terribile insidia degli squali, che, in numero eccezionale, sbranarono moltissimi dei naufraghi in quella che venne definita una sorta di “frenesia alimentare”.
L’ Afonso de Albuquerque tornò in porto con 184 sopravvissuti. Ne erano morti 750, di cui 631 italiani. Cosa è successo poi, di quei sopravvissuti? Mentre inglesi e sudafricani poterono facilmente raggiungere la vicina Repubblica Sudafricana, gli italiani rimasero per anni isolati in Mozambico, circondato da colonie e stati loro nemici; talvolta vi impiantarono attività e decisero di rimanervi anche dopo la fine del conflitto. Il testo documenta come Mozambico e Sudafrica fossero al centro di trame spionistiche che vedevano i boeri sudafricani, filonazisti, contrapporsi al governo della Repubblica Sudafricana, schierato con la Gran Bretagna.
In Mozambico operavano spie degli opposti schieramenti, impegnate sia a intercettare il passaggio di imbarcazioni nell’Oceano Indiano, sia a cercare di annullare vicendevolmente le proprie azioni. E, sulla base di documentazione, l’autrice avanza un’inquietante ipotesi: L’U-177 non incontrò casualmente il Nova Scotia, ma venne inviato appositamente in quel quadratino d’oceano con il preciso compito di silurare quella nave che, secondo le informative dei servizi segreti filo-germanici, doveva trasportare centinaia di militari.
L’autrice ha ricostruito la tragica storia  del Nova Scotia partendo dalla sua curiosità per un sorprendente elenco di nomi che trovò anni fa, inciso su una serie di lapidi nella chiesa di Addi Qualà; e così è risalita alla storia della tragica nave e quella di Padre Mosè, sorprendente figura di missionario cappuccino combattivo e patriottico.
 
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