Nicky Di Paolo, 19 novembre 2007

Mi spiace per voi, ma mi rifiuto di infilare Cesare Alfieri nel “Paradiso degli Asmarini”. Il perché è semplice: sono infatti convinto che non ci sarebbe voluto finire, una volta lasciate queste lande. Mi riferisco naturalmente all’ultima pagina del Mai Taclì, quella che inesorabilmente, quando arrivi in fondo al giornale, ti attanaglia lo stomaco, ti mette addosso una tristezza infinita, ti sciupa tutto ciò che di piacevole avevi letto sugli asmarini fino a quel momento. Indispensabile da redigere, sono  d‘accordo con il Direttore, necessariamente mesta e doverosa da leggere perchè i defunti vanno ricordati. Ma per una volta penso si possa fare un’eccezione: risparmiamo a Cesare quella malinconica pagina di lutto.
Di ragioni ce ne sono tante, la più importante di tutte è quella che il nostro Alce, da vivo, aveva un’idea fissa che non lo abbandonava mai: far divertire tutti quelli che gli stavano intorno, coloro che leggevano i suoi scritti, i fortunati che lo hanno visto recitare. Mio padre ricordava molto spesso Cesare quando era ancora ragazzetto e abitava nel Corso di Asmara nello stesso palazzo dove risiedeva il mio genitore i cui ricordi erano quelli di un giovane che si faceva notare per la sua allegria ed educazione. Una decina di anni fa Cesare venne a Siena con Marcello e Angelo per il piacere di trascorrere un giorno assieme.
Cesare volle andare a trovare i miei genitori, e se mio padre si commosse abbracciandolo, lui per un’oretta lo investì con tanta verve e simpatia che in seguito Iginio non vedeva l’ora che giungesse il Mai Tacli per leggere prima di tutto Alce, per poi discuterne con me, pretendendo che  gli facessi le sue congratulazioni non appena lo vedevo o lo sentivo.
Un giorno osai sfidarlo.
– Visto e considerato che sei un umorista, scrivi un capitolo da inserire in una monografia sull’acqua da bere. Ci scriveranno filosofi, artisti, scienziati e non può mancare una persona spiritosa che sdrammatizzi ciò che di serio dovranno necessariamente dire gli altri autori. –
Mi telefonò più volte prima di prendere la penna in mano, aveva il timore di non essere all’altezza. Poi si convinse e scrisse un piccolo capolavoro. E’ probabile che nessuno di voi l’abbia letto e quindi, d’accordo con Marcell,o ve lo propongo come una sua elegia postuma a dimostrazione di quanto ho detto sopra. Cesare è sempre vivo e pieno di spirito poetico; per averlo vicino è semplice, basta andare a rileggerlo.
Non son qui per darla a bere
Cesare Alfieri.
Chi meglio di ligio e capace analista a braccetto con nefrologo di vaglia potrebbe dire delle tante componenti di un’acqua da bere: temperatura alla fonte, conducibilità specifica a tot gradi, ossigeno disciolto, residui, contenuti in anidride, azoto, calcio, sodio, magnesio, potassio, fluoruro eccetera, effetti diuretici e di altro tipo?
E delle soddisfazioni che deriveranno alle reni filtrando quell’acqua da tavola piuttosto che quell’altra?
E tante altre note che l’utente non si è mai sognato esistessero, come il brio, la leggerezza, l’oligomineralità, l’acidità, la durezza e via bevendo?
Macché, tutti fermi alla superficialità del domandarsi se sarà meglio l’acqua contenuta e distribuita in contenitori di plastica o quella nelle bottiglie di vetro di sempre. E poi tutti soddisfatti di una risposta qualsiasi, magari quella riveniente dalle discariche e cioè che contenitori usa e getta ne debbono smaltire più di quattro volte in rapporto a quelli di vetro.
Chi mai all’acquisto di acqua minerale in un supermercato o nella bottega sotto casa o attendendo in trattoria che gli venga servito quanto ordinato si è mai preso la briga di leggere con un po’ di attenzione l’etichetta del prodotto, liscio o frizzante, che berrà, scagli la prima pietra!
Così, ecco a portata di tutti la monografia affidata a nefrologo e analista.
E fin qui tutto a proposito, ma che poi si voglia corredare l’opera con l’intervento di un umorista o di uno che si professa tale come il sottoscritto, affidandogli il compito di illustrare i rapporti tra umorismo e acqua ce ne corre, anzi, per rimanere in tema, ce ne scorre…
Monografia: Garzanti alla mano apprendo che si tratta di studio a carattere storico, scientifico e letterario su un argomento particolare, un personaggio e simili. Impossibile che io sia in grado di…
Che io sia stato oggetto della proposta perché sono astemio? Non fa neppure ridere vero? A me l’incarico. Assurdo. Pur titubando ci ripenso. Monografia? Che si identifichi in una specie di saggio? Se così fosse prenderei più slancio perché da qualche parte ho letto che un cretino può scrivere un saggio, ma non viceversa. Una battuta, d’accordo. Che forse potrebbe aiutare. O no?
Che cosa ne parrà all’utente che non ha mai letto un’etichetta su un contenitore di acqua minerale? Che non sa se bevendone metterà in corpo più potassio che magnesio, più calcio che sodio?
La sua sete non ci bada.
Certo che se fosse esistita tra le età e le epoche geologiche e preistoriche anche quella dell’acqua minerale mi verrebbe più facile. Che cosa? Ma immaginare l’uomo delle caverne con un furibondo mal di reni per aver bevuto acqua con più zinco e manganese che str … (mi piace ricorrere al solfato del metallo alcalino di cui trattasi) … che celestina.
Umorista forse si, ma privo di finezza e grossolano mai!
Mi va di vezzeggiarlo il predetto metallo, ricorrendo a quanto si conviene, come si fa a casa e alle fonti e non come ci vanno spicci gli analisti.
Qui, adesso, vengo assalito dal timore che mi sfugga di penna qualcosa di scientifico, rubacchiato su uno di quei dépliant sedicenti tali. La cosa non viene lenita neppure dal soffuso dubbio che mi ronza in capo: quello che anche lo scienziato possa essere preso dall’uzzolo di dire qualcosa di spiritoso rubandomi il mestiere. L’umorismo avvince chiunque, è lo zucchero della vita (inchiniamoci a Trilussa che è stato lui a dirlo). Attento scienziato mio, attento, poiché lo stesso insigne poeta romanesco ha aggiunto che v’è tanta saccarina in commercio.
Che cosa mi rimane da fare?
Scovare se esiste un rapporto tra umorismo e acqua. Naturalmente un rapporto che ispiri, che non arrivi all’ironia, che così spesso dissimula il pensiero, che rimanga umorismo che in fondo in fondo è indulgente ironia. Qualcosa che mi consenta di indossare i panni che ho dichiarato di avere indosso e dai quali è difficile svestirmi.
Acqua: un’oasi? Ispirerà e aiuterà i poeti o altri ispirati artisti; altrettanto faranno le sorgenti in attesa che qualcuno si accorga che già all’origine contengono questo e quest’altro.
La pioggia, che darà una mano ai parolieri delle canzoni da far fischiettare ai garzoni dei fornai e ai ballerini tipo Gene Kelly.
II gocciolare di grondaie e rubinetti che, oltre a qualche finalmente reperito idraulico, richiamerà alla memoria la pioggerellina che batteva argentina sui tetti e sui vetri come detto nei versi di quel poeta per l’infanzia, elegiaco e pascoliano, che fu Angiolo Silvio Novaro….
E un umorista, non sedicente tale ma vero, che potrà fare?
Dovrà soprattutto stare attento a non cadere nel comico, nel facile ridere, ché la comicità sta all’umorismo come l’aritmetica sta al calcolo infinitesimale (come suppergiù dichiarò quel vero umorista che fu Dino Segre, in letteratura Pitigrilli). Sarà meglio per lui consultare qualche testo, qualche dizionario e scoprire, guarda un po’, che l’umorismo contempla anche un’antica dottrina medica che si basava sulla prevalenza e l’alterazione degli umori del corpo. Pertanto, un umorista potrebbe accettare l’incarico dichiarandosi seguace o, addirittura, affiliato a tale dottrina.
Mi rinfranco, corro a una bottiglia di acqua Rocchetta “brio blu, brio verde e leggerezza finalmente insieme” e ne leggo attentamente l’etichetta. Così da sentirmi magicamente pulito dentro. I “toh!”, i “ma guarda un po’”, i “chi lo avrebbe mai detto!” eccetera si susseguono e mi incoraggiano a dar voce a una capriola semipoetica che mi scappò recitata e che apparve in un mio libro appunto più di capriole che di versi, apparso e scomparso oltre dieci anni fa.

