MD – Editori Laterza 2008

Alberto Vascon, febbraio 2009

Due sono  le pubblicazioni che hanno indotto alcuni giornalisti ad uscire con titoli altisonanti come “Zerèt, la strage occultata”, “Etiopia: quella strage fascista mai raccontata“, “La foiba abissina scoperta da uno studioso di Torino…”, “L’altra foiba“. I giornalisti hanno basato i loro scritti sulle suddette pubblicazioni, ambedue dello stesso autore: MD. La prima è datata giugno 2006 ed è apparsa con il titolo “Etiopia 11 aprile 1939 – La strage segreta di Zerèt” sul n. 243 di “Italia contemporanea”, la seconda, del 2008, è rappresentata  da un capitolo del libro “Lo sfascio dell’impero, gli italiani in Etiopia 1936-41”  pubblicato da Editori Laterza, 2008.

Il titolo dell’articolo di MD è già molto discutibile in quanto l’episodio in questione non era né sconosciuto né tanto meno riposto con altri scheletri in qualche armadio. Infatti era stato pubblicato con molti documenti pochi mesi dopo quell’avvenimento (si vedano i volumi ufficiali: Cavallero Ugo, Gli avvenimenti militari nell’Impero dal 13 gennaio 1939-XVII al 14 aprile 1939-XVII, Addis Abeba, 1940 [Narrazione], pp. 135, e Idem, Allegati [con cartine, marconigrammi e fonogrammi], Roma, 1940, pp. 517). Era stato poi raccontato da Luciano Viazzi nel libro “Il capitano Sora”, Casa Editrice Monauni 1969, nel capitolo “LA BATTAGLIA NELLA GROTTA DI CAJA’-ZERET”. Il Viazzi aveva descritto l’accaduto basandosi su documenti pubblicati all’epoca dei fatti. Vi era anche una copertina a colori della “Domenica del Corriere”.

Se ci soffermiamo sul libro c’è da chiedersi quale attinenza possa avere la strage di Zerèt con il titolo “Lo sfascio dell’impero”. A mio parere, nessuna. Dal titolo infatti ci si aspetta di leggere quantomeno dello sfascio compiuto dagli inglesi in Etiopia durante il periodo della loro amministrazione. In cinque anni di occupazione gli italiani avevano creato la nazione africana più industrializzata dopo il Sudafrica. Avevano costruito ospedali, alberghi, uffici postali, linee telefoniche, aziende agricole, acquedotti, strade, officine, pastifici, cotonifici, chiese, moschee ad un livello inimmaginabile nelle colonie inglesi (basti pensare che Nairobi non aveva strade asfaltate, Khartoum non aveva fognature quando il Sudan ha avuto l’indipendenza nel 1953 e i liquami venivano raccolti nei cassoni aperti dei camion che poi attraversavano la città ancora negli anni ’70).

Gli inglesi, immediatamente dopo la disfatta italiana, portarono via di tutto: macchine stradali, intere fabbriche di mattoni, un ingente numero di camion, macchinari per la perforazione di pozzi, segherie, attrezzature minerarie, rotaie ferroviarie, locomotive, cementifici; della teleferica Massaua-Asmara, la più grande del mondo, trafugarono tutta la motorizzazione. I britannici pretendevano inoltre di avere l’uso esclusivo della ferrovia Gibuti-Addis Abeba e amministravano l’Etiopia come un paese nemico occupato; si portarono via perfino i binari e le traversine della ferrovia décauville Dallol-Mersa Fatma. Quando se andarono, dopo qualche anno, avevano depredato l’80 percento di quanto costruito dagli italiani, lasciando l’Etiopia quasi allo stesso livello di prima dell’occupazione. Gli inglesi avevano sfasciato l’Etiopia e distrutto il miracolo italiano, ma sul libro di MD (Lo sfascio dell’impero) di questo non c’è traccia.

Il libro, a mio modesto avviso, è un’elencazione puntuale, quasi ossessiva, delle azioni militari contro la guerriglia compiute dagli italiani nei cinque anni di occupazione dell’Etiopia. Anche il sottotitolo “Gli italiani in Etiopia 1936-41” è fuorviante perché nel libro si parla solo dei militari e non dei civili. Il titolo sembra anche poco attinente alla prefazione di ADB, che attribuisce lo sfascio dell’Impero a quella che definisce “l’infinita mattanza”. Ricorrono fino alla nausea parole come guerre, repressioni, rappresaglie, rastrellamenti, massacri, stragi, eccidi, uccisioni, stermini, fatti criminosi, mattanze, lager. Nelle ultime 170 pagine si parla quasi esclusivamente di questo.

Nel primo capitolo, “La guerra dei sette mesi”, l’autore descrive sommariamente la guerra del 1935-36 che portò alla conquista dell’Etiopia. Vi si narra anche la vicenda del disertore Clemente Sergo, che è poi ripetuta nel cap. 11.

