Nicky Di Paolo, 15 novembre 2018

Per trovare costruzioni madreporiche egualmente imponenti, e la fauna relativa, sarebbe occorso traversare l’intero Oceano Indiano, o arrivare fino alle Indie Occidentali (Gianni Roghi, Dahlak).

Nei miei trenta anni vissuti in Africa Orientale ho letto tante volte, nei giornali eritrei, trafiletti di cronaca nei quali si informava che scrittori, giornalisti, fotografi, cineoperatori, studiosi ed altro, erano arrivati alle isole Dahlak per servizi di solito richiesti da riviste, televisioni, produttori cinematografici, ma anche da istituti universitari ed enti di ricerca. Poi, dopo un periodo di silenzio più o meno lungo, capitava di leggere o di vedere nei media europei articoli, filmati o servizi fotografici su questo arcipelago. In genere materiale di ottima qualità. Basti pensare a Cousteau, a Quilici, a Roghi per capire la serietà di queste spedizioni.

  Noi che vivevamo laggiù eravamo del tutto indifferenti a questi servizi. Eppure le immagini che quei personaggi erano in grado di produrre avevano del fantastico, ben lontane dalle nostre modeste capacità: riprese subacquee stupende, fotografie di pesci, di coralli, di crostacei e delle barriere coralline degne di grandi professionisti; anche le immagini esterne delle isole erano decisamente buone, i ritratti degli abitanti quanto mai espressivi, del mare riuscivano a immortalarne i colori. E allora perché non erano capaci di stupirci?

    Era la solita storia. Venire in Africa per dieci o venti giorni (ma spesso anche meno), riempire la valigia di rullini o nastri da sviluppare, (oggi tutto più facile con la possibilità di archiviare in tempi reali migliaia e migliaia di immagini elettroniche) e di fasci di appunti, sicuri di aver carpito l’essenza di quelle terre era una certezza quanto mai aleatoria; quei professionisti potevano senza dubbio stupire chi leggeva i loro articoli sulle isole Dahlak o chi guardava i loro documentari. Noi che vivevamo laggiù non ci impressionavamo perché quegli esperti non erano in grado di trasmettere la magia e la vera consapevolezza del diverso: non riuscivamo ad avvertire la comunione intima del mistico e del bello che quel luogo conserva e che si può acquisire solo con il tempo¸ con la calma e con la modestia.

Ne viene che il primo suggerimento pratico, se si vuole capire cosa sia l’arcipelago delle Dahlak, è il più semplice: bisogna vivere sul posto, accanto ai suoi abitanti per un certo periodo di tempo, ma non è sufficiente un mese e forse neppure una stagione per raggiungere la tenera essenza che l’ambiente emana e  che impone tutto il tempo necessario per farsi comprendere.

Fatta questa premessa rifacciamoci da capo e cerchiamo di mettere a fuoco tutto il problema.

La barriera corallina delle Dahlak

È stato Darwin il primo ad   affrontare scientificamente la realtà della barriera corallina affermando una regola principale: quando l’acqua del mare è di almeno 25° per tutto l‘anno, con scarse variazioni, accanto alle coste si forma spontaneamente il reef, che letteralmente vuol dire scogliera, ma una scogliera particolare costituita da sali di calcio e di magnesio organico che nulla ha a che fare con tutte le altre scogliere del mondo. Il reef si forma con il materiale biologico di esseri viventi chiamati madrepore note anche come coralli costruttori: questi ultimi hanno un ciclo vitale rapido e, allorché muoiono, lasciano il loro scheletro saldato a quello di altre miriadi di animali simili andando a costituire i mattoni del reef. I reef tendono quindi ad ingrandirsi sempre di più allontanandosi dalla costa vera. Nel loro progredire verso il mare profondo formano lagune di varie misure e vere e proprie barriere coralline che possono prolungarsi al largo fino a vari chilometri dalla costa.

  Il progredire dei reef dà anche esito alla formazione di atolli ricchi di sabbia bianca finissima costituita dalla triturazione dello stesso materiale prodotto dal moto ondoso. Oltre al calore è la luce che promuove la formazione della barriera, in quanto viene utilizzata dai pigmenti fotosintetici di particolari alghe che sono l’elemento nutritivo dei coralli, stimolandone la crescita e favorendo la costruzione dei loro scheletri calcarei.

Da molte dolci spiagge delle Dahlak si può entrare direttamente in reef ricchissimi di una flora e una fauna intensamente colorate di cui l’uomo che si immerge entra improvvisamente a farne parte e a nuotare fra miriadi di coralli duri e molli, fra centinaia di specie di molluschi e di pesci, fra altrettanti tipi di squali e di razze, fra decine di tipi di tartarughe e di crostacei.

Colui che si bagna per la prima volta nelle acque del reef, penetra in un istante in un mondo che non ha pari in natura e si ritrova all’interno di uno scenario che potrebbe fare da sfondo a un film di fantascienza, ma dove tutto è straordinariamente bello e armonioso. Immergersi nel mare del reef vuol dire trovarsi inaspettatamente attivati alcuni sensi di cui l’uomo è dotato. Vista, udito, tatto, sono tutti sollecitati in una maniera unica e nuova che però non sgomenta il bagnante, che pian piano si lascia catturare e condurre dalla magia dell’ambiente a far parte di quel mondo che lo accoglie festosamente.

 Le barriere coralline si trovano distribuite nei mari di tutto il mondo tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno e posizionate tra la superficie del mare e i primi 30-40 metri di profondità. La vita nei reef delle Dahlak è data dagli alti valori della temperatura e della salinità dell’acqua che non hanno uguali in tutto il mondo.

Oggi la maggior parte dei turisti che frequentano le barriere coralline sono appassionati di snorkelling, che è l’attività di nuotare a pelo d’acqua con maschera e boccaglio, sufficiente a dare una buona idea di questo spettacolare mondo sommerso, relativamente a buon mercato.

La barriera corallina delle isole Dahlak consiste di diverse centinaia di scogli le cui dimensioni, a parte la grande Dahlak Kebir, variano da un ettaro a pochi metri quadrati.

La vita nel reef delle Dahlak

Come abbiamo ricordato, calore e luce sono gli stimoli che innescano la formazione del reef, sia favorendo la crescita e la morte delle madrepore sia attivando la produzione di micro alghe di cui si nutre la maggior parte dei coralli. Per queste ragioni la parte più significativa dei coralli si sviluppa in acque luminose, calde e poco profonde.

I coralli rappresentano gli organismi animali che vivono più a lungo al mondo, superando alcune vongole che raggiungono i quattrocento anni, fino a far ipotizzare a qualche ricercatore che superino molte centinaia di anni.

Non è facile immaginare come i coralli abbiano eretto nei millenni vaste formazioni rocciose di natura calcarea creando con l’incollatura dei loro scheletri un mondo assai particolare, costituito da luoghi del tutto originali, modificando la morfologia delle terre emerse e dando vita ad ambienti dove hanno trovato rifugio animali particolari e dove l’evoluzione non è stata ostacolata o, almeno fino ad oggi nelle isole Dahlak, disturbata dall’uomo. Oltre che dalle alghe i coralli trovano nutrimento dalla enorme quantità di plancton presente in certi periodi dell’anno nel sud del Mar Rosso.