Acqua
Perché sprecar inni
e immagini
e rime
e fuochi
per esaltarti?
Basterà dire:
“Ho sete”.

Allora affogo ogni dubbio, serenamente.
Non sono qui “per darla a bere” che potrebbe far pensare a un mio sforzo equivalente a un “darla a intendere” capzioso e quasi bizantineggiante, in parole povere per cercare l’alterco. Dunque alziamo, alzate il bicchiere. Alla salute di chi? Questa si che è bella: ma alla salute vostra, mia, di tutti. 
Non saremo fermi ai tempi dell’acqua da bere fatta in casa con le cartine o bustine che chiamavano Vichy, solo per antonomasia e con tutto il rispetto per la cittadina del Dipartimento di Allier.
Cincin, alla salute e con brio.

La scomparsa  di Cesare Alfieri

Un grande italiano dell’Eritrea ci ha lasciato. Con questo non si vuole soltanto informare che Cesare Alfiieri è mancato all’affetto dei suoi cari e di tutti noi, ma nello stesso tempo si desidera  mettere al corrente i nostri lettori  di un suo vero e  proprio lascito:  di questo ci sentiamo in obbligo di  dare ampia diffusione affinché tutti quelli che, a qualsiasi titolo, vantano dei diritti, possano aspirare ad un patrimonio di grande rilevanza. Cesare, infatti, ha lasciato tutti i suoi scritti, un’eredità importante per gli italiani che hanno abitato l’Eritrea durante l’epoca colonialista e nel periodo successivo compreso tra il dominio dell’Etiopia e la guerra di secessione.

Profondo conoscitore degli animi bianchi e neri che hanno abitato negli ultimi cento anni il Corno d’Africa, Cesare, che si è sempre definito un umorista, è stato un  uomo capace di sferzare, con la sua satira, ma sempre con assoluta imparzialità, tutti gli abitanti del Corno d’Africa a prescindere dal colore della pelle e dallo stato sociale. È stato uno dei fondatori e dei principali redattori del Mai Taclì, il “giornale degli asmarini” e ci  sentiamo in dovere di riportare sul nostro sito ciò che abbiamo inviato al direttore del Mai Taclì per ricordare l’uomo e l’amico.