Manfredo Camperio

Manlio Bonati, gennaio 2005

 

A Milano una sera del 1847 un gruppo di giovani patrioti cospirava al club degli artisti, in casa Poldi. Questi milanesi, insofferenti verso lo straniero che dominava in casa loro, non si consideravano sudditi dell’Imperial Regio Governo Austriaco: sognavano un governo italiano, indipendente. Uno di loro iniziò a ricordare le dimostrazioni fatte dai coloni americani contro gli inglesi, quando si astennero dall’uso del thé a scapito dell’ingente tassa che gravava sul prodotto. Un altro giovane disse che per danneggiare i profitti economici degli austriaci bisognava ideare qualcosa di simile a quanto escogitato in America verso la fine del secolo precedente. Improvvisamente il ventenne Manfredo Camperio gridò con entusiasmo: “Asteniamoci dal fumare!”. Detto fatto tutti i cospiratori presenti gettarono sigari e pipe sul fuoco. Da quella sera in poi la pacifica dimostrazione contro il potere austriaco prese sempre più piede. I tempi erano maturi per la generale ribellione del 1848.

La brillante idea dell’astensione dal fumo si deve quindi al Camperio. Il simpatico aneddoto è riportato nell’Autobiografia di Manfredo Camperio, che l’autore iniziò a scrivere nel 1883 a favore dei nipoti, pubblicata postuma nel 1917 a cura della figlia Sita, che la continuò nella descrizione degli ultimi anni di vita dell’illustre genitore. Camperio fu una figura meravigliosa, attiva e poliedrica dell’Ottocento, il secolo dell’ideale! Uomo molto colto, fu patriota, militare, viaggiatore, esploratore, politico, mecenate e direttore di un giornale geografico/commerciale. Nacque a Milano il 30 ottobre 1826 come decimo figlio di una famiglia nobile.

Combatté nelle cinque giornate di Milano (dal 18 al 22 marzo 1848) andando all’assalto del Palazzo del Genio, dopo essere stato liberato dalla prigione dove scontava una pena per motivi politici. Scacciate dalla città le truppe del feldmaresciallo Radetzsky, partiva volontario per il fronte. Purtroppo pochi mesi dopo, l’esito della prima guerra d’indipendenza ritornava a favore degli oppressori. Milano si arrendeva e il re del Regno Sardo Piemontese, Carlo Alberto, riparava con le sue truppe in Piemonte. “Mentre i Piemontesi battuti avevano sottoscritto un armistizio (armistizio Salasco), i corpi volontari organizzati da Giuseppe Garibaldi, non volendo riconoscere quella convenzione, continuavano a tenere la campagna. A Lugano - continua il Camperio - trovavasi Mazzini e molti altri capi repubblicani che convenivano in casa Ciani e Nathan: “Finita la guerra regia - essi dicevano - comincerà la guerra del po­polo". Quantunque io non fossi repubblicano, approvavo però quella difesa nelle montagne che poteva portare ad una seconda rivoluzione contro gli austriaci. Ad ogni modo si sarebbe salvato l’onore”. In quei giorni il Camperio si unì alla compagnia del garibaldino Giacomo Medici e partecipò al combattimento di Rodero, dove fu ferito ad una gamba. Passò l’inverno a Intra in attesa della ripresa delle operazioni militari previste in primavera. Nel febbraio 1849 si recò a Torino per vestire la divisa dei Savoia Cavalleria. La guerra fu regolarmente dichiarata ed il suo reggimento partì per il confine. L’animo del Nostro era combattivo, ma gli strapazzi lo costrinsero presto a letto, malato.

Deluso per la cattiva sorte della nostra bandiera, decise d dedicarsi ai viaggi. Con l’amico Carissimi andò a Costantinopoli, in Ungheria, a Marsiglia per poi rifugiarsi nell’ospitale Torino. “Io non mi sentivo di fare la vita di emigrato in Piemonte e chiestane l’autorizzazione a mio padre, partii per l’Inghilterra. (...) Giunsi a Londra e mi occupai tosto di trovare un passaggio per l’Australia. La passione dei viaggi si era inveterata in me fin da fanciullo con le letture d’avventure ed esplorazioni, la geografia essendo sempre il mio studio prediletto”. La navigazione durò tre mesi e mezzo, non senza pericolose avventure. Una sera videro le luci di Melbourne.

