Vincenzo Meleca

Dicembre 2019

Premessa

Nella seconda metà del XIX secolo l’Impero Ottomano rispetto alla sua massima espansione di mezzo secolo prima aveva ancora un’estensione più che rispettabile: oltre che, naturalmente nella penisola turca, era presente in Europa, occupando vari territori nei Balcani; in Africa, possedeva direttamente la Tripolitania e la Cirenaica e, indirettamente, l’Egitto e una vasta porzione di territori costieri africani del Mar Rosso[2]; in Asia, erano ottomani buona parte degli attuali Libano, Giordania, Siria ed tutta l’ampia striscia di territori dell’Arabia Saudita affacciata sul Mar Rosso.

Per quanto riguarda l’argomento di queste note, nel 1881 i possedimenti ottomani su entrambe le rive del mar Rosso sono ben visibili nella cartina riportata nella pagina successiva.

Negli ultimi due decenni dello stesso secolo XIX la Sublime Porta aveva perso di fatto tutti i possedimenti della sponda africana del Mar Rosso: nel 1882 l’Egitto e le coste sudanesi a beneficio della Gran Bretagna; nel 1883 si era conclusa la conquista francese di quella parte del Corno d’Africa che comprende ora gli Stati di Gibuti e del Somaliland; nel 1885, con la conquista di Massaua da parte degli italiani, le coste di quella che poi divenne l’Eritrea[3].

La costa della penisola araba restava però sotto controllo turco, con una serie di porti più o meno importanti (come Gedda, Kunfida, Hodeida) che consentivano comunque un certo controllo del traffico commerciale diretto al -o proveniente dal- Canale di Suez, nonchè quello, lecito ed illecito (leggi: contrabbando) tra le due sponde del Mar Rosso

Come accadde allora che il 7 gennaio 1912 una piccola squadra navale italiana, di base a Massaua, abbia attaccato e distrutto nella rada di Kunfida un gruppo di unità turche?

Facciamo un passo indietro e andiamo alla tarda estate del 1911.

Il periodo a cavallo tra il XIX ed il XX secolo stava dando ai governi italiani una serie di problemi. Dal 1881, quando la Francia occupò la Tunisia, nonostante la forte presenza di una numerosa e laboriosa comunità italiana, al 1887 e al 1896, con le dolorose e tragiche sconfitte di Dogali e Adua, dalle agitazioni sindacali ai moti popolari sfociati nelle tristemente famose “cannonate di Bava Beccaris” del 6 maggio 1898, dall’uccisione del re Umberto I del 22 luglio 1900 ai primi scioperi, la situazione sociale italiana si stava aggravando.

Mappa della penisola araba. Si notino le aree della costa occidentale sotto controllo turco

Cosa poteva esserci di meglio di una piccola guerra, magari legata ad un’altra avventura coloniale per “distrarre” il popolo italiano?

Escluso il Regno Unito, con il quale i rapporti erano sostanzialmente buoni[4], esclusa anche l’idea di prendersela con la Francia, troppo forte e potente rispetto all’Italia, esclusa l’Austria, con la quale avevamo sottoscritto nel 1882, assieme alla Germania, un patto militare (la cosiddetta Triplice Alleanza), si potevano prendere in considerazione  due possibili nemici: l’Impero etiopico, per vendicare la sconfitta di Adua del 1896, e l’Impero ottomano. Probabilmente si scelse quest’ultimo in quanto alcuni territori da esso posseduti (Tripolitania e Cirenaica) non solo erano più vicini all’Italia rispetto all’Etiopia ma, se conquistati, avrebbero potuto bloccare la temuta espansione francese in Nord Africa[5].

Già nel 1885 e poi nel 1897 erano stati predisposti degli studi (non li chiamerei piani) per l’occupazione di quei possedimenti turchi, ma non si ritenne di approfondirli nè, tanto meno di renderli operativi[6].

Nel contempo si cercava di acquisire informazioni sulle forze armate ottomane, inviando a Costantinopoli prima il colonnello Vittorio Trombi e poi il capitano Luigi Calderari, entrambi del neocostituito Ufficio informazioni.[7]

Alla fine, si decise, nonostante la contrarietà della Germania, al tempo nostro alleato nella Triplice Alleanza, l’intervento e così il 29 settembre 1911 iniziò ufficialmente il conflitto.