I coralli si possono anche suddividere in coralli duri e coralli molli: questi ultimi non partecipano alla costruzione del reef. Gli elementi fondamentali quindi per la nascita e lo sviluppo di un reef sono le famose madrepore che tradotte impropriamente dall’inglese sono state chiamate “coralli duri”.

Ogni formazione di corallo duro è costituito da una colonia di piccolissimi esseri che hanno un corpo semplice adeso al reef, con in cima una corona di piccoli tentacoli urticanti che circondano un’apertura. Questi esseri, chiamati polipi, si costruiscono addosso una nicchia calcica che va a saldarsi con le nicchie vicine e prende forma e dimensioni diverse a seconda della specie di madrepora che li ospita. La crescita del reef non si ferma mai.

Nel reef vivono anche madrepore che non partecipano alla costruzione della roccia corallina: sono gli anemoni, i coralli molli, migliaia di specie di alghe, di spugne, invertebrati vari quali stelle marine, ricci, crostacei e molluschi con migliaia di sottospecie. Tutti questi esseri concorrono a costruire l’equilibrio di questo particolare sistema vivente che ha alle spalle milioni di anni di storia evolutiva.

L’anemone di mare, ad esempio, è un tripudio di colori. Parente stretto del corallo e della medusa, l’anemone è un polipo urticante stipato di estroflessioni e trascorre la maggior parte della sua vita ancorato alle rocce dei fondali marini o sul reef, in attesa che  i pesci, di cui è ghiotto, restino attratti dai suoi colori e rimangano intrappolati e in fine  uccisi dai suoi tentacoli velenosi; il suo corpo è composto da una parte piatta con funzione adesiva  e da una corona di tentacoli disposti intorno alla bocca.
Si contano oltre 1,000 specie di anemoni di mare distribuiti  in tutto il mondo, dai colori e dalle dimensioni le più varie.

Alcuni anemoni e coralli stabiliscono delle simbiosi con le alghe: queste, in cambio del riparo e dell’esposizione ai raggi solari forniti dagli anemoni, offrono zucchero e ossigeno. Vi sono molti altri tipi di simbiosi tra gli abitanti della barriera corallina: ben nota, ad esempio, è la simbiosi tra l’anemone e il pesce pagliaccio. Gli anemoni nel reef creano splendide e apparentemente tranquille praterie dove i pesci più piccoli allevano le loro nidiate.

Sono davvero tanti i pesci che abitano questa barriera corallina: molti sono autoctoni, vivono solo in questo mare. Ci vorrebbero pagine e pagine  per elencarli tutti;  ne ricorderò qualcuno: ad esempio uno dei più presenti è il pesce farfalla,  ma  di questo ne esistono  tanti tipi come quelli a strisce, a bandiera, a faccia arancio, a faccia bianca, il gallonato, il dorso nero, il filamentoso, il fasciato, e tanti altri, ognuno con i propri colori e i propri disegni; sono un’infinità ed è certo che ancora molti di loro non siano stati censiti; oltre ai pesci farfalla ci sono il pesce  chirurgo con  le sue numerose diversità, il pesce Napoleone, il pagliaccio, gli unicorni, i tordi, i pappagalli, gli angeli, gli azzannatori, ciascuno con le loro numerose variazioni, e non finiremmo mai di elencarli.

 Coralli e pesci della barriera corallina sono diventati oggetto di coltivazione e esiste un florido mercato dove è possibile acquistare tante varietà di coralli e di pesci, in particolar modo quelli di piccole dimensioni. Personalmente non amo rinchiudere animali in gabbia e quindi non ho un acquario, ma devo riconoscere che oggi si possono ricreare ambienti simili alla barriera corallina e porli nel proprio salotto per dare serenità e bellezza all’ambiente.

Le isole Dahlak

La storia dell’arcipelago eritreo è molto semplice e si riferisce solo all’isola più grande, quella chiamata Dahlak Kebir o più semplicemente Kebir, che è stata in pratica l’unica abitata in tempi antichi dagli arabi, mentre attualmente, come vedremo meglio in seguito, sono quattro le isole abitate, ma le altre tre contano poche decine di abitanti. La Kebir era gestita anticamente dai paesi arabi antistanti come porto di riferimento per il mercato delle perle; alcuni sostengono che già gli antichi egizi trovassero le perle nei fondali di queste isole e da allora per centinaia e centinaia di anni l’arcipelago eritreo è stato oggetto di contesa per la bramosia di chi voleva trovare le perle. È certo che le Dahlak sono state da un lato neglette per il loro clima estivo terribilmente caldo, e dall’altro ambite come punto di riferimento per la pesca e per il mercato di queste stupende pietre preziose. Oltre a ciò il luogo era uno dei punti cardinali per la tratta degli schiavi, mai interrotta fino a circa 200 anni or sono, quando gli egiziani presero il controllo dell’arcipelago; loro continuarono a pescare perle per gli abitanti della costa araba, ma data la vastità del luogo non riuscirono mai a controllare questa preziosa pesca.

 A Kebir si racconta che erano gli schiavi bambini a venir impiegati nella pesca delle perle sia perché avevano più resistenza a stare sott’acqua, sia perché non avevano la bramosia degli adulti che riuscivano a trafugare spesso qualche perla da loro pescata.

Ai bambini, per pescare le perle, venivano legate una pietra al piede e un coltello con un cesto al petto. Uno strattone alla fune che li collegava alla barca, era il segnale che la riserva di aria era terminata e quindi vi era la necessità della risalita. I bambini, appena grandicelli, venivano poi rivenduti come schiavi.

Interessanti nella grande isola, sono circa 300 cisterne scavate nella roccia corallina per la raccolta dell’acqua potabile, e i resti di alcune antiche chiese cristiane.

Accanto alla grande isola Kebir c’è l’isola di Nocra, che è stata nel tempo utilizzata come luogo di pena, e gli stessi italiani, durante la loro occupazione, la utilizzarono come carcere, a nostro parere disumano se si pensa al terribile caldo estivo.

Interessante è la necropoli musulmana che brilla al sole dell’alba e del tramonto.  Le poche costruzioni che sono rimaste a Kebir hanno mantenuto la loro antica fisionomia, tutto è rimasto protetto, custodito e conservato dalle tranquille maree del Mar Rosso.

Le Dahlak sono isole deserte nel vero senso della parola, spesso semplici strisce di sabbia madreporica dove cresce con difficoltà qualche bassa acacia spinosa e qualche mangrovia, o poco più. I cristalli di gesso e di quarzo contenuti nei mattoni di madrepora con i quali sono stati costruiti case e magazzini, brillano al tramonto e all’alba, creando effetti di luce deliziosi e suadenti.

Come abbiamo già ricordato solo quattro isole sono abitate: Dahlak Kebir, Dissei, Norah e Dehel, ma a parte la grande isola, le altre ospitano solo poche decine di persone.

