L’Africa degli italiani

Incontro Angelo Del Boca – Carlo Lucarelli, Mantova 8 settembre 2005

 

Testo ed interviste di Patrizia Pastore (Dipartimento di Discipline Economico-Aziendali dell’Università di Bologna)

 

Proseguono le iniziative nell’ambito della mostra “Pagine d’Africa: il primo colonialismo italiano nelle biblioteche dell’Università da Assab a Massaua 1869-1885” patrocinata dal Sistema Bibliotecario di Ateneo e inaugurata il 9 aprile 2005 presso la Sala della Fondazione Federico Zeri in Santa Cristina. L’esposizione, che ha avuto tra gli altri, un visitatore d’eccezione come il professore Romano Prodi, è stata concepita quale punto di partenza per una serie di iniziative successive tese a valorizzare il posseduto, in questo caso il tema era la Letteratura Coloniale, di alcune biblioteche universitarie. Nei prossimi mesi, le biblioteche che hanno contribuito in maniera significativa alla sua realizzazione, esporranno presso i rispettivi locali parte del materiale inerente l’argomento in oggetto accompagnandolo con letture, proiezione di filmati ed incontri con autori che leggeranno brani significativi tratti dai testi esposti.

Sempre attenti ad eventi che possono valorizzare l’impegno delle Biblioteche Universitarie, una piccola delegazione di bibliotecari ha potuto partecipare l’8 settembre scorso, al Festival della Letteratura di Mantova, dove ha avuto luogo l’incontro/intervista tra il famoso scrittore africanista Prof. Angelo del Boca e lo scrittore Carlo Lucarelli.

I due protagonisti non hanno certo bisogno di presentazioni. E' quasi  superfluo ricordare che il Prof. Angelo Del Boca è saggista, storico del  colonialismo italiano (a partire dal 1976, presso Laterza, ha pubblicato la  sua monumentale opera Gli italiani in Africa Orientale), direttore della rivista di storia contemporanea "Studi Piacentini" sino alla metà del 2005, poi della omologa "I sentieri della ricerca", pubblicazione piemontese del Centro Studi Piero Ginocchi di Crodo.

Lo scrittore Carlo Lucarelli, è uno dei più noti autori di letteratura gialla, nonché di programmi televisivi di attualità quali Misteri d’Italia e Blu Notte. Ha dichiarato di aver utilizzato il patrimonio librario di numerose Biblioteche dell’Ateneo bolognese al fine di creare il background storico del suo prossimo romanzo ambientato in Eritrea nel 1896.

L’evento, dal titolo significativo“L’Africa degli italiani”  ha proposto una interessante indagine sul mito del “buon italiano” degli “italiani brava gente” che si è affermato e consolidato negli ultimi cento anni. Dopo una breve introduzione, lo scrittore Carlo Lucarelli,  ha rivolto alcune domande al prof. Del Boca. Lo storico ha tracciato brevemente il percorso dell’Italia dall’Unità nazionale ad oggi ponendosi in posizione critica rispetto al mito, che sostiene in maniera perentoria che l’italiano in guerra o nella sua funzione di colonizzatore, sia stato diverso e più umano degli altri. Numerosi ed in gran parte sconosciuti ai più gli episodi riportati: dalla costruzione in Eritrea di una odiosa colonia penale agli eccidi consumati in Libia a partire dal 1911, dal genocidio del popolo cirenaico all’impiego sistematico degli aggressivi chimici durante l’invasione dell’Etiopia. Numerose anche le domande sull’argomento che i presenti hanno rivolto ai due scrittori. Tra il pubblico, la scrittrice Erminia dell’Oro che ha preso brevemente la parola per illustrare la bellezza dei luoghi e della gente d’ Eritrea dove è nata e vissuta per diversi anni e dove ha ambientato quasi tutti i suoi romanzi.

A margine del dibattito è stato possibile intervistare brevemente i due protagonisti che hanno gentilmente e pazientemente  risposto in maniera del tutto esauriente alle domande poste. Eccole.

