Nicky Di Paolo e Alberto Vascon, 12-10-06
 
In questo numero cercherò, assieme ad Alberto Vascon, di tracciare il profilo di un personaggio che è degno di tanta stima e rispetto e tutt’oggi continua a suscitare su chi ha la fortuna di incontrarlo slanci di simpatia per la sua carica di umanità e di generosità.
Giuseppe Cleto Mario Tringali detto Pippo è nato ad Asmara nel 1922 da Giovanni che assieme al fratello avevano, come imprenditori edili, ricostruito buona parte di Massaua distrutta pochi anni prima dal terremoto. Acquisì la maturità classica al locale Liceo “F. Martini” nel 1940. E’ stato proprio il  Liceo di Asmara a condizionare la vita futura di questo uomo dalla personalità così particolare. Infatti scoprì che nella sua scuola era stato allestito un piccolo museo che racchiudeva tanti reperti trovati fra le rovine di antichi monumenti abissini  che sono sparsi un po’ dovunque in Eritrea.
Fu frequentando assiduamente quel piccolo museo, che si ammalò di una febbre alta ed insensibile a qualsiasi terapia. L’aveva ghermito il germe dell’archeologia e sarà sufficiente ricordare che nulla e nessuno è riuscito mai a guarirlo da questo inconveniente.
Finito il liceo la sua occupazione per sbarcare il lunario la trovò come impiegato prima al centro meteorologico, poi alla SEDAO e infine alle officine Fiat di Tagliero dove rimase a lavorare per 20 anni. Il suo vero lavoro però era l’archeologia. Oggi confessa candidamente di non aver mai  letto alcuno dei numerosi scritti pubblicati dagli  archeologi italiani militari che operarono in Eritrea decine di anni prima. In verità quegli studiosi, fra cui ricordo il Piva, avevano più che altro viaggiato e localizzato luoghi ricchi di rovine, ma ben poco avevano scavato. Giuseppe Tringali al contrario voleva andare a vedere cosa c’era sotto terra; si basava su informazioni avute da  persone, di solito eritrei,  che avevano notato qualcosa di interessante durante il lavoro nei campi. Lui infatti chiedeva a tutti quelli che incontrava se avevano osservato in qualche terreno l’affioramento di mura o di vasellame (cubaia araghit allò?). Fra i tanti, c’era sempre qualcuno che aveva informazioni al riguardo. Notizie simili le venne a sapere anche da quegli italiani che cercarono l’oro in Eritrea e che spesso andavano ad imbattersi in siti archeologici. 
Per Pippo era sufficiente una segnalazione. Inforcava allora la sua bicicletta e assieme a due operai indigeni, armati di pale e piccon,i raggiungevano i vari luoghi segnalati  attorno ad Asmara e lì trovava quelle gratificazioni che nessun altro giovane asmarino si sognava di cercare. L’archeologo purtroppo lo poteva fare solo il sabato sera e la domenica, gli altri giorni doveva lavorare, ma quel poco tempo era sufficiente a farlo sognare tutta la settimana e a rendergli sopportabile il lavoro impiegatizio. Anzi, non è esatto ciò che ho detto.
Tutte le sere, dopo cena, Pippo, che non andava mai al cinema o a qualche club, dedicava qualche ora all’archeologia; c’era infatti da ricostruire tutti quei  reperti che erano stati recuperati in frammenti. I pezzi prima andavano puliti, poi dovevano essere riallineati come in un puzzle e quindi incollati.
Come ogni buon archeologo che si rispetti, Pippo era un eccellente disegnatore (anche oggi è considerato un ottimo pittore) e preferiva  abbozzare che fotografare. Ritraeva tutto, dai siti allo stato dei reperti prima e dopo la ricostruzione. Tempo e pazienza per queste cose  poteva sottrarli solo alle ore notturne.
Di giorno doveva guadagnarsi da vivere. Magro, alto, completamente calvo fin da giovane, due occhi celesti grandi ed espressivi, era solito portare un cappello di paglia a lui indispensabile  per ripararsi dal sole africano. Belli i lineamenti del viso, era solito tenere un paio di corti baffetti. Una voce maschia ed un temperamento altero lo rendevano simpatico e  sicuramente attraente. Ma frequentava poco l’ambiente asmarino. Aveva sempre troppe cose da fare. E’ stato quindi un archeologo autodidatta. Ma imparò in fretta. In realtà le ricerche più serie il Tringali le effettuò tra il 1960 ed 1l 1980, anno del suo rimpatrio.