Il teatro del mar Rosso

Come accennavamo, l’Impero ottomano era presente sulla sponda araba del Mar Rosso, in particolare, per quanto riguardava l’Italia, proprio di fronte alla nostra colonia dell’Eritrea e all’importante porto di Massaua. In quel teatro, non particolarmente importante nel contesto della guerra, entrambe le Nazioni avevano comunque la necessità di tenere un certo numero di unità navali,per contrastare soprattutto eventuali tentativi di sbarco o di cannoneggiamento di installazioni civili e militari nei territori dell’avversario.

All’inizio del conflitto, la Regia Marina aveva soltanto quattro unità maggiori, l’incrociatore-torpediniere Aretusa[8], l’ariete torpediniere Puglia, la cannoniera Volturno e l’avviso Staffetta ed un certo numero di sambuchi armati.

Il Regio incrociatore torpediniere Aretusa

La cannoniera Volturno

Solo successivamente, nell’autunno 1911 l’Italia rinforzò il proprio dispositivo navale in Mar Rosso, istituendo a Massaua un Comando Superiore delle Forze navali del Mar Rosso, al cui vertice fu destinato inizialmente il comandante dell’Aretusa, Capitano di vascello Ugo Rombo, sostituito poi dal Capitano di vascello Giovanni Cerrina Feroni.

La scelta di Giovanni Cerrina Feroni quale comandante superiore navale del Mar Rosso non era stata casuale.

  

Egli, infatti, ben conosceva quel mare, avendo trascorso, a cavallo del XIX e XX secolo molti anni come ufficiale imbarcato sugli avvisi della Regia Marina Staffetta e Barbarigo, dislocate in Mar Rosso e nell’Oceano Indiano. Lo scopo principale della sua missione era, però “di mantenere, e, qualora, come si ha ragione di credere, fosse momentaneamente sopita, la ribellione dei precitati due capi (dell’Imâm Yahyâ ibn Hamid ed-Dîn nello Yemen e Sayyid al-Idrîsî, nell’Asir, N.d.A.), di fomentarne il rinnovamento” contro l’impero ottomano, che al tempo controllava parte della penisola araba.[9]

Allo scoppio della guerra, le principali unità della Marina ottomana del Mar Rosso erano l’incrociatore-torpediniere Peyk-i Şevket e le dieci cannoniere Ayintab (o Autah), Bafra, Gocedag (Gökçedağ), Costamuni (Kastamonu), Malatya, Moka (Mocha), Ordu (Ordon), Refahiye (Refahije o Refakie) Taşköprü e Yozgat[10].

L’incrociatore-torpediniere Peyk-i Şevket

Ad essi si aggiungevano inoltre il pattugliatore (“survey vessel”) Beyrut, la silurante Halic (o Haliç o Alish)[11], lo yacht armato, lo Shipka (o Sipka, ex-francese Fauvette), il rimorchiatore armato Muha (o Moha) ed alcuni sambuchi armati[12].

La cannoniera Refahiye

La cannoniera Ayintab

Ai primi di ottobre si venne inoltre a sapere «da alcuni capitani di navi mercatili neutre» che l’unità maggiore e due delle cannoniere precedentemente segnalate avevano lasciato il Mar Rosso per essere internate a Suez[13].

In effetti, l’unità maggiore, l’incrociatore torpediniere Peyk-i Şevket, praticamente non partecipò al conflitto in quanto il 2 ottobre 1911, dopo uno scontro a fuoco con l’Aretusa e il Volturno al largo di Hodeida (Hodeidah, Al Hudaydah) fu costretto a fuggire rifugiandosi a Suez, dove fu internato fino al termine della guerra

Come detto, nell’autunno del 1911 il dispositivo navale italiano fu rinforzato, inviando in mar Rosso gli arieti torpedinieri (definiti talvolta incrociatori o incrociatori protetti) Calabria, Caprera (6 novembre) Elba e Piemonte (30 novembre) e i moderni cacciatorpediniere Artigliere, Bersagliere, Garibaldino e Granatiere.

Il Comando Superiore delle Forze navali del Mar Rosso affidò alle navi italiane il compito di effettuare una serie di missioni di sorveglianza delle coste arabe, di protezione del nostro traffico commerciale e di interdizione del traffico militare e commerciale turco dal golfo di Akaba a Bāb el-Mandeb. Da parte italiana si paventava infatti che i turchi, non potendo rifornire via mare le proprie truppe in Libia di armi, munizioni e quant’altro necessario, avrebbero tentato di farlo attraversando il Mar Rosso e poi il Gilf Kebir egiziano.

