Valeria Isacchini, aprile 2012

Tutte le antologie scolastiche riportano il passo della Gerusalemme Liberatain cui Torquato Tasso narra il feroce duello fra Tancredi e Clorinda, seguito dalla morte della vergine guerriera saracena, morte avvenuta proprio per mano dell’uomo che ne era perdutamente innamorato, ma che non l’aveva riconosciuta sotto l’armatura.

Il brano che tanti di noi hanno studiato a scuola è tratto dal canto XII, canto che, a una lettura completa, ci rivela una sorpresa: Clorinda era etiopica.

Lo studioso e coltissimo Tasso era certo venuto a conoscenza, nei suoi spostamenti attraverso le università e le corti italiane, delle notizie che da tempo circolavano in Europa sull’Etiopia, e forse (anche se non direttamente, dato che la prima versione italiana fu quella del Ramusio nel 1588, ma attraverso conversazioni di corte) di informazioni contenute nel testo pubblicato nel 1540 da Francisco Àlvarez sulla spedizione portoghese che, attraverso Massaua, Archico, Axum, Lalibela, era giunta dal Negus nello Scioa il 15 ottobre 1520.1Il libro di Àlvarez, che suscitò notevole eco in Europa, fece nuova luce su una terra che, pur già conosciuta, restava avvolta in un alone di leggenda, baluardo di religione cristiana in terra pagana, sede del misterioso Prete Gianni.

E veniamo quindi all’eroina creata dal poeta sorrentino. Ne conosciamo l’audacia, e ne ricordiamo soprattutto la languida morte tra le braccia di Tancredi:

D’un bel pallore ha il bianco volto asperso

come a’ gigli sarian miste viole,

e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso

sembra per la pietate il cielo e ‘l sole;

e la man nuda e fredda alzando verso

il cavaliero in vece di parole

gli dà segno di pace. In questa forma

passa la bella donna,e par che dorma.

Ma andiamo a curiosare un poco di più nel canto XII per capire come mai si è scatenato il duello con Tancredi, e cosa c’entra Clorinda con l’Etiopia.

Durante il giorno Clorinda ha partecipato alla battaglia solo da lontano, come arciera. Con risultati favorevoli, ma che non le bastano. “Perché mai una donna non deve entrare nel pieno del combattimento?” rimugina tra sé quella notte; cosa può fare per dimostrare maggiormente la propria audacia? Prende una decisione: si avvicinerà alle tende nemiche e incendierà una torre da guerra preparata dai Cristiani. Ottenuta l’approvazione da parte del Sultano, insieme ad Argante esce dalla città. I due riescono nel loro intento, il fuoco divampa, ma vengono scoperti e i Cristiani si scagliano contro di loro. Non resta che ripiegare, inseguiti, verso la porta di Gerusalemme, presso cui, fremente, il Sultano li attende. Argante riesce a porsi in salvo, ma la porta viene precipitosamente chiusa per impedire l’accesso in città delle schiere nemiche; Clorinda, che si è trattenuta in combattimento, resta fuori. Riesce a defilarsi fingendosi un guerriero franco, ma Tancredi la riconosce come nemico e la affronta. Il duello è furibondo e si prolunga per ore, finché si conclude con un fiotto di sangue:

E la veste, che d’or vago trapunta

le mammelle stringea tenera e leve,

l’empie di un caldo fiume.

Si sono così realizzati i foschi presentimenti del fedele vecchio servo di Clorinda, l’eunuco Arsete. Mentre infatti la guerriera si preparava alla sortita notturna, Arsete afflitto l’aveva inutilmente pregata di trattenersi dall’impresa. In un ultimo disperato tentativo di convincerla, le aveva rivelato infine le sue origini cristiane, che Clorinda ignorava.

Senapo, re dell’Etiopia, “del figlio di Maria la legge osserva, e l’osserva anco il popol nero“. Il pagano Arsete prestava servizio presso la reggia, agli ordini della regina “che bruna è sì, ma il bruno il bel non toglie” (è il corrispondente del famoso “Nigra sum, sed formosa” del Cantico dei Cantici). Senapo, innamoratissimo della moglie, ne era anche estremamente geloso, e la regina accettava docilmente di vivere praticamente segregata in casa, immersa nella preghiera. Era particolarmente devota ad un’immagine che decorava la sua stanza: una fanciulla di pelle bianca legata, mentre un cavaliere con la lancia trafigge un drago ai suoi piedi. La regina, durante la gravidanza, era rimasta talmente impressionata da questa immagine e da questa fanciulla che, quando partorì, scoprì con sorpresa che la neonata, cioè Clorinda, era di pelle bianca. Per non incorrere nella folle gelosia del marito, pensò bene di sostituire la bambina con un’altra di pelle nera, e Clorinda venne affidata al fedele Arsete, che la curò e la crebbe, ma come pagana.