Fino ad alcuni anni or sono nell’isola di Dehel esisteva l’unico cantiere di tutta l’Eritrea dove si costruivano i sambuchi (le imbarcazioni dei pescatori), lavorando tutto a mano in assenza di corrente elettrica, con tecniche tramandate da padre in figlio per migliaia di anni. Non so se il cantiere esiste ancora: io ho avuto la fortuna di vederlo in attività ed era sorprendente rendersi conto di come gli operai riuscissero a fare di tutto senza alcun attrezzo o alcuna sostanza utilizzati in qualsiasi laboratorio moderno. Tutto era preparato e allestito da loro, dal taglio del legname, acquistato in Dancalia, alla sua curvatura, dalla preparazione delle colle alla realizzazione delle vele, del cordame e quant’altro servisse per la costruzione di un sambuco.

Anche questo aspetto è importante da salvaguardare perché permette di evidenziare lo stato dell’artigianato nel suo stato originale, tale e quale era centinaia di anni or sono. È stato l’isolamento che ha permesso ad un gruppo di afar di portare avanti fino ad oggi tecniche antiche ma sempre valide di costruzioni marinare.

È nostro parere che queste tecniche siano state importate centinaia di anni or sono degli egiziani e dagli arabi, proseguendo poi gli afar da soli, ignorando la proiezione in avanti spinta dalla industrializzazione.

Oggi nell’arcipelago eritreo si vive di solo pesce, perché, almeno sulla carta, la pesca delle perle è proibita. Kebir, abitata già 2000 anni fa, è inospitale come un deserto, ma in questa regione si possono visitare ancora oggi edifici tali e quali li conobbero i viaggiatori di 100 anni or sono.

Le isole delle Dahlak più frequentate sono quelle più vicine a Massaua. L‘isola di Sceik Said è meglio nota come Isola Verde dista poco più di un miglio da Massaua ed è separata da questa dal canale omonimo.

Ci sono delle spiaggette deliziose e un bel reef e rappresenta una bella comodità per gli abitanti di Massaua avere a dieci minuti di barca a remi una spiaggia e una suggestiva barriera corallina. L’Isola Verde è popolata di uccelli compreso il falco pescatore ed è un luogo magico dove trascorrere ore liete senza la necessità di spostamenti complicati. È sempre attivo un servizio di barche a remi da Massaua all’Isola Verde e ritorno.

 Per l’atollo di Madote e l’isola Dissei ci vuole invece una barca seria perché distano da Massaua una quindicina di miglia, localizzate di fronte al golfo di Zula.

Madote è soltanto una striscia di sabbia sospesa in un mare verde come un diamante. Ci sono i resti di un traliccio metallico che sosteneva un fanale, utilizzato un tempo per la navigazione. L’isola di Dissei, come la Kebir sono le uniche dell’arcipelago che sono formate da rocce di natura vulcanica; inoltre Dissei è l’unica a possedere delle alture di una cinquantina di metri; ospita un villaggio di pescatori afar, i quali seguono uno stile di vita tradizionale, con un variopinto e suggestivo mercatino di conchiglie che compare all’improvviso come d’incanto quando una barca tocca la spiaggia per poi altrettanto rapidamente sparire allorché la barca si allontana.

I colori del mare sono veramente strabilianti e vanno dal verde chiaro e trasparente, dove l’acqua è bassa e lambisce spiagge di rena finissima, al blu intenso, chiazzato da macchie di smeraldo con pennellate di rosa per poi proiettarsi al largo in acque più profonde, ma sempre alternate da tratti di mare dagli incredibili colori con tonalità di tinte chiare che vanno dall’azzurro al turchese. I fondali, quando sono di una limpidezza estrema, sono splendidi e popolati da miriadi di pesci colorati; a volte, durante la navigazione, o nei pressi della barriera corallina, si possono incontrare tartarughe marine e delfini. In alcuni periodi dell‘anno il mare non è limpido a causa dell‘intenso plancton che è l‘indice della salute di quelle acque.

Una delle caratteristiche delle isole Dahlak è proprio quella di essere lembi di deserto emersi dal mare. Oggi una parte delle Isole Dahlak è riserva nazionale. 

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 Il Mar Rosso delle Dahlak

Il sud del Mar Rosso, nel lato africano è delimitato dalle coste dell’Eritrea, mentre sono l‘Arabia Saudita e lo Yemen che disegnano le rive della sponda asiatica.

L’acrocoro del Corno d’Africa si affaccia come una terrazza sul Mar Rosso e sulle sue innumerevoli isole. Sono davvero tante le isole che tappezzano il sud del Mare Eritreo, la maggioranza delle quali si trovano tra il 15° e 17° parallelo, tra l’Eritrea e l’Arabia Saudita, meno numerose sono quelle che si trovano di fronte allo Yemen.

Di fronte all’Eritrea c’è l’arcipelago delle Dahlak, mentre davanti all’Arabia Saudita c’è l’arcipelago delle Farasan.

Le Dahlak sono di gran lunga le più numerose, potendo contare su centinaia di chilometri di coste. Soltanto a pensare una tale vastità, si possono intuire le difficoltà di poterne visitare anche una piccola parte; potremmo perderci subito nella numerazione di queste isole: se ci fate caso, non esistono due valori uguali riportati; in compenso il range di questi numeri è vastissimo e va dalle 160 alle 360 isole. Non dico la mia stima, almeno evito di aggiungere un numero in più. E poi a che serve saperlo? Diremo solo che sono tantissime, quasi tutte disabitate, desertiche, selvatiche, difficili da navigare, ben lontane dagli stereotipi delle Maldive e delle Seychelles. Forse vale la pena di sottolineare che le più grandi sono circa un centinaio, ma le piccole sono davvero tante e raggruppate in un area di circa 200 km quadrati. Un aspetto le contraddistingue: si trovano nel mare più salato e più caldo del mondo con un reef ricchissimo di vita animale e vegetale in buona parte autoctona. Infinite barriere coralline si alternano a lagune e isole sabbiose che appaiono, scompaiono e si trasformano a seconda delle maree. 

Le Dahlak sono isole selvatiche, difficili da esplorare; non ci sono palme che donino un po’ d’ombra sulle spiagge bianche di sole, non esistono club turistici con piscine, campi da tennis e favolosi ristoranti né servizi nautici che dispongano di barche, di sorveglianza ai sub, di assistenza medica.

 Le isole Dahlak si possono raggiungere solo in barca, che diventa il punto di riferimento, la tua casa, il tuo rifugio e il tuo mezzo di spostamento che bisogna subito imparare a trattare con pazienza e rispetto.

Le isole Dahlak sono senza dubbio le ultime barriere coralline al mondo a essere rimaste totalmente escluse dal turismo di massa; è stata proprio la guerra tra Eritrea e Etiopia a tenere lontano le orde di visitatori che hanno invaso le barriere coralline del Nord del Mar Rosso. Possiamo tranquillamente affermare che le isole Dahalk sono rimaste tali e quali si presentavano centinaia di anni fa, non essendoci stati avvenimenti politici, guerre e cataclismi che siano riusciti a modificare sensibilmente l’ambiente esterno e quello marino.

L’isola più grande delle Dahlak, Kebir, ha una forma tondeggiante che racchiude un grande golfo dove giacciono, su un fondale di una quarantina di metri, alcuni tra i relitti più importanti della marineria italiana (Prometeo, Guerra del Golfo, Urania, Bottego, Nazario Sauro): sono da 70 anni posati sul fondale del golfo interno di Dahlak Kebir, ma, invasi ormai totalmente dal reef, possono sfuggire alla vista dei sub e possiamo trascurarli quali fonti di inquinamento. È probabile che fra così tante isole, giacciano sul fondo di quel mare tante altre navi che siano naufragate finendo contro quei pericolosi scogli.

