Splendori ed ombre del Corno d’Africa

Nicky Di Paolo, 5-6-05

Fotografie di Alberto Vascon

 
 

Due proverbi caratterizzano due mondi diversi. Gli europei dicono: “chi ha tempo non aspetti tempo”, mentre nel Corno si ricorda che “ il bianco sempre desidera guadagnar tempo, cioè nulla, poiché l’uomo mai riuscì ad ammucchiare il tempo negli orci”.

Due filosofie, due stili di vita, due civiltà, due posizioni geografiche differenti.

Per chi ha vissuto a lungo in ambedue i luoghi sa bene che basta poco tempo perché gli abitanti del Corno, trasferiti in Europa, vengano afferrati dalla frenesia del mondo occidentale e ugualmente, dopo una ventina di giorni, gli europei che si stabiliscono nel Corno, come del resto in tutta l’Africa tropicale ed equatoriale, sono contagiati dallo scorrere lento delle cose, dalla mancanza della fretta, dalla fatalità propria di quelle genti, tanto da chiedersi come mai fino a quel momento si fossero agitati tanto.

Quindi stando in Europa e pretendere che gli africani agiscano conformemente alla nostra filosofia, può considerarsi assurdo se non addirittura stupido.

D’accordo, è giustissimo, ma tutto deve sottostare alla logica aristotelica.

Fino a poco più di cento anni or sono buona parte delle popolazioni del Corno d’Africa erano costituite da stirpi di nobili guerrieri che non avevano altro scopo nella vita se non quello di combattere, di coprirsi di gloria e di mantenere integra la loro civiltà dai tentativi di conquista di altri popoli.                                

Poi  dalla seconda metà dell’ottocento i bianchi portarono in rapida successione fucili,  cannoni,  aerei, tanks, elicotteri  e supporti elettronici che, con tanto istinto ed intelligenza, le genti del Corno hanno imparato presto ad usare. Quello che prima erano piccole guerre, sono diventate vere e proprie catastrofi.

Giocare alla guerra con le armi moderne è davvero difficile da comprendere. Il Dipartimento di Stato Americano definì nel 2000 la seconda guerra fra Eritrea ed Etiopia “il più stupido conflitto del secolo”, non riuscendo nessuno a capirne bene la ragione.

Sono tre i principali stati del Corno: l’Etiopia, l’Eritrea e la Somalia che sono stati, anche se per breve tempo, colonie italiane e quindi,  che lo vogliano o no, gli italiani sono implicati nella definizione del futuro di queste nazioni.

La situazione più disastrosa è quella della Somalia, dove una lunga guerra civile fra fazioni diverse è così cruenta e incontrollabile,  che neppure l’esercito americano è riuscito ad imporre un cessate il fuoco.

Tra Eritrea ed Etiopia non sembra si riesca a definire, una volta per tutte, il contenzioso della linea di confine. I governanti si danno la colpa reciprocamente: l’Eritrea, una volta conquistato il diritto all’indipendenza, sembra costretta a mantenere un apparato bellico che supera di gran lunga le possibilità economiche di quello stato, che essendo appena nato, avrebbe un disperato bisogno di tranquillità per far decollare la propria economia.

L’Etiopia è un bel po’ avanti a tutti gli altri stati del Corno, ma soffre ugualmente di questa situazione incerta, avendo problemi di confine non solo ad est al nord.

Alla precaria situazione politica si sono aggiunte negli ultimi anni alcune calamità quali la siccità, le malattie (recrudescenze di vecchie e comparsa di nuove) che, associate alla ancora scarsa assistenza sanitaria, tengono il Corno in un isolamento impietoso.

Eppure a tutti gli osservatori non sembra impossibile, almeno per Eritrea ed Etiopia, poter raggiungere in tempi brevi una stabilità, una sicurezza di rapporti tale da poter abbandonare la corsa agli armamenti e indirizzare il bilancio statale verso lo sviluppo e la crescita.

Nell’antichità nessun posto dell’Africa era ricordato quanto il Corno: più di tutti l’Abissinia, ma anche il Mar Eritreo, la coste somale, i grandi laghi vivevano già nei racconti estasiati di quei cronisti che avevano a loro volta attinto notizie da fortunosi viaggiatori.