Non fu sempre solo; per cinque anni strinse una collaborazione ed un’amicizia con padre Lisandro Trucca, direttore del collegio La Salle di Asmara, anche lui grande appassionato di archeologia. Era scontato che nell’ambiente asmarino si incontrassero e lavorassero assieme. Fu padre Lisandro a mettere a disposizione del piccolo gruppo una modesta automobile che riusciva a trasportare i due amici e due operai  in zone distanti dall’Asmara. Il lavoro comune portò i suoi frutti. Poi un giorno padre Lisandro decise di andare da solo in un giorno feriale e mentre manovrava l’autovettura  su un terreno accidentato, ma interessante dal punto di vista archeologico, il mezzo si ribaltò ed incendiò. Una gamba intrappolata non gli permise di mettersi in salvo. Da allora tutti i reperti che Giuseppe trovava, li portava nel museo della “La Salle” , in ricordo dell’amico.
Giuseppe ammette di avere avuto tanta fortuna nelle sue ricerche, ma si sa, la buona sorte aiuta gli audaci, e lasciamo immaginare il lettore quanta ne meritasse Giuseppe che in compagnia di due nativi se ne andava per l’altipiano a scavare buche nei terreni in genere ritenuti sacri dagli abitanti. Quindi guardato con sospetto e molto spesso osteggiato, il nostro eroe continuava ogni week end ad andare incontro, disarmato, ad avventure degne di Indiana Jones. E’ molto probabile che fu l’intuito più che la fortuna ad aiutarlo a scoprire nuovi siti.
Secondo noi la verità è che Giuseppe Tringali amava l’Africa di un amore vero, completo, eterno. E’ stato uno degli ultimi italiani a lasciare l’Eritrea, dove si era sposato con Lettebraham Woldu, una ragazza nativa di Rama, conosciuta nel suo vagabondare e subito amata. Da lei ha avuto sette figli. Come abbiamo sempre sostenuto, sono pochi gli italiani che hanno amato veramente l’Eritrea. Giuseppe Tringali è uno di quelli, e ci ricorda le vite di altri personaggi come Scabbia, Biagetti, tutti dotati di grande cultura, umiltà ed umanità, qualità che hanno permesso loro di penetrare, comprendere ed amare l’ Africa e gli africani. Dopo una vita a dir poco movimentata, dopo 33 anni dal diploma di  maturità, Giuseppe Tringali  tornò agli studi,  frequentò l’Università di Asmara e raggiunse il Bachelor of Arts nel 1973. 
La fama e notorietà la deve alle sue  pubblicazioni scientifiche che descrivevano gli scavi archeologici che praticò in Eritrea come ricercatore autonomo raggiungendo risultati esaltanti; in venti anni di studi ha infatti pubblicato molti lavori inerenti le sue scoperte sulle riviste internazionali “Annales d’Ethiopie”, “Journal of Ethiopian Studies”,  ed inoltre su “Rassegna di Studi Etiopici”, “Quotidiano dell’Eritrea”, sul “Giornale dell’Eritrea” e sui “Quaderni di Studi Etiopici” editi questi ultimi da Fratel Ezio Tonini in Asmara.
Nel 1965 l’archeologo francese Francis Anfray, che lavorava in Etiopia, fece  pubblicare su Annales d’Ethiopie (Addis Abeba) un  articolo di Tringali che descriveva una ventina di “onà”, cioè rovine, ad Asmara e dintorni. Dalle ricerche di Tringali è risultato che la zona di Asmara è stata, contrariamente a quanto si credeva prima, abitata fin dall’inizio del periodo aksumita, da una civiltà molto progredita. Giuseppe Tringali  con  Vincenzo Franchini sono stati fino alla fine degli anni ‘90, gli unici ricercatori in Eritrea dopo Conti Rossini e Paribeni a studiare l’archeologia degli antichi eritrei. Senza sussidi,  anzi pagando di tasca propria gli operai che andavano con lui a scavare.
E’ assolutamente inconfutabile che questo personaggio quanto mai estroverso, abbia reso servizi molto importanti sia al governo italiano che a quelli del Corno d’Africa. Rimpatriato nel 1979, incredibilmente non è riuscito per molti anni ad  ottenere la qualifica di profugo, con il pretesto che per nove anni aveva ottenuto in Africa anche la cittadinanza etiopica. Finalmente dopo molto penare arrivò l’agognata qualifica, ma il comune di Catania non ha ancora assegnato a Giuseppe una casa popolare che sogna di ottenere dal giorno del rimpatrio.
Il perché lo vorremmo sapere dal Sindaco di Catania al quale giriamo questa nota per conoscenza, anche perché Catania dovrebbe andar fiera di questo singolare studioso che ha lavorato tanto, non certo per denaro, ma per una passione che ha sicuramente  onorato il lavoro degli italiani all’estero. Giuseppe Tringali abita a Catania con la moglie. in Via del Falcetto, 35 – Scala A
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Schema di tomba ritrovata a 20 km da Asmara sulla strada per Addis Abeba
Visualizza su Giuseppe Tringali, La necropoli di Cascassè e oggetti sudarabici (?) della regione di Asmara, in Rassegna di studi etiopici, 1973-1977, vol. XXVI, Istituto per l’Oriente

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