Il Regio ariete torpediniere Calabria

Il Regio cacciatorpediniere Bersagliere

Rientrarono in questo tipo di attività, ad esempio, la cattura e confisca di alcune navi mercantili, come ad esempio quelle del mercantile egiziano Menzalek (, ad opera del Calabria (al comando del Capitano di vascello Galeazzo Sommi Picenardi)[14], di vari sambuchi da trasporto turchi, ad opera del Puglia, della nave passeggeri turca, cammuffata da nave ospedale, Kayseri, da parte del Piemonte[15], l’affondamento della silurante Halic, avvenuta il 3 novembre 1911 nel golfo di Akaba da parte dell’incrociatore Puglia[16] e la cattura, nel maggio 1912, di cinque sambuchi nei pressi di Al Ghulayfiqah ad opera del Caprera (comandato dal Capitano di fregata Gustavo Nicastro)[17].

Rada di Massaua: il Piemonte e quattro sambuchi armati della Regia Flottiglia sambuchi

Oltre alla sorveglianza e all’interdizione dei traffici marittimi, la Regia Marina ebbe anche il compito di bombardare tutti gli apprestamenti militari presenti sulla costa araba. Furono anche effettuati azioni di bombardamento di alcuni accampamenti militari e di alcuni porti, come quello di Akaba e di Scēikh Sa’id da parte del Calabria e del Granatiere e quello di Ḥodeidah, da parte del Piemonte e del Caprera.

La battaglia di Kunfida

Nell’ambito delle attività della nostra squadra navale (e probabilmente anche sulla scorta delle informazioni raccolte sulla nave Kayseri), nei primi giorni del gennaio 1912 si intensificarono le ricerche della piccola squadra navale turca.

Secondo il suo rapporto[18], il Comandante Cerrina Feroni si era convinto che il grosso della flotta ottomana del Mar Rosso si fosse riparato nei pressi del porto di Kunfida, a sulla costa araba a nord est di Massaua, come lasciavano interdere fonti del Servizio Informazioni della Marina, mentre nel tratto di costa araba protetto dalle isole Farasan -quasi di fronte alle isole eritree delle Dahlak e al porto di Massaua, tra Midi (Midy, attualmente in territorio yemenita) e Jazan- si trovavano grossi reparti di truppe turche, forse pronte ad attraversare il Mar Rosso e attaccare la base navale italiana di Massaua.

Cerrina Feroni decise allora di utilizzare tutte le unità navali disponibili, destinando gli arieti-torpedinieri Calabria e Puglia a bombardare gli accampamenti militari di Gebaltar, Loheja e Afidy, nonchè il forte di Midy e inviando l’ariete-torpediniere Piemonte (al comando del Capitano di fregata Osvaldo Paladini, che comandava anche la piccola squadra) e i due cacciatorpediniere Artigliere (Capitano di fregata Berardelli)e Garibaldino (Capitano di fregata Giorgio Sorrentino) a pattugliare la costa della penisola araba da Gedda verso sud, fino ad incontrare le altre due nostre navi.

Le frecce indicano rispettivamente Kunfida (Coomfidah, in alto) e Massaua (Massowah, in basso)

Il Regio cacciatorpediniere Artigliere (nella cartolina è definito “controtorpediniera”)

Fu durante questa missione che la mattina del 7 gennaio 1912, l’Artigliere, inviato in avanscoperta, scoprì nelle vicinanze di Kunfida la flottiglia nemica, composta da sei cannoniere, un rimorchiatore armato (il Muha) e lo yacht armato Shipka.

Il nostro cacciatorpediniere fu quasi contemporaneamente avvistato dai turchi e contro di lui si diressero coraggiosamente alcune cannoniere, aprendo il fuoco ad una distanza di circa 6000 metri. Assieme alle artiglierie delle cannoniere, avevano cominciato a sparare sull’Artigliere anche i cannoni della batteria turca posizionata su un piccolo promontorio a nord della città.

Cartina di Cunfida (da: C. Manfroni, Guerra italo-turca. Cronistoria delle operazioni navali)

L’unità italiana rispose al fuoco, manovrando per non consentire alle unità nemiche di avvicinarsi ulteriormente e preferendo attendere l’arrivo del Piemonte e del Garibaldino.