Mantova 8 settembre 2005

 

L’Africa degli italiani

Incontro Angelo Del Boca – Carlo Lucarelli

 

Prof. Angelo Del Boca

 

D. Pur nella sua visione di negatività rispetto all’espansionismo coloniale italiano, non crede che esso abbia comunque contribuito a creare una identità politica e culturale propria dell’Eritrea che fino ad allora costituiva una provincia qualunque dell’ Impero Etiopico?

R. Questo senz’altro. Non soltanto perché abbiamo costituito un esercito formato da Eritrei che ha combattuto per noi, soprattuto a Cheren nel 1941 , battendosi come e in molti casi anche meglio dei nostri soldati. Lo spirito di corpo degli ascari ha svolto un ruolo importante nell’aggregazione e nella differenziazione rispetto agli Etiopici. E poi l’Eritrea è sempre stata un passo avanti rispetto ai paesi vicini compreso naturalmente l’Etiopia. Questo perché nella colonia “primogenita” gli italiani hanno creato una serie di industrie e sviluppato una certa tecnologia. Ma poi anche più tardi l’Eritrea ha sempre avuto un passo diverso che l’ha portata al nazionalismo, a 20 anni di guerra con l’Etiopia e a rivendicare la sua indipendenza…

 

D. Alla fine degli anni ’80 Flaminio Piccoli disse: “L’Italia poteva far di più per la sua colonia “primogenita”. Si è avuta quasi l’impressione di una specie di “cattiva coscienza”, di voler cancellare qualsiasi collegamento con un passato fascista, mentre doveva avvenire proprio l’inverso. Dimostrando che l’Italia Democratica nata dalla Resistenza, recuperava quel che di positivo il nostro paese aveva pur fatto in quelle terre…” Non crede che l’atteggiamento del Governo Italiano sia tuttora ambiguo rispetto alla situazione politica Eritrea in cui vige di fatto una dittatura?

R. Guardi, è andata così. Anche in questo caso il comportamento del Governo Italiano è stato molto ambiguo: per qualche anno invece di aiutare i resistenti Eritrei a ottenere veramente l’indipendenza, ha aiutato molto Menghistu. E’ stato un atteggiamento del tutto sbagliato, è stato un grave errore. Poi però, una volta che gli Eritrei hanno ottenuto l’indipendenza, li abbiamo aiutati parecchio. Non nella misura che gli Eritrei desideravano, ma comunque abbastanza. Adesso però la situazione è imbarazzante. Il Governo Eritreo ha cacciato via l’Ambasciatore Italiano, dopo molto tempo l’ha riammesso, la situazione è molto fluida. Mi meraviglia ad esempio che Paolo Berlusconi abbia costruito delle villette a Massaua o che il Presidente Eritreo Afeworki abbia soggiornato in Sardegna a casa del nostro Presidente del Consiglio. Insomma, abbiamo sempre questo atteggiamento ambiguo, li aiutiamo, ma solo se possiamo fare dei soldi. Non è che si vada lì a rimetterci, si va lì a guadagnare sempre qualcosa. E intanto quei pochi che erano una voce libera sono tutti in carcere. L’Italia dovrebbe prestare molta attenzione ad atteggiarsi favorevolmente nei confronti dell’Eritrea. E mi dispiace molto dire questo, perchè io ero uno di quelli che si batteva per l’Eritrea quando a parer mio l’Italia faceva troppo poco…

 

 

Carlo Lucarelli

 

D. Cosa ne pensa della scelta dell’Amministrazione comunale di Bologna di donare la Turrita d’Argento allo scrittore John Grisham?

R. Devo premettere che prima devo leggere quello che scrive Grisham nel suo romanzo. Se si tratta di dare un premio ad uno scrittore straniero o anche di Bologna, che è uno scrittore di libri commerciali, per giunta gialli, allora mi sta bene, per carità. C’è un sacco di gente che dovrebbe prendere un premio, non solo Grisham.