Per quanto ci risulta, fino ad ora sono ancora veramente pochi i turisti che vanno a visitare le Dahlak, a parte coloro che da Massaua si recano alle isole di Madote e Dissei in una gita di poche ore giusto per farsi un’idea del mare dell’arcipelago e delle barriere coralline; non possono però pretendere nulla di più di quel fantastico mondo che esiste dietro a queste due isole, le più vicine a Massaua.

  Il Mar Rosso è un mare particolare che risente principalmente del caldo proprio dell’equatore termico che lo traversa e della salinità delle acque che raggiungono valori di 45-48‰. Il Mar Rosso si può considerare un mare chiuso che comunica con l’Oceano Indiano attraverso lo stretto di Bab El Mandeb. La caratteristica peculiare dell’acqua del Mar Rosso è il suo alto contenuto di sale in forma ionica; la salinità indica la quantità di sali disciolti nelle acque marine, sali che provengono dal delta dei fiumi, dall’eruzione dei vulcani sottomarini e dagli organismi marini in decomposizione. Per quanto riguarda il Mar Rosso, i sali trasportati con i fiumi sono ritenuti da molti come un importante apporto di sale al mare; c’è però da dire, a questo riguardo, che le ondate di piena che si formano in alto nell’acrocoro etiopico, poi scorrono in assetati terreni desertici che vanno dalla base delle montagne alla costa eritrea: le acque dei fiumi dei bassopiani è quindi ben raro che raggiungano il mare perché vengono catturate dalla tragica aridità dei deserti che poco o nulla del prezioso liquido lasciano arrivare al mare.

È più probabile invece che l’alta salinità del Mar Rosso sia dovuta all’intensa evaporazione dovuta alla alte temperature del mare e dell’aria, salinità che arriva a toccare il 44 ‰ mentre quella delle acque oceaniche è attorno a 35‰. L’evaporazione dell’acqua dovuta alle alte temperature e alla scarsità dell’acqua dei fiumi che giungono al Mar Rosso, prima di perdersi nei bassopiani, ha dato origine all’alta salinità e alla relativa comparsa di particolari specie di fauna acquatica.

Non è certo cosa abbia dato il nome al Mar Rosso migliaia di anni or sono. Alcuni sostengono che il nome sia dovuto ad una particolare alga di colore rosso che in certi momenti dell’anno chiazza quel mare. Altri suggeriscono che il nome sia da riferirsi alle montagne dei dintorni, ricche di minerali rossi. Quella che sembra la più credibile versione, sostiene che il nome di Mar Rosso nasce dal suo aspetto che assume all’alba e al tramonto quando per pochi secondi diventa di un bel rosso acceso che colora di vermiglio uomini e cose. A tal proposito, alcuni affermano che all’esatto momento in cui il sole tramontando nel Mar Rosso, sparisce all’orizzonte, un raggio verde, molto intenso, per un attimo copre il rosso del tramonto e porterebbe fortuna a chi riesce a vederlo. Posso garantire la grandiosità e lo sfolgorio dei colori dei tramonti sulle isole Dahlak, e sono certo che, dopo aver ammirato il primo, non ne perderete più uno, ma il raggio verde non sono mai riuscito a vederlo.

 Le isole dell’arcipelago sono tutte di natura madreporica, a parte, come abbiamo già ricordato, Dissei e Kebir che sono di natura vulcanica. Sono isole pressoché deserte. Fino a poco tempo fa andarci era problematico in quanto era difficile trovare disponibili i sambuchi perché impegnati nella pesca delle perle; in ogni caso i sambuchi sono austeri e i viaggiatori necessitano di un buon adattamento.

Di rado si soffermano nelle isole maggiori barche da crociera; nei mesi invernali si possono incontrare isolate barche di esperti velisti che vengono da lontano a sfidare le scogliere delle Dahlak, per lo più a bordo di catamarani d’altura, e trovano in quelle isole tante di quelle gratificazioni che minimizzano gli inconvenienti di un prolungato soggiorno. Questi turisti di solito decidono di attuare nel mare eritreo soste ancora più prolungate di quelle previste. 

Se è vero che, una volta giunti alle Dahlak, non si vorrebbe più ripartire, ciò è imputabile al fatto che non è affatto necessario immergersi con tute e bombole, ma sono sufficienti maschera, pinne e boccaglio per effettuare dell’ottimo snorkelling ovviando alla necessita di un’assistenza specializzata per le immersioni in profondità. In pochi metri di mare il reef mostra il meglio della sua spettacolarità. Con maschera e pinne infatti, si possono ammirare barriere coralline ricche di un’infinita varietà di pesci tropicali, di anemoni, ma anche di crostacei, e sempre in pochi metri di acqua si fanno avvicinare delfini, mante, tartarughe, grosse cernie, sauri, squali e barracuda. Benché abbia girato a lungo per le Dahlak non ho mai visto un dugongo e tantomeno ho sentito emettere suoni strani da questi animali tanto che alcuni hanno definito quei versi il “Canto del Dugongo”. Sono talmente tante le isole di questo arcipelago che è molto probabile che il dugongo qualcuna di queste le abiti. In tutti i casi l’intelligente creazione da parte del governo eritreo di parchi marini ne permetterà l’eventuale conservazione e il ripopolamento.

 Un incontro invece che ho fatto in barca con alcuni amici nel canale di Massaua   è stato quello con un magnifico capodoglio che si è fatto ammirare in superficie per qualche minuto prima di immergersi senza più riapparire.

I sambuchi

La pace fra Eritrea e Etiopia ha sancito fra le tante cose una stretta collaborazione nel campo del turismo, con l’obiettivo di mettere in vendita pacchetti congiunti per i due paesi, offrendo da parte etiopica la bellezza della natura dei suoi territori ed il patrimonio artistico, fantastico ed unico, mentre da parte eritrea, il principale aspetto turistico è rappresentato dall’arcipelago delle Dahlak.

Oggi i sambuchi non hanno più la licenza per portare i turisti. Per andare alle Dahlak ci sono delle lance veloci e dei grossi motoscafi gestiti dal diving governativo o da Mike. Le lance possono portare da 4/6 a 6/8 passeggeri, i due motoscafi sono governativi e possono portare gruppi da 12 a oltre 15 turisti, non possono arrivare vicini alla riva delle isole, ma hanno bisogno di un tender per i trasbordi. Mike ha un paio di lance veloci. Il proprietario del Grand Hotel Dahlak (Massaua) e dell’Albergo Italia (Asmara), Giovanni Primo, ha anche un piccolo peschereccio in grado di trasportare (non ospitare a bordo) 15/20 turisti ed una barca a vela, che noleggia entrambe.

Per chi, come me, ha utilizzato sia il sambuco che potenti barche a motore per navigare per quelle isole, può solo sperare che queste barche siano quanto prima riutilizzate nuovamente per spostarsi nelle isole eritree; personalmente non vedo ostacoli alla realizzazione di  un loro rapido ritorno all’attività turistica e sono certo che ciò avverrà in tempi brevi e quindi dedicherò  a queste romantiche barche uno  spazio adeguato con l’augurio di vederne presto e tante sia a Massaua che nelle isole. Scriverò di loro come se non fossero state costrette a rifiutare ingaggi turistici ma che fossero tuttora a disposizione di tutte quelle persone che amano il romantico errare e che ben volentieri, appena nuovamente disponibili, si faranno trasportare in antiche imbarcazioni piene di fascino e di seduzione.