Non appena queste due nostre unità arrivarono, la sorte delle navi ottomane era ovviamente decisa: troppo grande era il divario delle rispettive artiglierie. Va infatti evidenziato come vi fosse una evidente superiorità della Regia Marina rispetto alla Marina turca: a fronte delle sei piccole cannoniere e di un rimorchiatore ed uno yacht armati dell’Impero ottomano, tutte unità praticamente prive di protezione ed armate soltanto con cannoni di piccolo calibro (l’armamento principale delle cannoniere classe Seddülbahir era in genere costituito da due cannoni Hotchkiss da 47/50mm mod. 1902, quello dello yacht Sipka era di un singolo pezzo Hotchkiss da 57/40mm, mentre le due cannoniere Kostamuni e Yozgat avevano un cannone St. Etienne da 75/37 ), la Marina italiana metteva in campo un ariete-torpediniere con 6 cannoni Armstrong da 152/40mm, 6 da 120/40mm Armstrong-Ansaldo e 10 da 57/40mm e due cacciatorpediniere con un totale di 8 cannoni Armstrong da 76/40.

Regio ariete-torpediniere Piemonte

Regio cacciatorpediniere Garibaldino

Lo scontro a fuoco durò per varie ore fino al pomeriggio inoltrato, ma al tramonto cessò: alcune cannoniere erano affondate, le altre, compreso lo yacht, erano state portate in secca e abbandonate dagli equipaggi. Non si hanno invece informazioni certe sulla sorte del rimorchiatore armato Muha.

Nessun danno di rilievo, invece, alle nostre tre navi, l’ariete torpediniere Piemonte ed i caccatorpediniere Artigliere e Garibaldino, che proseguirono la loro attività di contrasto al contrabbando non solo di armi, munizioni e rifornimenti, ma anche di tutte quelle merci (non esclusa la tratta degli schiavi), il cui commercio era fonte di guadagno per le popolazioni rivierasche nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.

Nelle foto seguenti, alcune delle cannoniere turche affondate.

… la Gökçedağ…

…la Bafra…

…e la Refahiye

Il giorno dopo la battaglia, l’8 gennaio, due lance del Piemonte, comandate dai Sottotenenti di vascello Paolo Vandone e Ettore Sportiello, con alcuni nostri marinai, ispezionarono le unità turche affondate o in secca per verificare se potevano essere recuperate, ma ciò non fu possibile per le cannoniere, che furono prese a cannonate e distrutte.

Nel suo rapporto, Cerrina Feroni precisa anche che: “Fu bombardato poi l’accampamento ed il fabbricato con la bandiera turca. Il nemico ha abbandonato Kunfuda. Durante la notte gli equipaggi abbandonarono le cannoniere, sbarcando sulla spiaggia munizioni, materiale e bandiere, che il mattino seguente le lance armate del Piemonte, approdate a terra, requisirono. Furono raccolti molti trofei di guerra, molte mitragliatrici, strumenti nautici, imbarcazioni e bandiere. Fra le cannoniere distrutte una era di 500 tonnellate circa, armata con cannoni da 76 e mitragliere da 37, una di 350 tonnellate con cannoni da 65 e mitragliere da 35, cinque da 200 tonnellate con cannoni da 47 e mitragliere da 37, tutto sopra coperta, moderne[19].

Lo yacht Shipka, invece fu catturato, portato a Massaua e successivamente, ribattezzato Cunfida, entrò nei ranghi della Regia Marina. Riclassificato cannoniera, fu impiegato fino al 1924, quando venne radiato[20].

Il Piemonte mentre sta scortando lo Shipka (o Sipka, ex-francese Fauvette) verso Massaua. Notare sullo yacht la bandiera italiana a riva e quella turca a mezz’asta

Il primo a rientrare a Massaua e a dare notizia della battaglia fu, il 12 gennaio, il Garibaldino, e, sulla scorta delle informazioni ricevute, Cerrina Feroni inviò al Capo di Stato Maggiore della Marina il seguente telegramma: “Sono orgoglioso di informare E.V. che Garibaldino giunto ora comunica Piemonte Garibaldino Artigliere scontratisi giorno 7 dinanzi Kunfidah con sette cannoniere turche un yacht armato. Dopo violenta resistenza tutte cannoniere annientate. Yacht Fauvette catturato. Fra qualche giorno arriverà qui anche Piemonte con parte cannoni, bandiere e altri trofei di guerra turchi.[21]