 

D. Attraverso gli occhi del protagonista de “Il broker”, per l’appunto l’ultimo romanzo di John Grisham, ecco alcune impressioni sulla città in cui lo scrittore ha soggiornato a lungo:

“città calda,magica, dove non esiste praticamente criminalità” “una città vera con gente che vive dove lavora” “sicura e pulita, senza tempo e dove le cose non sono cambiate molto nel corso dei secoli e gli abitanti amano la loro storia e sono orgogliosi delle loro opere…” ed infine, davanti al monumento ai Martiri della Resistenza in piazza Maggiore il protagonista del romanzo pensa: “Quei contadini hanno accettato di morire per il paese e le loro idee…”

Non crede che il vero punto di forza di scrittori italiani quali Lei, Macchiavelli, Comastri Montanari e altri, sia la ricerca e la documentazione sulle vicende storiche del nostro paese che approfondite scrupolosamente ogni volta che vi accingete a scrivere un romanzo?

R. Guardi, c’è sempre da parte di molti scrittori, soprattutto Americani, un approccio alla letteratura piuttosto superficiale o diciamo così, piuttosto pittoresco. Ad esempio, sto ultimando un nuovo romanzo ambientato in Eritrea nel 1896. Naturalmente non descrivo l’ Eritrea degli Eritrei, ma di italiani che sono andati in Eritrea. Ho letto molto sull’argomento e ci sono andato più volte conscio del fatto che quando ti accingi a scrivere qualcosa vedi solo le cose che ti servono. Generalmente quello che non ti serve, anche se è interessante, lo riponi ed è come non averlo visto.  Quello che rimane quindi, rischia di essere solo il luogo comune che si ha di quel posto. Un’altra ipotesi è quella suggeritami da una frase che ho letto, attribuita a Grisham “Ho imparato che il cappuccino non si prende a tutte le ore del giorno”, cioè ci sono cose, anche minime, da sapere, che chi non appartiene a quella cultura non conosce ed il vero pericolo è di non riuscire a saperlo. Poi, fondamentalmente, quando si racconta di un certo “posto”, si presentano due scelte: o lo odi, ed allora ne scrivi male tanto da screditarlo, o in caso contrario, cerchi di descriverlo al netto dei tuoi pregiudizi per non offenderlo più di tanto.

Se uno straniero viene a Bologna è ovvio che dica che Bologna è una bella città. Quando afferma che la criminalità non esiste è perché non riconosce la criminalità enfatizzata dalle pagine di cronaca locale, voglio dire che l’ipotesi che un punk a bestia ti sbudelli mentre stai attraversando la strada è piuttosto remota. Immagino che se invece di passeggiare nel centro di Bologna tra piazze e vie con luci e negozi visitasse altri quartieri, un po’ più strani, potrebbe accorgersi di un sacco di altre cose come la prostituzione, lo spaccio di droga, la mafia e persino il retaggio della Uno Bianca…

 

D. Loriano Macchiavelli afferma “Il rischio è la saturazione del genere giallo. Vorrei andare oltre, guardare avanti, riflettere sulla figura dell’assassino e dell’investigatore, e di come cambiano nel tempo…” E’ questo uno dei motivi che l’hanno portata ad ambientare il suo prossimo romanzo in un luogo ancora piuttosto inesplorato dal punto di vista letterario quale l’Eritrea di fine ‘800?

R. Certamente, ma non solo. Nelle discussioni fatte da me con altri amici scrittori come Simona Vinci, Marcello Fois ed altri viene comunque fuori la voglia di fare una sperimentazione diversa. Evidentemente un po’ di strade le abbiamo già battute. Il giallo permette la sperimentazione e non ci limiteremo certo a scrivere le solite quattro cose. Il genere non si è affatto esaurito. Tutt’altro.

 

La Dott. Patrizia Pastore, di spalle, intervista Carlo Lucarelli

La Dott. Patrizia Pastore, a sinistra, davanti al plastico di Massaua

 

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