Beppe Storelli, 28 agosto 2017

Desidero innanzitutto precisare che, contrariamente a quanto possiate pensare non mi è venuta la erre moscia; qualcuno leggendo il tiolo avrebbe potuto pensare che mi fossi sbagliato e che volevo parlarvi della Carla, a prescindere dal fatto che di Carla ne conosco parecchie e sono tutte mie care amiche (per lo meno me lo auguro). Ma l’argomento della calla lo ha introdotto il mio caro amico Gheremedìn, il quale, notizia delle ultime ore, in Asmara quest’anno non ci sono state le piccole piogge, e tutti sperano nelle grandi piogge, altrimenti niente raccolti, niente Afùn, niente Colhò, niente frumento, niente calle e magari un sacco di cavallette. Dio non voglia. Queste povere popolazioni sono già provate dalla siccità, ci mancherebbero le cavallette per aggiungere danno al danno. Ma non divaghiamo oltre, perché la telefonata di Gheremedìn ha introdotto un altro argomento: “ Le calle”.

Alla fine della stagione delle piccole piogge in Asmara, in zona Biet Ghiorghìs, Mai Ciuèt, Gola del Diavolo, nei fossati di scolo delle acque piovane cominciano a spuntare le prime foglioline di quelle che poi, con l’arrivo e la fine delle grandi piogge, diverranno delle rigogliose piante di calla e faranno il loro bel fiore dal calice candido, con nel centro la tipica infiorescenza gialla. Ho visto in questi giorni girovagando per il paese alcune di queste piante, e qui non voglio offendere nessuno, ma queste calle, paragonate a quelle di Asmara sembrano dei bonsai di calla, calle affette da nanismo.

Le calle selvatiche di Asmara arrivavano, a fioritura completa, ad una altezza di circa un metro/un metro e venti con un fiore di una grandezza fuori dal comune (anche fuori dalla provincia). La cosa più sorprendente era il lungo gambo robusto e rigonfio di un lattice trasparente e urticante. Perché questa tediosa premessa? È presto detto. Durante la stagione delle piogge noi maschietti sui dieci/dodici anni, si andava a fare il bagno, o nel laghetto di Biet Ghiorghìs, o in quello di Mai Ciuèt.

Solitamente eravamo un gruppetto da sei a dieci individui. Dopo il bagno, sulla strada del ritorno, ci imbattevamo in un paio di canali dai quali erano spuntate e fiorite le calle. E si finiva per darci battaglia, tutti contro tutti. Ciascuno di noi si armava di una calla estratta dalla pianta, e si cominciava ad inseguire l’ipotetico avversario e, una volta raggiuntolo, si faceva partire la scudisciata nelle gambe. All’impatto la calla rilasciava il suo liquido urticante che irritava la pelle e bruciava, bruciava da matti. Non so quante scudisciate io abbia date, ma ne ho prese parecchie, e per giorni e giorni mi portavo sulle gambe i lividi delle scudisciate prese. Bene, può sembrare incredibile dirlo, ma era divertente.

Non ricordo alcuno tra i miei amici che se la sia presa o se ne sia lamentato. Fughe, inseguimenti, fendenti che volavano, tutto all’insegna di una sana e schietta risata. Ripensandoci era incredibile quello che abbiamo fatto nella nostra infanzia prima, e con l’arrivo della pubertà poi. Mi sembra di rivedere i volti di Nunu, Ermete, Franco, Dario, Vittorio, Benito, Beppe, tutti sorridenti, la fronte madida di sudore, il fiato corto, la camicia sbottonata, felici come non mai, e qualche livido che cominciava a fare capolino qua e là sui polpacci delle gambe.

No, non è il caso che tu, caro il mio Seppia, me lo rammenti, ricordo perfettamente il sabato sera di un lontano 1961, quando tutti e otto, noi Martinez, con una calla in mano ci presentammo alla biglietteria del Cinema Impero e alla allibita bigliettaia, la Signora Nella Poli, rispondendo ad una sua domanda in coro dicemmo “Dobbiamo festeggiare San Callisto, protettore dei calli“ ed entrammo in sala stringendo tutti al petto la nostra adorata  calla.

Aprile 1971, mi reco ad Asmara in visita ai miei familiari. All’aeroporto mi vedo con il Seppia ed il Pistola che mi erano venuti incontro, Il Pistola si era sposato solo da qualche mese, per cui vuole che io vada a cena da lui per farmi conoscere la sposa. Ci sono cose che la circostanza impone, non puoi presentarti a mani vuote anche se si tratta di un vecchio caro amico, per cui, prima di recarmi all’appuntamento decido di passare dal fioraio per acquistare un bel mazzo di fiori con cui omaggiare la moglie dell’amico che più mi era caro. Entro dal fioraio, è stato per me come se avessi varcato la soglia del deserto. La bottega vuota, Il banco vuoto, le vetrine pure, una desolazione. Mi rivolgo alla commessa “Beh e i fiori??”.

Beppe, dovresti saperlo, in questo periodo dell’anno qui non ci sono fiori, e non ci saranno fin verso la seconda metà di Settembre per la festa del Mascàl, o te lo sei dimenticato?”. (Precisazione: in Eritrea e in Etiopia al 27 di Settembre si celebra la festa del Mascàl. Ė la festa che vuole solennizzare il ritrovamento della Croce di Gesù da parte di Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino). Mi volto e in un angolo del negozio vedo un enorme vaso di porcellana con dentro alcune splendide calle. “Beh” faccio, “ma non sono fiori quelli?”

Beeeeeppee Storeeeelli, le callllllle” detto con una smorfia di spregio e di disgusto. Eh già per me che venivo dall’Italia, mi ero dimenticato che per gli asmarini le calle sono un fiore di serie C, mentre per noi qui, le calle sono un fiore raro e di pregio e, se vogliamo dirla tutta, sono fiori bellissimi. Ho dovuto ripiegare sulla solita bottiglia di whisky, pur sapendo che il buon Pistola era astemio; in compenso, il Seppia faceva le parti di me e del Pistola messi insieme.

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Fiori di Calla, dal greco “Kalos” che vuol dire bello. Sono anche conosciute come i “Gigli del Nilo”
Addis Abeba: un 26 Settembre “Vigilia del Mascàl” per celebrare il ritrovamento della Vera Croce. I lunghi bastoni che vedete nelle mani dei fedeli sono i rami secchi della “Euphorbia candelabro”. All’interno sono cavi e fanno da camino; il flusso dell’aria dalla base del ramo permette allo stesso di ardere.