Nel mattino del 15 giunsero a Massaua, accolti trionfalmente, anche il Piemonte  l’Artigliere e il Piemontino, come era stato provvisoriamente ribattezzato lo yacht Shipka

Così, in un telegramma inviato quello lo stesso giorno, il Comandante Cerrina Feroni, forse esagerando un po’ la potenze delle artigflierie navali turche, descrive il loro arrivo (notare che lo yacht è chiamato con il suo originario nome di Fauvette):

Conclusione

Con la battaglia di Kunfida la Marina italiana aveva ottenuto il completo controllo del Mar Rosso rispetto a quella ottomana. Molte delle unità che erano state impegnate in quel teatro furono richiamate nel Mar Mediterraneo e utilizzate nell’ormai prossima Prima Guerra Mondiale.

Una nota particolare va riservata all’epilogo che il Destino delle Navi volle riservare al Piemonte.

Dopo aver navigato in tutti i mari del mondo, dopo servito in armi con onore prima durante la guerra italo-turca e poi nella Grande Guerra, messo in disarmo nel 1920, anzichè essere demolito fu venduto alla Società Petrolifera Italo-Rumena S. A. di Milano, e trasformato -caso più unico che raro- in nave cisterna, assumendo il nuovo nome di Edda. Nel 1925 l’unità venne ceduta alla Compagnia di Navigazione Maris S. A. di Genova e ribattezzata Marisedda.

La stampa nostrana diede molto risalto a quello che fu, più che una battaglia, uno scontro a fuoco il cui esito era scontato, stante la superiorità delle nostre navi rispetto a quelle turche. Un esempio è quello della Domenica del Corriere, che dedicò all’episodio una delle sue copertine illustrate da Walter Beltrame, riportata nella pagina seguente.

Domenica del Corriere 28 gennaio-4 febbraio 1912

Anche qualche artista volle illustrare a modo suo la battaglia, come l’anonimo autore del disegno qui riprodotto.

Per chi desidera approfondire

Autore anonimo, “La battaglia di Kunfida”, in L’illustrazione Italiana, n. 6, 11 febbraio 1912.

Autore anonimo, “La Marina nel Mar Rosso”, in Rivista Nautica – Italia navale, Anno XXI Volume XXI, 1912

Beehler William Henry, “The history of the Italian-Turkish War, September 29, 1911, to October 18, 1912”, Naval Institute Press, Annapolis, 1913

Casoni Giambattista, “La guerra italo-turca , Bemporad & F. Editori, 1914

Cenni Quinto, “Album della guerra italo-turca e della conquista della Libia: 1911-1912)”, E.Bardi & C., 1913

Fioravanzo Giuseppe e Pollina Mario Paolo, I cacciatorpediniere italiani”, USMM, 1969

Gabriele Mariano “La marina italiana nel Mar Rosso durante il conflitto italo-turco”, in Bollettino d’archivio USMM, Giugno 1997

Gabriele Mariano, “La Marina nella guerra italo-turca: il potere marittimo strumento militare e politico, 1911-1912”, Ufficio Storico Marina Militare, 1998

Giorgerini Giorgio e Nani Augusto, Gli incrociatori italiani, USMM, 1967

Ilari Virgilio, “Italy on the Rimland – Storia militare di una Penisola”, tomo II, Società Italiana di Storia Militare, 2019

Langensiepen Bernd e Güleryüz Ahmet, “The Ottoman Steam Navy, 1828-1923”, Naval Institute Press, Annapolis, 1995

Lenci Marco, “La campagna italiana nel Mar Rosso durante la guerra di Libia e la rivolta anti-turca di Al-Idrîsî nell’Asîr”, in Storia Contemporanea, 1985, n. 5/6

Manfroni Camillo e Roncagli Giovanni, “Guerra italo-turca 1911-1912 (Cronistoria delle operazioni navali), vol. II, Hoepli, 1926).

Meleca Vincenzo, Storie di uomini, di navi e di guerra nel Mar delle Dahlak, Greco&Greco, 2012

Rizza Claudio, “Prima di Lawrence – La missione segreta della Regia Marina per il controllo del Mar Rosso nella guerra Italo-Turca”, in Rivista Marittima, ottobre 2017

Stephenson Charles, “A Box of Sand: The Italo-Ottoman War 1911-1912”, Tattered Flag, 2014


[1] Il nome di Kunfida, come quello di altre località citate nel testo, è talora riportato con altra grafia ( ad esempio, Kunfida diventa Kunfuda, o Al Qunfudhah, Coomfidah, ecc.. Ho utilizzato quella più frequente nella documentazione di provenienza italiana.