La guerriera, una delle più famose eroine della poesia italiana, quindi, apparteneva alla più alta schiatta abissina.

Senapo imperator de la Etiopia“ era già comparso nell’Orlando Furioso; secondo Gianfranco Fiaccadori2, vi si deve riconoscere il negus Amda Șeyon3, ovvero Gabra Masqal.

Che poi da una coppia nera sia nata una bimba bianca, per suggestione dalla fanciulla rappresentata nell’immagine devozionale, non c’è granché da meravigliarsene. Uno studio sulla forza (perversa) del pensiero nelle impressionabilissime donne si trova nel piacevole e ironico saggio di Francesca Serra, Le brave ragazze non leggono romanzi4. I filosofi naturali del XVI e XVII secolo erano convinti che attraverso la teoria degli influssi si potesse spiegare ogni fenomeno della natura, anche quelli più sorprendenti. Soprattutto poi quando si aveva a fare con donne, esseri notoriamente troppo suggestionabili e dalle incontrollabili fantasie, particolarmente al momento del concepimento e della gravidanza: il cervello femminile ha fibre particolarmente delicate e molli, su cui immaginazione ed emozioni lasciano tracce assai profonde, con inusitate conseguenze. Tant’è che veniva commentata negli ambienti colti del ‘600 una sentenza emessa dal tribunale di Grenoble nel 1637, che aveva assolto dall’accusa di adulterio una donna, la quale si era difesa affermando di avere sognato un rapporto sessuale col marito, lontano da casa da anni, e di essere perciò rimasta incinta. I medici chiamati a testimoniare affermarono che non era strano, perché la potente fantasia femminile può benissimo attivare la forza generativa. La sentenza era in realtà quella che oggi chiameremmo “leggenda metropolitana”, ma venne creduta, discussa e commentata per tutto il secolo. E Gianbattista della Porta in un suo saggio sulla magia naturale del 1558 sostiene che una donna, avendo in camera la statua di un bellissimo fanciullo, partorì un figlio bianco e delicato come la statua.

La stessa nascita di Clorinda venne ispirata a Tasso da un poema alessandrino assai diffuso tra Medioevo e Rinascimento, Le Etiopiche, di Eliodoro. In esso la protagonista Cariclea è figlia del re d’ Etiopia Idaspe e della regina Persinna, ma anche lei ha dovuto essere abbandonata dalla madre, perché nata bianca. Motivo? Durante l’amplesso Persinna (distratta!) guardava su una parete della camera un dipinto raffigurante Andromeda.

È comunque sorprendente notare che Tasso ha giustamente scelto come immagine devozionale particolarmente cara alla regina d’ Etiopia proprio il veneratissimo San Giorgio, protettore dell’Etiopia, rappresentato secondo la diffusa iconografia sia europea che abissina:

D’una pietosa istoria e di devote

figure la sua stanza era dipinta.

Vergine, bianca il bel volto e le gote

vermiglia, è quivi presso un drago avinta.

Con l’asta il mostro un cavalier percote:

giace la fèra nel suo sangue estinta.

Quivi sovente ella s’atterra, e spiega

le sue tacite colpe e piange e prega.

Questa scelta non è certo casuale, e conferma come la conoscenza di certi aspetti della religiosità etiopica fosse diffusa negli ambienti colti italiani di fine Cinquecento. Clorinda, dunque, sarebbe nata bianca per la suggestione creata nella madre dalla visione continua di Birutawit, la “ragazza di Beirut”, dalla pelle chiara.

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1v. Àlvarez Francisco, in Enciclopedia Italiana. Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana. Il testo di Àlvarez, Ho Preste Joam dasIndias. Verdadera informaçam das terras do Preste Joam seguendo vio y escreveo ho Padre Francisco Alvarez, fu pubblicato a Lisbona nel 1540; v. anche Gian Carlo Stella, Alcune note sull’antica Mazua (Massaua), https://www.ilcornodafrica.it/st-massaua.

2L’Etiopia, Venezia e l‘Europa, in Nigra sum sed formosa: sacro e bellezza nell‘ Etiopia cristiana, Terra ferma, Vicenza, 2009

3Oppure Amda Tsion, seguendo la pronuncia

4Bollati Boringhieri, 2011.