Verso la fine del settecento esploratori e  missionari cominciarono a descrivere le meraviglie di quei luoghi. Tra la fine dell’ottocento e la prima metà del novecento gli italiani non fecero a tempo a rendersi conto in pieno  della bellezza delle colonie conquistate, troppo presi dal consolidamento dei nuovi insediamenti. Poi dopo gli anni 60 c’è stato un buon approccio dell’Etiopia al turismo, limitato però ad alcuni settori dai quali però l’Eritrea era esclusa. Eppure anche  in Eritrea sono maestosi gli scenari dell’altipiano, le valli di baobab, i boschi di euforbie a candelabro giganti, le isole Dahlac, proprio di fronte a Massaua, ancora miracolosamente intatte, per non parlare dell’unicità della Dancalia  eritrea con i suoi vulcani e le sue depressioni.

Dopo la guerra trentennale tra Eritrea ed Etiopia sembrava improvvisamente tutto possibile, ma poi c’è stata la recrudescenza della guerra e la relativa perdita di credibilità.

Niente invece per la Somalia dove ci sono state e ci sono sempre e solo guerre che non badano certo alle bellezze dei luoghi che mirano a distruggere. Di tutte le bellezze della Somalia non abbiamo purtroppo foto recenti, nessuno ha più il coraggio di andarle a fare.

Oggi nel terzo millennio dove, in  tutto il pianeta, due sono le maggiori risorse di ricchezza, il petrolio ed il turismo, il Corno, che potrebbe largamente attingere alla seconda, lo fa poco in Etiopia, pochissimo in Eritrea, o non ci pensa affatto come in Somalia.

Eppure tutto il Corno ha disperatamente bisogno di valuta estera per riuscire a far fronte alle grandi necessità che il momento richiede. Le popolazioni hanno imperiose necessità di essere sorrette perché l’indigenza, le malattie e in particolar modo la siccità flagellano quelli che sono fra i più bei posti al mondo.

Le foto di Alberto Vascon, che l’Africa la sente veramente, rendono l’idea di quanto scriviamo.

Se iniziamo dal mare, l’arcipelago delle Dahlac con trecento isole e migliaia di chilometri di coste, per la  maggior parte affiancate da baie coralline ancora intatte, può rappresentare per l’Europa la prima vera possibilità di vacanze marine invernali, eventualmente con escursioni nella vicina  Dancalia dove il fascino della terra, ricca di mare, di vulcani, di immensi laghi salati, è unico; non c’è davvero null’altro di simile al mondo.

L’Acrocoro etiopico con i suoi paesaggi, le antiche rovine axumite, i monumenti vecchi e recenti, i monti, le ambe, le città, i parchi, gli antichi monasteri, è una realtà tutta da scoprire sia dal lato etiopico che eritreo. L’Etiopia inoltre, molto più vasta  dell’ Eritrea, possiede i monti del Semièn, che sono i più belli dell’Africa, l’incredibile architettura delle chiese rupestri di Lalibelà e del Tigrai, il lago Tana da dove nasce il Nilo Azzurro, la stupefacente bassa valle dell’Omo con le sue etnie uniche e incontaminate, la fascinosa Harar, la selvaggia attrattiva di Gambella e potremmo continuare a lungo.

I luoghi della Rift Valley non hanno bisogno di commenti, sono la culla dell’umanità che Dio ha necessariamente abbellito con la Sua arte.

Se si pensa alla vastità territoriale del Corno si può capire come possa essere realistico prospettare la concretizzazione di ambiziosi piani turistici e contemporaneamente la creazione di immensi parchi naturali che possano preservare i luoghi dallo stesso inquinamento che il turismo comporta. In verità l’Etiopia ne ha creati già molti di parchi, ma manca ancora di infrastrutture turistiche adeguate.

Se la filosofia del Corno ha ritenuto fino ad oggi il trascorrere del tempo un elemento trascurabile e quindi scarsamente modificabile, oggi ciò non  si può realisticamente accettare.

I governanti di quei luoghi si trovano infatti di fronte un bivio: continuare ad investire in armamenti e mantenere nei paesi uno stato di allarme, non solo ostacolando il turismo, ma provocando danni irreparabili alle popolazioni ed allo stesso territorio, oppure cercare tutti insieme di fare un passo vero verso quella pace che è indispensabile per poter fermare la recessione, riguadagnare la fiducia del mondo e poter finalmente aprire con convinzione al turismo e ai capitali stranieri.

E’ troppo tempo che le splendide genti del Corno soffrono pene inaudite, mentre la soluzione è già stata messa sul tavolo ed ora è indispensabile, da parte di tutti, solo un po’ di buona volontà.

Sono di pochi giorni fa due notizie che hanno ridato tanta speranza: in Etiopia si terranno prestissimo libere elezioni ed in Somalia si è trovato un accordo per la consegna di tutte le armi.

Se ciò avverrà, saremo i primi a gioirne per tutte le popolazioni del Corno che aspettano da tanto questi eventi.

 

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