I sambuchi sono ancora oggi le barche più diffuse nell’arcipelago eritreo e sono velieri di 12 –  15 m a chiglia piatta e a vela latina. Sono centinaia e centinaia di anni che queste imbarcazioni solcano il mare delle Dahlak. C’è da dire che oggi ogni sambuco tiene un motore fuoribordo di riserva; per la maggioranza sono motori See Gull a gamba lunga con eliche a sei pale, gli unici motori fuoribordo capaci di smuovere un pesante sambuco: queste barche sono simili al praho che solca gli antistanti mari delle coste arabe. Il sambuco ospita una decina di marinai con un capitano chiamato Nakuda. Sono imbarcazioni snelle pitturate in maniera festosa e costruite appositamente per viaggiare nell’arcipelago eritreo pieno di scogli sommersi; la loro chiglia infatti è piana, l’interno è austero, non esistono latrine.

Se si vuole entrare nell’intimità del luogo, tuttavia, bisogna adattarsi a viaggiare in queste barche a fianco a fianco dei marinai afar che pian piano portano l’ospite a comprendere il loro modo di vivere e a far aprire il loro animo per la comprensione della bellezza delle isole Dahlak.

I sambuchi sono nati quando prese il via il mercato delle perle, molte centinaia di anni fa e fin d’allora la vita dei marinai è stata totalmente improntata sulla pesca delle ostriche perlifere.

Durante l’occupazione italiana la pesca delle perle fu proibita e da allora non è stata più liberalizzata; i sambuchi si sono dovuti  adattare a raccogliere trocas, conchiglie ricche di madreperla e ricercate per fabbricare bottoni, e a catturare pescecani per asportare le pinne e metterle a seccare  al sole: queste ultime vengono acquistate ancora oggi da mercanti arabi che a loro volta le rivendono a  trafficanti orientali per la credenza che la polvere ricavata dalla triturazione delle pinne essiccate, ristabilisca la forza sessuale. Quindi oggi i sambuchi per quadrare il bilancio non disdegnano di imbarcare anche qualche gruppetto di turisti.

 Viaggiando per l’arcipelago con il sambuco, si impara a nutrirsi come i marinai, con pasti a base di pesce appena pescato e ci si abitua a dormire in una qualsiasi spiaggia dove si arena la barca per la notte.

Il viaggiatore a bordo del sambuco riceve delle attenzioni particolari, ma la manifestazione che più apre l’animo degli ospiti, avviene all’alba e al tramonto, momenti nei quali quegli uomini rudi e temerari, si prostrano tutti, assieme al Nakuda, con il volto verso la Mecca e pregano ad alta voce affinché Dio conceda loro una giornata di lavoro sereno, o per ringraziarlo per aver donato un’altra giornata di vita.  I passeggeri rimangono prima perplessi e poi affascinati dalla fede di quegli uomini semplici, onesti e maestri di vita. La loro fede e il rispetto della natura arrivano a toccare l’animo del viaggiatore. Più prosaicamente ritengo molto difficile viaggiare senza latrine, ma l’austerità smuove l’animo del turista.

Sono personalmente convinto che ancora oggi sia indispensabile utilizzare il sambuco per scorrazzare l’arcipelago dove il mistico si fonde con la forza della natura. Per dormire invece sconsiglio la cuccette del sambuco e invito tutti a dormire sulla spiaggia con lo sguardo rivolto verso un’incredibile cielo stellato tanto luminoso da rendere visibili, quando manca la luna, i contorni delle isole e il viso di un vicino. In presenza della luna si riescono a vedere anche i volti degli afar anche se sono molto oscuri. Se c’è poi un po’ di risacca, le onde leggere che arrivano sulla spiaggia daranno vita a festoni luminosi che culleranno piacevoli sogni.

Nel mare delle Dahlak è presente in modo intenso la noctiluca, organismo unicellulare che, una volta sollecitato, dà vita a una luminescenza che disegna di un colore verdognolo tutto ciò che si muove nel mare. C’è della magia in questo fenomeno che non cessa mai di stupire e che riempie il cuore di dolcezza. L’aspetto più bello della luminescenza è quello che si verifica facendo il bagno la notte. Specie se si è in 5 o 6 persone in acqua, tenendosi per mano e facendo il girotondo, si dà vita a qualcosa di surreale generato da corpi umani luminosi che danzano dentro il mare un sabba stregonesco.

È il Nakuda che decide il ruolo dei marinai ed è sempre lui che invita gli ospiti a partecipare ai rituali del tè e del caffè, scegliendo i momenti più opportuni. È sempre il capitano che decide quali marinai devono scendere sui sandolini, piccole imbarcazioni simili a piroghe che vengono calati in mare con un marinaio che si porta appresso uno degli ospiti che potrà partecipare alla pesca dei crostacei oppure   rimanere nella  piccola barca ad osservare il marinaio, opzioni  necessarie a coinvolgere emotivamente i suoi passeggeri al lavoro di bordo; il passeggero potrà usare la sua maschera o, a sua scelta, una specie di tubo di latta di circa 80 centimetri di lunghezza e una ventina di centimetri di diametro  con un vetro fissato ad una delle estremità, costruito dagli stessi marinai; in  tutti i casi rimarrà abbagliato da quella  esplosione di colori dei coralli e dei pesci della barriera, cangianti di minuto in minuto come fosse  un immenso caleidoscopio.

Questo metodo è molto valido e istruttivo, molto più idoneo che andare da soli dopo avere consultato un libro illustrato delle barriere coralline. Il marinaio ti prende per mano e ti mostra gli aspetti più suadenti del reef, i coralli più belli, gli animali velenosi e quelli urticanti, i colori più vivaci, i predatori, le conchiglie e le stelle marine più rare; di queste ultime ti permetterà di raccoglierne ben poche spiegandoti la necessità della loro presenza per mantenere un giusto equilibrio nel complesso “Acquario di Dio”. Solo per ultimo ti mostrerà quali sono le ostriche perlifere, ma con una certa riluttanza spostando l’attenzione sulla tua scarsa riserva di aria e sollecitandoti a risalire per farti respirare.

Le isole Dahlak e il loro reef

Ho già ricordato che è molto agevole accedere al reef delle Dahlak: infatti la maggior parte delle dolci spiagge di questo arcipelago è direttamente aperta sulla barriera corallina ricchissima di flora e di una fauna intensamente colorata di cui l’uomo, improvvisamente, entra a far parte circondato da miriadi di coralli e di anemoni, di tante specie di molluschi e di pesci.

È un paradiso per chi ama osservare le conchiglie e le stelle marine spiaggiate. Alle Dahlak flora e fauna marine, in totale assenza di turismo e di aggressioni, si sono sviluppate in maniera straordinaria.

È stato stimato che in   questo arcipelago esistano 3.000 specie viventi, almeno 100 specie di uccelli, più di 1.000 specie di pesci, molte delle quali esistono solo in queste acque, giocano e vivono nel paradiso del reef, fino a una tarda età.