Le aspirazioni del Camperio erano di andare alle miniere per cervarvi l’oro. Si mise in società con un americano e con un giovane australiano, già esperti cercatori del giallo metallo. Il suo bagaglio era il seguente: coperta di lana, due camicie di lana da marinaio, un paio di mutande, un paio di calzoni da minatore, calze, stivali, scarpe inglesi, un revol­ver con cinquanta cartucce, un coltello da caccia, pipe, tabacco, fiammiferi e via a cercare la fortuna! Pur provenendo da una famiglia dove non gli erano mai mancate le comodità, aveva la dote di adattarsi a qualsiasi ambiente. In effetti era robusto di costituzione e possedeva una forza straordinaria: “a 12 anni sollevavo il nostro vecchio cuoco Giosué di Senago, che aveva una grossa pancia e pesava più di 100 chili”. Naturalmente si era sempre dedicato agli sport, spronato anche dalla madre, che aveva allevato i figli con una educazione alla tedesca.

I tre soci arrivarono a Sailors Gallery, meta agognata del loro viaggio, dopo aver percorso a piedi oltre duecento chilometri. “Il terreno era continuamente interrotto da una sequela di buche larghe circa un metro e mezzo e profonde due metri. Fra una buca e l’altra, montagne di terra scavata dai minatori e tende qua e là”. Nei primi giorni le sue mani, mai abituate al lavoro manuale, si scorticarono, ma ben presto il corpo si abituò a questa vita dura.

Si incontrò con i papuas, gli indigeni che cacciano con il boomerang, e li definì di carattere vile, in quanto fuggivano all’avvicinarsi dei bianchi: “è una razza destinata a scomparire prima di quella degli Indiani d’America”.

Il lavoro del minatore, veramente massacrante, rendeva poco. Nel 1852 gli si gonfiarono enormemente i piedi per le ore quotidiane che trascorreva nelle buche piene d’acqua. Fu costretto ad acquistare delle scarpe enormi “più adatte per elefanti che per uomo”. A causa di questa grave indisposizione, salutò i due amici e si mise in cammino per recarsi a Melbourne. Dopo essersi perso e dopo aver soggiornato in un villaggio, vero covo di briganti, fu aiutato da un certo Wilson, che a sua volta aveva soccorso a Sailors Gallery in occasione di una zuffa. Wilson condusse l’ammalato in carro a destinazione. Qui si mise a fare il muratore finché un giorno non incontrò due sue conoscenze, il Carissimi e il Camolli: “erano i primi italiani che vedeva in Australia, ed erano amici d’antica data per sopraggiunta”. Si misero a vivere alla bohéme, facendo i mestieri più disparati, mentre di sera nei locali cantavano canzonette milanesi. Alla fine assieme ad un altro italiano, il Lusi, ac­ettarono di imbarcarsi come land man su un veliero olandese, rimasto praticamente senza equipaggio per il fatto che i marinai avevano disertato preferendo diventare cercatori d’oro. Il bastimento si recò a Giava (qui Carissimi e Camolli lasciarono il gruppo per proseguire per Calcutta) per caricarvi zucchero e caffè, poi dal Capo di Buona Speranza si diresse a Rotterdam. A bordo scoppiò il colera che uccise parte della ciurma (cinesi, malesi e giavanesi). L’ultimo decesso Camperio non lo poté mai dimenticare. I marinai dormivano a due a due e l’italiano aveva come compagno un piccolo cinese che da molti giorni era ammalato sul comune giaciglio. Una notte, per il forte rullio della nave, gli rotolò più volte addosso. Cam­perio, stanchissimo, dormiva. Soltanto al mattino si accorse che il cinese era freddo, cadavere e che la sua “camicia di lana era sporca della materia da lui emessa, mentre io dormivo profondamente!”.

La nave per un incidente di manovra fu costretta a fermarsi nell’Isola di S. Elena nell’Oceano Atlantico, dove nel 1821 aveva chiuso gli occhi Napoleone I. Con l’amico Lusi il Nostro esplorò la storica isola.

Quando Dio volle, sbarcarono in Olanda. Finalmente, dopo più di due anni videro dei veri letti, ma non fu possibile per entrambi dormirvi “neppure per un’ora; erano troppo soffici ed erano troppo puliti. Tanto Lusi che io fummo costretti a sdraiarci sul pavimento e solo allora potemmo addormentarci sempre in preda però a grande agitazione. Dopo quasi un anno di vita di bordo ci era rimasta la sensazione del movimento della nave! Le poche ore di sonno quindi furono disturbate da sogni di tempeste, di patimenti e a me pareva sempre di avere accanto il cadavere del povero cinese morto di colera”.

