VALERIA DEPLANO   LA MADREPATRIA È UNA TERRA STRANIERA: libici, eritrei e somali nell’Italia del dopoguerra(1945-1960)LeMonnier 9788800747851 € 16  

Il testo, di stampo prettamente storico-scientifico, indaga con abbondanza di documentazione rintracciata presso Archivi pubblici italiani (Centrale dello Stato, di vari Ministeri, anche dismessi, politici, governativi ecc.) sia stranieri (Foreign Office, National Archives) principalmente il problema della richiesta di cittadinanza italiana avanzata nel dopoguerra da parte dei tanti ex-sudditi coloniali del Regno d’Italia: ascari che avevano servito per decenni sotto la nostra bandiera; civili magari “compromessi”, per il loro passato italianizzante, con le linee dei nuovi stati indipendenti; e l’estesissimo problema dei “meticci”, sia figli  di  padre italiano che,  seppur raramente, figli di padre “colonizzato” e madre italiana. Tutte persone che hanno avuto ragioni per richiedere la cittadinanza italiana e alle quali molto raramente è stata concessa. È evidente come il tema sia di attualità in questi tempi.
A differenza di altri paesi europei, dove il tema della decolonizzazione è stato analizzato a livello pubblico in maniera decisamente più incisiva (anche, a mio parere, perché le altre potenze colonizzatrici avevano uno status di imperialismo assai più antico e più ampio) in Italia il tema dei rapporti tra Stato ed ex-colonie nel dopoguerra è stato trattato in maniera più disinteressata.
Questo magari spiega, direi, perché pochissimi studenti delle nuove generazioni sappiano qualcosa di Dodecaneso, Tripolitania, Eritrea; al massimo hanno vaghissime conoscenze di una guerra d’Etiopia.
Certo, in Italia non si è arrivati all’assurdo per cui nel 2005 in Francia è stata approvata una legge che impone nei programmi scolastici di valorizzare il ruolo positivo del colonialismo (e questo spiega la mia sorpresa quando nell’Ottobre 2007 su una rivista decisamente non lepennista come  Nouvel Observateur mi sono trovata a leggere un articolo che quasi con meraviglia criticava il franco-centrismo e notava (meglio: lo notava lo storico Jean-Pierre Rioux, intervistato) che quella che prima del 1914 era l’unica Repubblica tra le potenze europee avesse “già allora” (e quindi in seguito) creduto che il colonialismo fosse un beneficio per i colonizzati. In Italia, quanto meno, un’intervista sul tema sarebbe considerata banale ed ovvie le osservazioni riportate.



La Deplano nota come fino a pochi decenni fa (il testo riporta anche dati relativi agli anni Ottanta) il tema cittadinanza – colonizzati – decolonizzazione fosse ristretto sostanzialmente a trattazione giuridico-burocratica, perché non è stata fatta a livello politico, cioè pubblico e condiviso, una trattazione del tema. Tant’è che, a differenza di quanto successo bene o male in altri stati europei, in Italia si può parlare di “decolonizzazione mancata”.
Il libro si articola in tre parti principali:
1-   Si tratta di ex sudditi che nel dopoguerra si trovavano in Italia: studenti, militari, commercianti ecc. e delle loro difficoltà, in un momento di “decolonizzazione” a trovare una sistemazione e un’identificazione come cittadini di un’Italia che li considerava stranieri o di un paese di origine che non li accettava per varie ragioni.
2-   Si tratta il tema dei “meticci” particolarmente eritrei e della loro richiesta di cittadinanza: se in un primo tempo la neonata Repubblica, sperando di poter trovare in loro appoggio politico al momento delle decisioni sul futuro dell’Eritrea, ebbe verso di loro un atteggiamento benevolo, una volta che l’Eritrea fu federata all’Etiopia tali motivazioni vennero a mancare.
3-   Si tratta in particolare il tema della cittadinanza, cercando di analizzare cosa essa significhi e come la Repubblica abbia deciso di concederla o meno.
Novembre 2017