Nel secondo capitolo “Un impero sconosciuto” si legge che la rilevazione del territorio e la stesura di carte geografiche in scala 1:400.000, un compito che l’autore definisce “tutto sommato modesto”, rimasero una chimera. Anzitutto va detto che la stesura di carte 1:400.000 di un territorio tre volte e mezzo più grande dell’Italia non è affatto un compito “tutto sommato modesto”: oltre alla vastità del territorio e dell’impresa, va tenuto conto che, dopo aver rilevato con l’aerofotogrammetria e disegnato il territorio con le curve di livello, devono essere indicati i nomi dei fiumi, dei monti, delle località, cosa che si può fare solo con ricognizioni sul terreno. Alla fine del capitolo il lettore ha la certezza che non sono state disegnate dagli italiani carte geografiche dell’Etiopia. Anche qua è sufficiente ricordare che le carte inglesi “East Africa Metre Grid” in scala 1:500.000 furono disegnate subito dopo la disfatta italiana in Africa orientale copiando le carte italiane: dalle carte italiane gli inglesi produssero 40 tavole 56×75 cm. per la sola Etiopia. Riportiamo a titolo di esempio (ma ne potremmo riportare a centinaia) dell’accuratezza delle rilevazioni italiane, un particolare della carta di Stazione Auasc, in cui è disegnato il torrente Ilala Sala. Questo torrente ha dato il nome alla Ilala Sala Plain che viene indicata nelle odierne carte del Parco Nazionale dell’Auasc:

Gli inglesi hanno non solo copiato le carte italiane, ma hanno anche lasciato i nomi italiani, come si può vedere nella carta precedente e in questa:
o in questa:

E che dire della Guida dell’Africa Orientale Italiana pubblicata nel 1938 dalla CTI, esempio di pubblicazione che rimane ancor oggi insuperata a livello mondiale per completezza di dati e livello culturale dei collaboratori?

A pag. 49, sempre del secondo capitolo “Un impero sconosciuto”, leggiamo che “… gli italiani non esportarono [in Etiopia] capitali né know how né competenze tecniche…”. A parte il fatto che nel breve arco di cinque anni non è possibile impartire competenze tecniche ad una popolazione quasi totalmente all’oscuro della tecnica occidentale, basta anche qui ricordare ciò che gli inglesi hanno portato via dall’Etiopia.

Nel terzo e nel quarto capitolo si parla dell’assetto amministrativo dell’impero, mentre nei rimanenti capitoli, come già detto, si parla quasi esclusivamente di guerra.

Rileviamo anche alcune inesattezze (almeno così a noi sembra). Iniziamo dalla prefazione scritta da ADB:

–          a pag. X ADB parla della regione del Gaia Zerèt-Lalomedir nell’Ancoberino: Zerèt non è nell’Ancoberino, è nel Menz, 120 km in linea d’aria da Ancober e 240 km su strada.

–          a pag XI ADB descrive la missione MD a Zerèt come un’impresa, un viaggio rischioso in una delle regioni più impervie e spopolate dell’Etiopia: il viaggio a Zerèt non è per niente rischioso, in una giornata da Addis Abeba si raggiunge Mahal Mieda (270 km), dove si può alloggiare all’Hotel Netsannèt, e il giorno dopo si va a Zerèt. Se poi il viaggio è promosso dall’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, non c’è neanche il problema finanziario. E il Menz non è neanche una regione impervia: sarebbe impervia se si dovesse andare a Zerèt a piedi o col mulo, ma a Zerèt si arriva in macchina. Non si capisce poi come mai ADB possa affermare che la regione è fra le più spopolate dell’Etiopia, quando MD la descrive così nell’articolo citato (pag. 297): verde tutt’intorno, campi coltivati dappertutto, mandrie di animali ben nutriti… incontriamo centinaia di donne e di uomini a piedi… La strada è piena di gente per chilometri.

Paesaggio del Menz. Il Menz è una regione montuosa tutta coltivata

Si ha l’impressione che ADB non abbia letto MD e che MD non abbia letto la prefazione di ADB.

Per quanto riguarda il testo di MD segnaliamo:

–          a pag. 21, 229, 353 il chitet è tradotto “tamburo”: il chitet è la chiamata alle armi e il tamburo utilizzato per questa funzione è il negarìt

–          a pag. 26 Uorra Llu è Uorra Ilù

–          a pag. 28 Tamarbèr è Tarmabèr

–          a pag. 42 e 272 la lingua amara è la lingua amarica

–          a pag. 49 i talleri di Maria Teresa non erano d’oro, ma d’argento.

–          a pag. 133 il 29 miazia 1928 è il calendario etiopico e non copto

–          a pag. 157 Harar si scrive con una sola erre

–          a pag. 172 il Cambatta non è nel Guraghe

–          a pag. 263 la chiesa etiopica non è copta, è ortodossa (di rito copto)

–          a pag. 269 e 354 qafir è un termine arabo che significa miscredente

–          a pag. 274 e 354 mefun è mesfin, in amarico significa principe o duca, non capo regione

–          a pag. 353 il cadi non è il capo locale, è una parola araba che significa giudice

–          a pag. 353 il cascì è, in tigrino, il prete e non il capo locale

–          a pag. 353 i dubat erano militari somali

–          a pag. 354 uoizerit, in amarico, è signorina

A pag. 158 l’autore marca con un [sic] il toponimo Lekemti, che lui scrive Lekempti: il nome con cui era conosciuta questa località (che oggi è chiamata Nekemte) era Lechemti, mentre Lekempti era molto meno usato e sconosciuto ai residenti in Etiopia (vedere anche i libri di ADB e la guida della CTI 1938). Da notare anche i [sic] che segnalano errori che chiaramente sono dattilografici, come ad es. a pag. 186 “Operazioni militare [sic]”.