Ci sono oltre 1.000 specie di molluschi, tra cui la Tridacna gigas, nonché varie specie di nudibranchi e conidi. Sono segnalate inoltre almeno 330 specie di ascidie e oltre 500 specie di alghe che formano vere e proprie praterie sottomarine, che attraggono i pesci che vi trovano rifugio.

L’estraneo si sente osservato da decine di tipi di squali e di razze, e da molte varietà di tartarughe di mare. Chi si cala in quelle straordinarie acque, nuota fra diverse specie di delfini e di molluschi giganti che possono superare i 120 anni di vita. 

Più che altro tuttavia le isole Dahlak offrono a chi si immerge nel loro mare, visioni di sterminate distese di coralli e di anemoni fra i cui rami e tentacoli nuotano infinite flotte di pesci dalle forme bizzarre, ma sempre eleganti, dagli aspetti più differenti, ma sempre raffinati, dai vividi colori che cangiano in continuazione e che affascinano l’osservatore fino alla commozione.   

I coralli duri esplicano un lavoro ininterrotto che è iniziato migliaia di anni fa. È imperativo non interrompere o rallentare questa attività. Infatti la barriera corallina che il turista visita è tanto meravigliosa quanto delicata e un qualsiasi danno non si sa se potrà essere riparato o come possa evolversi per provocare in seguito danni molto più ingenti.

Tra le vallate sommerse e il litorale si trovano sempre barriere secondarie con acque basse ideali per lo snorkelling. In queste lagune splendide e tranquille i pesci più piccoli allevano le loro nidiate e riescono a eludere i predatori.  Sono l’ideale per coloro che vogliono scoprire il reef senza correre alcun rischio.

Il reef è uno degli ecosistemi più importanti e imponenti del mondo e uno dei più minacciati. È una specie vivente che a sua volta fornisce l’habitat a migliaia di altre specie viventi. Oggi le barriere coralline sono aperte ai turisti e quella delle Dahlak consiste di molte centinaia di chilometri di reef pronti per essere esplorati, ma deve essere assolutamente mantenuto l’equilibrio tra le varie forme viventi e per questo il turista deve fare la sua parte.

È evidente che pescare in quelle acque dove ci sono più pesci che in qualsiasi altro mare, tirare su un pesce dopo l’altro, anche senza esche, porti ad un’esaltazione che difficilmente fa cessare la mattanza. È spesso inutile far capire che con un pesce di cinque chili ci mangia una decina di persone.

Non si ferma facilmente colui che, entrato in acqua, si ritrova sotto un paio di metri di mare un’emozionante distesa di conchiglie e di stelle marine, pronte per essere raccolte.

I colori brillanti che conferiscono al corallo il suo aspetto caratteristico sono creati dalle alghe. Solo il corallo vivo è colorato. Il corallo bianco è morto.

Ogni turista che approda all’arcipelago delle Dahlak deve essere cosciente che può apportare danni permanenti alla barriera corallina e quindi ha il dovere di rispettarla e di comportarsi come il visitatore di un importante museo.

Nel reef la natura ha espresso il meglio di se stessa, ha mostrato all’uomo le sue capacità creative, ha espresso la sua enorme potenzialità, ma al contempo mostra la sua fragilità e pretende tutta la dovuta considerazione.

Il mare in genere e in particolare modo la barriera corallina non sono una pattumiera ed è assolutamente da evitare di gettare in acqua qualsiasi rifiuto e asportare parti o componenti del reef.

Uccelli

Su alcune isole delle Dahlak vivono migliaia di uccelli, su altre non c’è traccia di alcun volatile: cosa crea questa differenza? Vengono in mente isole e terreni dell’Antartide dove alcuni posti sono abitati da decine di migliaia di pinguini o di foche che, malgrado immensi spazi disabitati, vivono in posti relativamente ristretti, tenendosi fra loro vicinissimi, gomito a gomito di certo per proteggersi dai predatori.

   Sulle isole Dahlak non è la stessa cosa: per gli uccelli marini trovare cibo è particolarmente facile e nel contempo possono adeguare il loro istinto di  vita  comunitaria; se la notte dormono, di giorno volano per procurare il cibo per i piccoli e per  tenere d’occhio le uova depositate in luoghi riparati; è probabile che più fattori  giochino un ruolo nell’attrarre gli uccelli fra loro: molte specie di gabbiani, aironi, ibis, falchi pescatori,  rondini di mare, pellicani, cormorani, e fenicotteri vivono in gruppi molto numerosi e trovano nell’arcipelago delle Dahlak un ambiente molto confortevole.

In queste isole gli uccelli non hanno predatori ed è forse solo la necessità primordiale di tenersi uniti che li spinge a una vita comunitaria. Quando tutti i gabbiani si involano assieme e girano attorno all’isola da loro abitata, oscurano il sole per il loro impensabile numero, mentre le loro grida sono talmente forti da rendere difficile comunicare a voce. L’isola di Madote, relativamente vicina a Massaua, ospita così tanti uccelli che viene comunemente chiamata l’isola degli uccelli.

Nelle spiagge abitate dai volatili, non c’è guano, come sarebbe logico aspettarsi.  Le robuste maree ripuliscono in continuazione totalmente le spiagge.

 Una delle caratteristica delle isole Dahlak è proprio quella di essere lembi di deserti emersi dal mare e popolati da uccelli.

I nemici delle barriere coralline

Il cambiamento climatico, l’inquinamento, la pesca, il turismo non controllato e le creature ostili a quell’ambiente, quali la stella corona di spine, grande divoratrice di coralli, rappresentano le minacce principali alla salute della barriera corallina.

L’aumento della temperatura delle acque mette in crisi la vita dei coralli e con loro muoiono anche pesci, molluschi e crostacei che nella barriera trovano rifugio e cibo. Il riscaldamento del mare devasta la barriera corallina in maniera impietosa dando luogo ad un vero e proprio disastro ambientale. Ciò che la natura ha impiegato in decine di migliaia di anni a dare vita a una delle meraviglie più spettacolari del nostro pianeta, viene annientato in un tempo brevissimo dal rialzo delle temperature marine, e purtroppo i paesi più ricchi non hanno trovato accordi significativi per controllare l’emissione nell’atmosfera di anidride carbonica, la principale imputata, chiamata in causa e ritenuta colpevole di essere la vera responsabile dell’aumento della temperatura del nostro pianeta.

 Altri pericoli alla incolumità delle barriere sono costituiti dagli incidenti alle imbarcazioni, specie dalla fuoriuscita di petrolio dalle petroliere e piattaforme danneggiate e dai cicloni tropicali.

 I disastri ambientali che avvengono nel mare sono sempre più frequenti: sono molte le petroliere o le piattaforme che affondano o che perdono in mare il loro carico di petrolio.  I venti trasportano le grandi macchie di carburante verso terra e spesso investono le barriere coralline provocando implacabilmente la morte di tutti gli esseri viventi di quel paradiso. Ancora le navi: quando devono lavare le loro cisterne lo fanno appena sono fuori da acque territoriali.  Gli aerei quando devono liberarsi del carburante lo scaricano in mare. Anche in questi casi l’uomo non ha fatto nulla o quasi per limitare I danni.