[2] Quelli degli attuali Stati del Sudan, dell’Eritrea e di Gibuti rientravano nell’Eyalet (regione, territorio) di Habesh.

[3] Cfr. https://www.ilcornodafrica.it/st-melecamassaua.pdf

[4] Era decisamente notevole la collaborazione tra unità della Royal Navy e della Regia Marina, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, per il contrasto, sia nel Golfo di Aden sia nel Mar Rosso, al contrabbando di armi e droga, alla tratta degli schiavi e all’estremismo islamico del Bad Mullah. Contro gli armati di questo leader somalo rammentiamo ad esempio l’intervento del Caprera, assieme all’incrociatore protetto britannico Pomone, in appoggio allo sbarco di 800 Royal Marines ad Obbia (Hobyo) nella Somalia italiana. Cfr. V. Meleca, “Brevi note sull’abolizione della schiavitù in Etiopia”, in https://www.ilcornodafrica.it/st-meleca%20schiavit%C3%B9.pdf  

[5] https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2014/04/pasqualini-vol1-parte3.pdf

[6] Il primo, ad opera del contrammiraglio Federico Lovera Di Maria era intitolato “Condizioni militari della Tripolitania”, il secondo, del 1897, intitolato “Azione offensiva contro la Tripolitania” era redatto dallo Stato maggiore della Regia Marina.

[7] https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2014/04/pasqualini-vol1-parte3.pdf

[8] L’Aretusa, dopo qualche intervento iniziale, non fu più in grado di effettuare alcuna operazione. Nel dicembre 1911 fu destinato a funzioni di guarda-porto a Massaua e quindi, un anno dopo, nel novembre 1912, radiato dai ranghi della Regia Marina. I sambuchi erano l’Antilope, il Camoscio II, il Cervo II, il Daino, il Gazzella III e lo Zebra, tutti armati con uno o due pezzi da 75mm. Cfr. V. Meleca, Storie di uomini, di navi e di guerra nel Mar delle Dahlak, pagg. 27-48

[9] Cfr. Lettera d’istruzioni del Presidente del Consiglio dei Ministri al comandante Cerrina Ferroni datata 28 novembre 1911. Archivio Centrale dello Stato (ACS), fondo Carte Giolitti, b. 23, f. 61, s.f. 4, pag. 1, citata in “Prima di Lawrence – La missione segreta della Regia Marina per il controllo del Mar Rosso nella guerra Italo-Turca”, C. Rizza, in Rivista Marittima, ottobre 2017

[10] Costruite in parte nei cantieri francesi Schneider di Châlons-sur-Saone e in parte negli Ateliers et Chantiers de la Loire di Nantes le cannoniere Ayintab, Bafra, Gocedag, Moka, Ordu e Refahiye erano della classe Seddülbahir. Le loro dimensioni ed armamento erano le seguenti: lunghezza 47,0m, larghezza 6,2m, pescaggio 1,9 m; dislocamento a pieno carico 315 tsl; armamento: 2×47/50mm Hotchkiss, 2×7,65mm; velocità massima 12 nodi; equipaggio: 9 ufficiali, 38 sottufficiali e marinai. La Costamuni e la Yozgat erano state invece costruite nei cantieri tedeschi Sachsenberg di Rosslau. Le loro dimensioni ed armamento erano le seguenti: lunghezza 42,2m, larghezza 5,8m, pescaggio 1,8 m; dislocamento a pieno carico 240tsl; armamento: 1×75/37mm St. Etienne, 2×47/42mm; velocità massima 12 nodi; equipaggio: 3 ufficiali, 19 sottufficiali e marinai.

[11] Il nome delle navi ottomane varia a seconda delle fonti. Ho indicato tra parentesi quelle meno diffuse. Un esempio per tutti è quello della silurante Halic o Haliç o Alish Cfr: “Gli incrociatori italiani”, USMM, 1967, pag. 256 e Charles Stephenson “A Box of Sand: The Italo-Ottoman War 1911-1912”, Tattered Flag, 2014, pag. 98. A proposito di quest’ultima unità, per M. Lenci si tratta invece di “una piccola barca cannoniera”. Cfr. “La campagna italiana nel Mar Rosso durante la guerra di Libia e la rivolta anti-turca di Al-Idrîsî nell’Asîr”, Storia Contemporanea, 1985, n. 5/6, p. 972, mentre per altra fonte è un “armed steamers”(vapore armato). Cfr. http://www.turkeyswar.com/navy/turkish-warships/

[12] Archivio USMM, Raccolta documenti  storici  della  Regia  Marina (1861-1939), b. 210, f. 2, s. f. 1.