Dopo una breve permanenza a Milano, dovette ritornare esule in Piemonte per aver provocato una sfida con relativo duello con il Barone Schöenfeld. Nel 1859 combattè nella seconda guerra d’indipendenza per la liberazione della Lombardia. Nella primavera del 1860 fu promosso tenente e passò al Genova Cavalleria. Assistette all’assedio di Gaeta, dove si era rifugiato il re napoletano Francesco II. Davanti a Gaeta per poco non perse la vita: una bomba, che fortunatamente non esplose, venne a cadere proprio dove si trovava il suo barroccino.

Il generale Manfredo Fanti lo volle a Firenze nel 1863 come aiutante di campo. Per merito, il Fanti lo fece nominare capitano: “questo titolo mi fu sempre più caro di ogni altro!”. Nel 1866 si distinse nella terza guerra d’indipendenza contro l’Austria. Disgustato per l’esito sfortunato della campagna, dovuta all’imperizia dei generali italiani (il Fanti, molto stimato dal Camperio, era premorto per infarto), diede le dimissioni. Lo stato della sua salute non era dei migliori: soffriva di una saltuaria violenta e rumorosa tosse che stonava con la sua prestanza fisica.

Mentre si stava dirigendo per diporto in Norvegia, fu ospitato a Mulhôuse, nell’Alsazia francese, nella casa dei Siegfried, dove risiedeva la bella Marie, conosciuta in una precedente occasione. La bella alsaziana nel 1871  diverrà la signora Camperio.

Nel 1868 il Nostro percorse l’Egitto, l’India e visitò l’isola di Ceylon. L’anno dopo fu presente all’apertura del Cana­le di Suez, dove conobbe il giornalista americano del New York Herald Henry Morton Stanley, che sarebbe diventato famoso per aver rintracciato nel cuore dell’Africa il dottor David Livingstone, con cui rimase sempre in rapporto d’amicizia. Nel 1875 fu eletto deputato durante la XII legislatura. Anche il 1876 fu un anno importante: accettò l’offerta dell’editore Pavia di prendere la direzione di una nuova pubblicazione geografica. Così nel luglio 1877 uscì il primo numero de L’Esploratore, giornale di viaggi e geografia commerciale, organo dell’espansione italiana nei territori extraeuropei. La rivista, che diresse fino al 1884, raccolse le notizie da tutto il mondo dai nostri migliori esploratori: Pippo Vigoni, Romolo Gessi, Orazio Antinori, Carlo Piaggia, Antonio Cecchi, Luigi Maria d’Albertis, Renzo Manzoni, Pellegrino Matteucci, Pietro Porro e tanti altri. Camperio organizzò delle spedizioni come quella di Romolo Gessi e Pellegrino Matteucci in Africa. Invitò gli esploratori nella sua villa della San­a di Monza, dove spesso si chiudeva in eremitaggio per dedicarsi agli studi, per stabilire l’itinerario. Nel 1879 fu costituita la Società di Esplorazione Commerciale in Africa per poter meglio disciplinare questa spedizione e quelle future. Organo di essa era la rivista L’Esploratore del Camperio.

Sempre nel 1879 il capitano Camperio intraprese un viaggio in Tripolitania. Riteneva che questa regione libica fosse adatta a diventare territorio italiano (il suo sogno si realizzò soltanto nel 1911/12 con la conquista della Libia, che si trovava sotto il dominio della Turchia), canalizzandovi l’emigrazione del nostro popolo con “una saggia e opportuna diffusione di relazioni commerciali a mo' di macchia d’olio, che a poco a poco si estende”. Nel 1880 andava a Tripoli e in Cirenaica, visitandola nel suo interno, dove ebbe qualche problema con i beduini. Notò che il terreno sabbioso, una volta trovata l’acqua con una ben diretta operazione idraulica, sarebbe potuto diventare fertile.