La plastica ha invaso vastissimi tratti di mare: allorché, trasportati dalle correnti, questi enormi cumoli di rifiuti investono le barriere coralline che muoiono tristemente soffocate. Forse questo é l’unico nemico che l’uomo cerca di combattere limitando l’uso della plastica e immettendo nel commercio materiali biodegradabili. Ma siamo ben lontani dal risolvere il problema.

L’immissione diretta in mare dei rifiuti delle metropoli e delle fabbriche senza una preventiva depurazione provoca la distruzione della barriera corallina.

Tutto sommato sono pochi i paesi che evitano lo scarico diretto al mare dei rifiuti industriali e di quelli abitativi. Allorché il mare non è in grado di auto depurarsi, le maree tossiche prima o poi giungono alle barriere coralline e le annientano.

I mutamenti climatici stanno modificando anche la frequenza degli uragani e dei cicloni, che stanno aumentando di numero e di intensità, e quando si abbattono sulle barriere coralline che, come abbiamo visto, sono subito sotto il livello del mare, queste vengono distrutte dalla furia dei venti e dei marosi.

Abbiamo già ricordato la necessità di un turismo controllato e civile.

Ripetiamo che è molto semplice verificare lo stato di salute di un reef: i colori brillanti che conferiscono al corallo il suo aspetto caratteristico, sono creati dalle alghe e come abbiamo già ricordato solo il corallo vivo è colorato. Il corallo bianco è morto.

Come è possibile stabilire il valore di una barriera corallina?  Cosa può e cosa deve fare l’uomo per salvare da questi disastri una delle più belle cose che la natura gli ha elargito?

È evidente che l’uomo può fare molto ma è sconfortante constatare che le nazioni più ricche sono quelle che ostacolano maggiormente la stesura di accordi internazionali indispensabili per limitare i danni causati dall’uomo; eppure sarebbe sufficiente che il 5% della spesa militare di tutti i paesi del mondo fosse devoluta alla salvaguardia delle barriere coralline; va da se che tale spesa sarebbe in grado di combattere simultaneamente tanti altri contemporanei disastri ambientali.

QUALCHE NOTA SULLE ISOLE PIU’ CONOSCIUTE                                                           

Sceik Said

Meglio nota come Isola Verde, è accessibile a soli 10 minuti di barca a remi dall’isola di Taulud, collegata al porto da una corta diga e alla terraferma da una diga molto più lunga.

Abbiamo già parlato di questa splendida isoletta che, come ho già ricordato, è ricoperta in buona parte da una fitta selva di mangrovie, dotata di deliziose spiaggette e di un bel reef. Popolata da stormi di uccelli marini, è l’ideale per chi voglia godersi in tutta tranquillità una barriera corallina senza dover affrontare lunghi spostamenti in mare, così da ovviare agli inconvenienti più frequenti quali quelli propri della tarda o della troppo giovane età.

Valida anche per chi pratica lo snorkelling essendo il vasto reef dell’Isola Verde ricoperto da due- tre metri di acqua con una marea di circa un metro che lascia scoperte distese di fondali ricchi di conchiglie e stelle marine.

Consiglio un paio di giorni di sosta a Massaua e all’Isola Verde prima di addentrarsi nell’arcipelago delle Dahlak.

Dahlak Kebir

Un pontile isolato è l’unico accenno di vita passata nell’isola che nel sud del Mar Rosso attende qualcuno che la valorizzi e la possa offrire alla gioia di turisti avidi di singolari esperienze.

L’antico molo, ora deserto, era stato costruito e veniva utilizzato un tempo per il carico e il trasporto nei sambuchi dei mattoni di madrepore prelevati dal reef e inviati a Massaua dove venivano utilizzati per le costruzioni. Questo materiale era molto ricercato sia per l’estetica che per la funzionalità e la semplicità di applicazione.

Oggi si deve valorizzare questo fantastico arcipelago costruendo villaggi-vacanza che possano competere con quelli egiziani. La carta da giocare nelle isole Dahlak è quella della possibile offerta di vacanze ottimali durante l’inverno europeo essendoci, in quel periodo, nel sud del Mar Rosso un clima del tutto simile all’estate italiana e francese. Sei ore di volo diretto dall’Europa per andare in vacanza nell’arcipelago delle Dahlak diventerebbe competitivo co si preparano ad organizzare un villaggio turistico con voli della durata di almeno il doppio per raggiungere d’inverno barriere coralline con temperature ottimali come quelle delle Dahlak.

Gli abitanti di Kebir ricordano che alla fine degli anni 40 c’era un arabo che con una “Balilla” portava i turisti a fare il periplo dell’isola soffermandosi ad ognuno dei cinque villaggi.

L’isola è abitata da alcune piccole gazzelle dorcas e da qualche serpente. Il luogo si presta a essere bene colonizzato dal turismo e quindi gli eritrei si preparano ad organizzare un villaggio turistico a Dahlak Kebir.

Tutta l’isola è circondata da un reef quanto mai ricco di flora e di fauna: basti ricordare che in quel tratto di mare vivono cernie enormi che possono raggiungere i 200 chili di peso.

Dissei

Non è lontana da Madote  e va visitata perché è l’unica isola ad avere delle alture di una cinquantina di metri, dalle quali si può godere il panorama dell’intera isola e i resti di una pista in terra battuta dove atterravano piccoli monoplani di alcuni italiani benestanti che andavano a trascorrere al mare i fine settimana, ovviando agli spostamenti in mare. Nella vecchia pista ed in una vicina spianata cresce d’inverno una rada erba che sorprende in un clima così torrido.

L’isola dista solo una quindicina di miglia da Massaua, ma l’impatto che i visitatori hanno sbarcando a Dissei è tale da sembrare un luogo distante 1000 miglia dalla costa Eritrea.

Infatti la prima impressione che il turista ha, quando scende dalla barca è di essere giunto su un’isola deserta rimasta tale e quale a quella scoperta da qualche navigatore solitario, centinaia di anni prima.

Come ho già ricordato, in questa isola vivono alcune decine di pescatori afar che conducono un’esistenza quanto mai primitiva; abitano delle capanne in legno poste a ridosso di un’altura a pochi metri dal mare. Pescano pescecani ai quali asportano le pinne per essiccarle e rivenderle ai sambuchi di passaggio che a loro volta riforniscono gli isolani di ciò che necessita loro per sopravvivere come la farina di teff, limoni, fiammiferi, stoffe, reti e altro.

Nell’isola crescono vari tipi di acacie spinose che rimangono basse e vengono usate per fare il fuoco. Il nutrimento principale degli afar che abitano Dissei è naturalmente il pesce che si trova in abbondanza nel vicino reef che si è sviluppato al lato sud dell’isola; il pesce viene cucinato alla maniera più diffusa in tutto l’arcipelago e sulla costa eritrea: preparato un bel buco sul terreno della spiaggia, lo riempiono di legna a cui danno fuoco; quando è pronta una bella brace, la ricoprono con lieve strato di terra e quindi ci calano il pesce pulito. Con un grosso sasso chiudono il buco e in breve tempo il pesce è pronto per essere servito.

Posso assicurare che la riuscita è ottima: sarà il pesce appena pescato, sarà il buco e le pietre a contatto con il mare, il risultato è un piatto gustosissimo.