Nonostante approfondite ricerche, non ho trovato conferma della presenza nella flotta ottomana del Mar Rosso nè della cannoniera Quenkeche nè delle siluranti Bahriye e Ahmer, citate da alcune fonti.

[13] Cfr. V. Ilari Italy on the Rimland, tomo II, pag. 69. Le cannoniere che risultano essere state internate a Suez furono tre: la Yozgat e la Taşköprü, (entrambe affondate il 10 dicembre 1915 nei pressi dell’isola Kirpen, in Mar Nero, dai cacciatorpediniere russi Derzky, Gnevny, Bespokoyny) e la Malatya, gravemente danneggiata da una mina il 17 settembre 1916 nei pressi di Karaburun, nel Mar Egeo. Ad esse va aggiunto il pattugliatore (“survey vessel”) Beyrut, affondato il 1 novembre 1914 nei pressi di Urla, in Mar Egeo, dai cacciatorpedinere britannici Wolverine e Scorpion.

[14] Cfr. Gli incrociatori italiani, USMM, 1967, pag. 244. Il Calabria era entrato in azione anche  il 19 ottobre 1911 bombardando prima un accampamento militare nei pressi di Aqaba e dieci giorni dopo, il 29 ottobre, la batteria costiera turca di Punta Warner,sull’isola di Perim nello stretto di Bab el-Mandeb. Le azioni di bombardamento di obiettivi militari ottomani proseguirono anche all’inizio del 1912, quando il 1 gennaio, contro le batterie costiere di Djabana. Il Calabria rientrò in Italia nell’aprile 1912.

[15] Durante la perquisizione della Kayseri, che aveva un carico di carbone, vennero trovati a bordo dei documenti che indicavano come il carico fosse destinato al porto di Kunfida. L’informazione fu poi passata al Servizio Informazioni della Marina, per cui è assai probabile che la missione che portò successivamente le nostre navi in quel porto non fosse assolutamente casuale.

[16] Al comando del Puglia era il Capitano di vascello Pio Lobetti Bodoni. La data del 3 novembre 1911 è quella indicata dall’USMM. Per altre fonti (V. Ilari, Italy on the Rimland, tomo II, pag. 69 e  https://cronologia.leonardo.it/storia/a1911e.htm), la data è invece  il 5 o il 16 dicembre 1911.

[17] Nel maggio 1912 il Caprera prese parte, insieme all’incrociatore Piemonte, al riuscito bombardamento ‘chirurgico’ di Hodeida -gli obiettivi militari erano prossimi all’ospedale- distruggendo le riservette a mare. Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/gustavo-nicastro_(Dizionario-Biografico)/

[18] Pubblicato su Rivista Nautica – Italia Navale, 2^ quindicina gennaio 1912

[19] Il Times of India del 3 ottobre 2011 riportava la notizia del progetto di recupero a Kunfida del relitto di una nave da guerra ottomana affondata, secondo l’autore dell’articolo, da aerei italiani durante la Prima Guerra Mondiale. Anche se le foto disponibili non consentono un’identificazione, è probabile invece che si tratti di una delle cannoniere turche affondate proprio durante la battaglia di Kunfida di quasi un secolo prima.

[20] Poco più di quattro mesi prima l’Artigliere, reduce da altri combattimenti con unità turche nel Mar Egeo (il 29 settembre 2011 aveva affondato a Prevesa, nel Mar Egeo, tre unità turche, la silurante Tokat ele torpediniere Hamidiye ed Alpagot), si era reso protagonista, della cattura al largo di Prevesa, di un altro panfilo armato, il Trablus (e non Tarabulus, come riportato da talune fonti), ex Thetis, che venne poi incorporato nella Regia Marina come cannoniera, con il nuovo nome di Capitano Verri. All’impresa, avvenuta il 30 settembre 1911, partecipò anche il cacciatorpediniere Corazziere.

[21] Telegramma 12.01.1912 Cerrina Feroni al Ministero Marina. AUSMM, fondo cit., b. 427, f. 1