Ancora nel 1881 tornava in Cirenaica con Giuseppe Haimann, magistrato ed esploratore, sempre con l’intenzione di studiarne il territorio e lo sfruttamento per l’ipotetica possibilità di impiantare delle colonie agricole. I due esploratori di comune accordo presero strade diverse per il buon esito della spedizione, ma ebbero fastidi sia dai beduini che dai turchi, che vedevano negli italiani dei pericolosi intrusi troppo interessati al loro possedimento. Camperio, non appena fu in Italia, propugnò nuove imprese, come quelle condotte da Gustavo Bianchi e dal conte Pietro Porro. La prima fu distrutta in Dancalia nel 1884, la seconda in Harar nel 1886. Queste perdite lo addolorarono immensamente, ma di contro lo spronarono ad andare avanti nel nome della civiltà e della nazione; e questo anche quando smise la direzione de L’Esploratore. Continuò anche i viaggi, sia di studio che commerciali, in Egitto, in Eritrea e in India. A Massaua si portò il suo segretario Felice Gessi, figlio dell’esploratore Romolo Gessi, chiamato il Garibaldi dell’Africa per le sue vittoriose battaglie contro i mercanti di schiavi, morto di stenti nel 1881 a Suez, di cui curò la pubblicazione delle memorie intitolate Sette anni nel Sudan Egiziano, edite a Milano nel 1891.

In una riunione di industriali svoltasi a Milano nel 1895 “il Camperio - come scrisse il geografo Cosimo Bertacchi - propose la fondazione di un’Agenzia a Bombay per la esportazione dei loro prodotti. Furono 90 gli Industriali di quell’adunanza e tutti accolsero la proposta, mentre ad essi altri si associarono: e nuove agenzie si fondarono” in tante importanti città portuali del globo. Il consorzio ebbe la direzione del Camperio e sotto la sua presidenza i traffici con l’estremo oriente furono molto prosperi.

Il capitano Camperio scrisse molti articoli ed alcuni libri, tra cui spiccano Da Assab a Dogali - Guerre Abissine del 1887 e la traduzione con commento di Cina e Giappone di Ernst von Hesse-Wartegg, che uscì nelle librerie pochi giorni prima della sua morte che avvenne a Napoli il 29 dicembre 1899.

La figlia Sita ci ha lasciato la cronaca della sua dipartita: “pochi istanti prima della fine, volle ancora alzarsi non dandosi per vinto neppure davanti alla morte, camminò fino al balcone per dare un ultimo saluto al sole morente sul mare; poi, coi pugni stretti e lo sguardo fiero, spirò circondato d’amore e di dolore”.

Esempio di fascicolo de L'Esploratore diretto da Manfredo Camperio
 
Copertina dell'annata 1881 de L'Esploratore del Camperio

Da Assab a Dogali. Guerre Abissine del 1887 del Camperio

L'Autobiografia del Camperio pubblicata postuma nel 1917

Gli atti del Convegno su Manfredo Camperio editi nel 2002
 

BIBLIOGRAFIA:

Cosimo Bertacchi, Geografi ed esplo­ratori italiani contemporanei, Giovanni De Agostini Editrice, Milano, 1929;

Manlio Bonati, Manfredo Camperio, in Trekking n° 32, Piero Amighetti Editore, Sala Baganza (Parma), settembre 1989, pp. 84-86;

Autobiogra­fia di Manfredo Camperio 1826-1899, riveduta dalla figlia Sita Mejer Camperio, Quintie­ri Editore, Milano, 1917;

Manfredo Camperio. Tra politica, esplorazioni e commercio, a cura di Mariachiara Fugazza e Ada Gigli Marchetti, Franco Angeli, Milano, 2002 (in particolare il saggio di Francesco Surdich: I viaggi di Manfredo Camperio, pp. 35-104);

Gabriele Gregoletto, Pianeta Terra. Dizionario di navigatori, esploratori, scienziati e viaggiatori che, con le loro azioni o imprese piccole e grandi, contribuirono principalmente alla conoscenza geografica della Terra, Cornedo Vicentino, dicembre 2004 (edizione provvisoria fuori commercio), p. 30;  

Anna Milanini Kemény, La Socie­tà d’Esplorazione Commerciale in Africa e la politica coloniale (1879-1914), La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1973;

Silvio Za­vatti, Dizionario degli esplorato­ri e delle scoperte geografiche, Feltrinelli, Milano, 1967, p. 57;

Silvio Zavatti, Uomini verso l’ignoto. Gli esploratori nel mondo, Gilberto Bagaloni Editore, Ancona, 1979, pp. 86-87.

 

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