Noto anche il metodo, che mi sembra poco scientifico, con cui MD cerca di ricostruire il numero dei ribelli uccisi nella battaglia di Caià-Zerèt, e cioè dal numero delle ceste per granaglie rinvenute nella grotta. Scrive MD (pag. 214-215):

Quante persone in realtà furono uccise a Zeret? Innanzitutto si deve considerare che tutti gli assediati persero la vita, quindi stimare il numero delle persone presenti nella grotta equivale a calcolare il numero dei morti. È possibile fare una stima stabilendo un rapporto tra la quantità di cibo conservata nella caverna e il consumo medio di un essere umano, dando per scontato che gli etiopici portarono nella grotta una quantità di derrate pari allo stretto necessario per soprawivere. In linea di massima, all’interno della caverna ancora oggi si contano, arrotondando per difetto, una cinquantina di grandi ceste per granaglie che contengono [qui il sic ce lo metto io: “potrebbero contenere”] fino a 50 chilogrammi di cibo ciascuna. Il consumo medio di un etiopico in tempi di buoni raccolti è di 15 chilogrammi al mese, che in tempi di magra si riducono fino a 10. A Zeret c’erano molti bambini, quindi la media di consumo pro capite dovrebbe essere ulteriormente ridotta. Se dunque la quantità di cibo stoccata nella grotta ammontava a 2.500 chilogrammi e il consumo medio mensile era di 8 chilogrammi, si può calcolare una presenza di 312 persone. Questo dato è però troppo basso, dal momento che non corrisponde neppure alla metà dei fucilati riportati nei documenti italiani; il calcolo quindi non deve basarsi sull’ipotesi di un assedio di un mese ma di tre, due e una settimana. In tal caso il risultato sarebbe: 416, 625, 1.250. La cifra di 1.250 è più plausibile, ma potrebbe essere molto più alta qualora gli etiopici avessero portato con sé molto meno del necessario e per un periodo di pochi giorni. Alcuni anziani della zona ancora oggi parlano di 2-3 mila morti. Il numero complessivo degli uccisi, a mio avviso, si aggira tra i 1.200 e i 1.500 se si sommano quelli dell’assedio, della fucilazione dopo la resa, della fase finale cosiddetta di bonifica oltre a quelli gettati nel burrone.

Ma non è vero che tutti gli assediati persero la vita: i documenti ufficiali dicono che i bambini e le donne catturate non furono uccisi.  

Nell’articolo pubblicato su “Italia contemporanea” si legge che MD ha rinvenuto un teschio con pelle della schiena (didascalia della quinta fotografia). In tutta l’Africa le spoglie di qualsiasi animale o essere umano non resistono ad una totale e completa scarnificazione da parte di tanti animali che si nutrono di cadaveri e che non tralasciano di divorare nulla dei tessuti molli, nonché di miliardi di parassiti capaci di eliminare qualsiasi residuo organico in pochissimo tempo. Se invece si tratta di materiale organico mummificato, il che è possibile, c’è da chiedersi come mai la mummificazione ha interessato solo un soggetto anziché tutti quelli presenti nella grotta. Sorge quindi il dubbio che il cranio con pelle della schiena sia di epoca recente. Per sciogliere questo dubbio era sufficiente prelevare piccoli campioni di materiale organico e riporli in contenitori contenenti formalina al 10% per procedere ad un accertamento microscopico; oppure, ancora meglio, richiedere  un’autopsia sui poveri resti: qualsiasi medico legale sarebbe stato felice di raccontare la storia di quelle spoglie, datazione compresa.

Scopo delle mie note è il desiderio di poter contribuire, con l’integrazione di chiarimenti, deduzioni, intuizioni, osservazioni, documentazioni, alla revisione di scritti recenti o passati che trattino argomenti del Corno d’Africa. L’Italia ha vissuto circa 70 anni, la metà della sua vita come Stato, cercando di realizzare un impero coloniale. La maggior parte dei lavori pubblicati negli ultimi decenni su questo argomento dà una rappresentazione storica che appare ideologicamente spostata all’estrema sinistra, e che io considero non obbiettiva. Mi piace ricordare lo storico americano Gordon Wood secondo il quale “Essere uno storico significa sapere inquadrarne i protagonisti nel contesto del loro tempo e delle circostanze, senza distorsioni anacronistiche”. Noi rappresentiamo l’ultima di quelle generazioni che questa storia l’hanno vissuta in prima persona e siamo pronti per un serio confronto con chiunque sia in cerca di verità e di trasparenza.

Vedi anche il libro di Gian Paolo Rivolta

https://www.ilcornodafrica.it/b-ndpr1.htm#rivolta