È necessario ricordare che non è vero che qualsiasi specchio di mare di queste isole sia paragonabile a un ricco acquario; come avviene per gli uccelli, anche i pesci hanno le loro preferenze e così ci sono reef stipati di vita ed altri colonizzati da quantità di esseri molto più modeste.

  Non starò qui a dire quali, a mio parere, sono i posti migliori, perché il bello della ricerca ognuno lo deve vivere di persona, tenendo semmai in considerazione i consigli dei Nakuda che logicamente conoscono bene lo stato dei reef, ma anche loro, se rivelano i posti migliori, tolgono il piacere della scoperta.

È necessario abituarsi alla presenza di così tanti uccelli che corrono a proteggere le loro uova, deposte tra mattoni dei reef.

La spiaggia più bella di Dissei è quella che ospita il villaggio afar. Il mare antistante è simile a un’immensa piscina di acqua chiara larga e lunga circa cinquecento metri. Se si è su una barca senza motore o a motore spento, facendosi trasportare a riva dalla risacca, si può assistere a uno spettacolo bellissimo e emozionante.

L’acqua chiara è molto trasparente e lascia osservare il fondo sabbioso con molta precisione: quando si arriva scivolando silenziosi sul mare, a una cinquantina di metri dalla riva si deve provocare un rumore come il tonfo  di un remo sull’acqua; si assisterà allora a un evento sorprendente: una distesa di razze che prima  sostavano invisibili sotto un fine strato di rena, appaiono improvvisamente come una grande schiera  di aerei in perfetta formazione nuotando leggere verso il mare più profondo. Lo spettacolo è superbo in quanto tutte queste razze possiedono un dorso finemente decorato da una decina di cerchi pieni di colori i più vari rendendo la distesa di razze uno spettacolo indimenticabile. Personalmente ho potuto osservare questa bellezza più volte e l’ho trovata sempre capace di emozionarmi.

Madote                  

Da Dissei si naviga a vela spiegata verso l’isola di Madote, un bianchissimo banco di sabbia corallina che da lontano si intravede come una striscia candida in mezzo ad un mare colorato da tutte le possibili sfumature del verde.

 È consuetudine visitare queste due isole contemporaneamente. In realtà, Madote non è altro che una lingua di sabbia bianca accecante e priva di ogni forma di vegetazione nel bel mezzo del mare, di fronte all’ingresso del golfo di Zula. La temperatura dell’acqua, anche in inverno, oscilla fra i 27 e 28°C e quindi bagnarsi in quelle acque è decisamente piacevole e non sono necessarie quelle mute tropicali consigliate da qualche agenzia turistica per proteggersi dalle serie dermatiti provocate dalle sostanze urticanti diffuse nella barriera corallina, tenendo presente che lo stesso plancton quando vi si trova in grande quantità può avere anche lui effetti urticanti. Non ho avuto mai problemi di dermatiti da contatto, ma è necessaria molta prudenza per non incorrere in serie irritazioni cutanee.

Lo spettacolo più suggestivo in questa isola è quello della diversità di colore tra il mare che bagna il sud dell’isola e quello che sta a nord. Sono due colori di verde totalmente differenti benché i fondali per almeno un centinaio di metri siano ambedue sabbiosi. In un dicembre lontano mi sono trovato a Madote dove nel lato ovest pioveva e nel lato est, vale a dire a una cinquantina di metri di distanza, splendeva il sole. I colori dei due mari erano profondamente diversi: blu dove pioveva, verde chiaro dove splendeva il sole.

Harat, Dohul, Bah, Assarca, Enteara, Dahret, Dohul, Bahut

Sono un gruppetto di isole che fino a una ventina di anni fa facevano parte dei pacchetti proposti dall’unica agenzia di viaggi di Massaua: Mike, da oltre quarant’anni unico imprenditore che gestiva proprie imbarcazioni per raggiungere da Massaua le isole Dahlak. Malgrado la guerra, Mike è riuscito a sopravvivere e ancora oggi Mike possiede delle lance veloci.

CONSIGLI PER CHI VUOLE VISITARE LE DAHLAK

1)  Scegliere i mesi che vanno da novembre a marzo. Assolutamente da non considerare le offerte di gite nei mesi estivi per il serio pericolo di colpi di sole e colpi di calore.   

2)  Fornirsi dalle autorità locali di permessi per gli spostamenti tra le isole. Portarsi appresso senza esitare una guida se questa è consigliata o meglio imposta dalle autorità locali.

3)   Appena verranno liberalizzati, consiglio di viaggiare in sambuco, barca spartana e lenta, ma capace di elargire tanti momenti di vero piacere.

4)  Qualsiasi sia l’imbarcazione utilizzata, bisogna assolutamente portarsi dietro una congrua scorta di acqua minerale. Una buona regola è quella di portare il doppio di quanto valutato.

5)  Ci si deve riparare dal sole anche in acqua: è indispensabile fare il bagno con il cappellino e la maglietta bianca per evitare dolorose insolazioni.

6)  Fare in modo che la prima immersione nel mare della barriera corallina sia fatta in compagnia di un esperto.

7)  Imparare a conoscere subito gli organismi urticanti e i pesci velenosi, pena dolorose esperienze.

8)  Attenzione anche al plancton che se intenso, può essere urticante

9)  Se si pesca del pesce, questo va fatto controllare obbligatoriamente da un esperto per scartare quello non commestibile che può essere tanto tossico da mettere in serio pericolo la vita di colui che lo ingerisce.

10) Evitare di mangiare pesce crudo, compresi ostriche e crostacei.

11) Portarsi dietro una piccola farmacia con antibiotici generici, antibiotici intestinali, antistaminici, un antinfiammatorio non steroideo, un cortisonico, pomate varie, disinfettanti, bende e cerotti. Non vorrei sembrare esagerato, ma mi sono trovato spesso ad essere chiamato e a dover ricorrere alle mie scorte non avendo il malcapitato portato nulla con sé.

11) Se viaggi in sambuco, ascolta sempre i consigli dei Nakuda: loro conoscono bene la barriera corallina e così avrai modo di evitare vari guai.

12) Abituati a dormire la notte sulla spiaggia: saranno sonni indimenticabili, ma è imperativo interessarsi prima di come si comporta il livello delle acque in quella spiaggia, per evitare di essere svegliati dalle onde di marea.

13) Evitare di acquistare nei mercatini perle e coralli per evitare problemi alle dogane.

14) La bellezza di questo arcipelago è dovuta proprio al suo completo isolamento e quindi per ora è mancante di tutte quelle comodità che oggi offrono località con barriere coralline perfettamente attrezzate per il turismo. Non scegliete le Dahlak se non siete disposti ad adattarvi ad una vita spartana.

CONCLUSIONI

Le isole Dahlak rappresentano uno degli ultimi paradisi sommersi con un interminabile reef interrotto da spiaggette di sabbia corallina. Le più piccole sono solo dei banchi di rena, alti pochi metri sul livello del mare, per la maggior parte senza alcuna vegetazione o al limite con scarsissimi arbusti.

Siamo in molti in attesa che nell’arcipelago delle Dahlak siano allestiti dei villaggi-vacanza il cui successo è già dato per scontato vista la bellezza selvaggia e ineguagliabile del luogo.

© 2004 Il Corno d’Africa

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