L’autore racconta la sua vita in Etiopia fino all’età di 25 anni quando ha lasciato definitivamente il Paese e, dopo l’Olanda, si è stabilito in Canada. Tutto il libro offre una lettura piacevole e interessante e la narrazione è permeata di un sottile umorismo. Si può dividere in due parti: nella prima è raccontata l’infanzia e la prima adolescenza dell’autore, durante l’impero di Hailè Selassiè. La sua famiglia era abbastanza benestante e il racconto si svolge nella città di Giggiga, ad est di Harar, fra episodi divertenti, tradizioni, favole tipiche, superstizioni.
La vita scorre serena ed è appena toccata la condizione dei contadini servi della gleba contro la quale il giovane Negà e i suoi compagni di scuola si illudono di poter fare qualcosa, ottenendo soltanto di essere periodicamente arrestati e bastonati. Nella seconda parte irrompe improvvisamente la dura realtà: dopo il colpo di stato di Menghistù, l’adolescente Negà entra nella guerriglia, assiste alla morte dei suoi compagni, prova fame e dolore, poi rientra a casa dove scopre che anche il padre è stato giustiziato. Scoppia la guerra con la Somalia e la famiglia deve scappare da Giggiga, cercando di raggiungere la città di origine della mamma.
Tutto d’un tratto, questa simpatica famiglia che abbiamo imparato a conoscere nelle pagine precedenti si trasforma in un disperato gruppo di profughi, in mezzo a centinaia di altri nella stessa condizione. La loro immagine si sovrappone a quella consueta dei telegiornali, dove siamo ormai abituati a vedere donne con lo sguardo fisso che tengono in braccio bambini allo stremo, circondate da uomini senza forze che nelle mani, invece di pane, stringono un inutile e assurdo fucile. Queste stesse persone non sono più semplici comparse ma sono la mamma di Negà, i suoi fratellini fra cui Henoch di 3 anni che sta morendo di fame e di asma, la donna traumatizzata che ha dovuto scegliere, fra 5, i soli 2 figli che potevano salire sul camion della salvezza e abbandonare gli altri.
Fortunatamente riescono a raggiungere la meta, ma il ragazzo si rende conto che la sua vita è appesa a un filo e che chiunque potrebbe denunciarlo o giustiziarlo in mezzo alla strada. Si reca quindi ad Addis Abeba dove frequenta l’università sempre nel terrore di venir ucciso come ogni giorno capita a centinaia di persone innocenti. Trasferitosi per sicurezza in un’università periferica, studia ingegneria agraria. Dopo un anno viene chiamato a casa per la morte della madre, uccisa su un autobus da ribelli somali. Anche nei momenti più drammatici l’autore non perde l’ironia che lo accompagna dall’inizio del libro.
Ne è la prova il racconto del funerale della mamma paragonato a quello dei personaggi più importanti: proprio per il sorriso che riesce a strapparci nonostante tutto, ci rende più vicine le cose che gli accadono. I 4 fratelli più piccoli vengono affidati alla sorella maggiore sposata; un’altra sorella, Almaz, ribelle e intelligente, va a vivere da sola e partorisce un figlio illegittimo; Negà, che provvede al mantenimento di tutti con l’impiego statale che ha ottenuto dopo la laurea, parte per andare a farle una lavata di capo, immaginandosi che la ragazza prometterà di mettere la testa a posto. Invece, e questa è una parte toccante specialmente per chi è genitore di bimbi etiopici, la trova sorridente col suo neonato, convinta che anche un figlio illegittimo sia una consolazione.
Ottenuta infine una borsa di studio per l’Olanda, assiste da lontano alla tremenda carestia del 1984, quando gli ingenti aiuti inviati da tutto il mondo vengono sperperati da Menghistù, e, rendendosi conto che la dittatura non finirà così presto come lui si aspettava, decide di trasferirsi definitivamente in Canada. Solo dopo anni riuscirà ad avere notizie della famiglia e saprà che i 4 piccoli sono stati buttati fuori casa, che Henoch è stato raccolto dopo un anno per strada da un’associazione e poi affidato a un’altra sorella, che Almaz ha avuto altri due bimbi illegittimi. Così, la realtà dell’abbandono che ci tocca da vicino come genitori adottivi ci è presentata anche dall’altro punto di vista.
Consiglio vivamente questo libro alle famiglie italo-etiopiche che vi troveranno molte cose familiari, già lette in altre occasioni o sentite dai propri figli, e molte cose nuove che contribuiranno a una conoscenza più approfondita di un Paese a cui siamo molto legati. Ma lo consiglio anche a tutti gli altri perché dopo tanti libri scritti da stranieri, seppure rispettosi e innamorati della cultura etiopica, si ha finalmente un punto di vista “interno” al quale purtroppo non siamo abituati, dato che gli scrittori africani, e specialmente etiopici, qui da noi non sono ancora conosciuti.
 
 

© 2004 Il Corno d’Africa

Tutti i diritti letterari e fotografici riservati