L’ARCA  DELL’ALLEANZA  E  L’ABISSINIA

Nicky Di Paolo e Alberto Vascon, 6-7-04

Indice:
 
Introduzione
L’Arca
La regina di Saba
Menelik, figlio di Machedda
I falascià
Lalibelà e i Templari
La Madonna e l'Arca
Nove ipotesi fantastiche
Conclusioni

Introduzione

Chi ha avuto modo di vivere nel Corno d’Africa o di interessarsi di quei luoghi, è sicuramente venuto più volte a contatto con la mitica storia della regina di Saba, del Re Salomone e dell’Arca dell’Alleanza. Avrà appreso che, secondo il Chebra Neghèst (il primo scritto abissino del quattordicesimo secolo, redatto in lingua “gheez”), la sacra reliquia sarebbe stata trafugata al mitico re degli ebrei dal figlio Menelik, nato dal suo amore con la regina di Saba, e trasportata circa 900 anni prima di Cristo da Israele in Etiopia, dove sarebbe tuttora. Questa in sintesi la leggenda che può essere accettata o meno come tale, ma come vedremo tutto cambia se guardiamo le cose con gli occhi dell’abissino. D’altra parte, ogni popolo ha i suoi miti, più o meno realistici e chi non li ha se li crea. A tutte le genti del mondo piacciono le storie fantastiche, nelle quali è piacevole e salutare trovare un rifugio per sognare passati splendori o future esplosioni di gloria e di grandezza. Spesso, come del resto nella leggenda della regina di Saba, non è facile stabilire se ci sia qualcosa di vero, in quanto i miti  sono stati tramandati per decine di secoli solo con i racconti dei cantastorie e, al momento in cui sono stati trascritti, questo sistema arcaico di trasmissione fornisce possibilità di critica agli storici che evidenziano facilmente le incongruenze e l’impossibilità che la leggenda possa corrispondere alle realtà del tempo in cui nacque. E, come vedremo meglio in seguito,  tra  la sparizione dell’Arca da Gerusalemme e la data di stesura del Chebra Neghèst, esiste un intervallo di più di 2000 anni, che sono tanti da riempire.

D’altra parte, esiste l’antico proverbio latino “Vox populi, vox Dei” che vuole sottolineare, fra le altre cose, come le tradizioni orali, che si tramandano di generazione in generazione, racchiudano spesso alcune verità, modificate necessariamente dai tanti passaggi e da personali interpretazioni, limitazioni che poi però la scienza riesce, anche se in tempi molto lunghi, a dimostrare e ricostruire.

Niente da meravigliarsi quindi se una mole di studiosi si è riversata nei secoli alla ricerca della verità inerente l’Arca dell’Alleanza e non ci si deve neppure stupire se anche grandi personaggi della storia hanno affrontato questo argomento che in verità riesce a stimolare dubbi e domande ricchi di fascino e di mistero. Basti pensare che secoli addietro, come vedremo appresso, è verosimile che i Templari cercarono disperatamente l’Arca e che in un passato non troppo distante, lo stesso Hitler si mise alla caccia di ciò che potrebbe rappresentare il più importante reperto storico dell’ umanità.

Chi è vissuto in Abissinia è scettico nel credere che l’Arca, ammesso che esista, sia veramente in Etiopia. Sembra infatti impossibile che si trovi oggi nella cappella che ha fatto costruire Hailè Sellassiè nel 1968 vicino alla basilica di Santa Maria di Sion, data la sua scarsa importanza architettonica, di misera sicurezza e nessun riparo dalle brame del mondo. Anche la storia molto comune che vuole l’Arca vera nascosta fra le decine di migliaia di Arche presenti in ogni Chiesa dell’ Abissinia, convince poco; se è vero che questo potrebbe essere il modo più sottile per nascondere qualcosa, è anche certo che la maggior parte dei preti e delle chiese, sia in Eritrea che in Etiopia, sono modestissimi di carattere e di struttura, senza la possibilità pratica di conservare un tesoro così grande.

Foto di Alberto Vascon

Tipica chiesa abissina.

Cerchiamo quindi di farci da capo e di essere il più obiettivi possibile nella riesamina di tutto il problema.

Il primum movens della storia dell’ Arca lo fornisce il Nuovo Testamento: esso nel capitolo 37 e  nel 25 dell’Esodo descrive come Mosè nel 1446 a.C., ricevette da Dio, sul monte Sinai, i Dieci Comandamenti che scrisse su due tavole di pietra. Sempre secondo le Sacre Scritture le due tavole furono racchiuse dal popolo di Israele, guidato da Mosè, in un Arca (aron in ebraico significa semplicemente cassa).

Mosè era un uomo dotato di una cultura decisamente superiore alla media persino per un popolo all’avanguardia come quello egizio. E’ sempre la Bibbia che ci fa comprendere la forza spirituale e morale di quel grande uomo che trattò alla pari con il Faraone; la sua forza fu acquisita all’interno della stessa corte egizia e gli permise di superare in bravura tutti i maghi reali messi a suo confronto: era un esperto nei campi della chimica, della fisica, dell’astronomia e della meteorologia. Era quindi senza dubbio un uomo in grado di mettersi a capo di un popolo e trascinarlo in una epica avventura.

Proprio per questo molti ipotizzano che nell’Arca fossero conservati anche tutti i documenti del grande sapere degli egizi; Mosè non si sarebbe lasciato scappare l’opportunità di portare con sé lo scibile di quel grande popolo.

Quindi, a beneficio degli scettici, Mosè, oltre ad un grande carisma, avrebbe posseduto tutte le prerogative per poter costruire un simbolo forte, quale poteva essere l’Arca, simbolo che potesse aiutarlo a far accettare al suo nuovo popolo l’esistenza di un solo Dio, evento del tutto simile a quanto Akenaton aveva provocato in Egitto un secolo prima. Che poi Mosè fosse ispirato da Dio, questo è un atto di fede.

L’Arca, dalle parole della Bibbia, simboleggiava il sigillo del Patto di Alleanza fra Dio ed il suo popolo.

Torniamo ai fatti: l’Arca fu trasportata dagli ebrei (come fosse una lettiga, sospesa a due stanghe infilate in quattro appositi anelli e quindi si presume che fosse discretamente pesante) che erano in fuga dall’Egitto verso Gerusalemme in un lungo peregrinare durato oltre 40 anni.

Morto Mosè di fronte a Gerico, fu Giosuè a guidare il popolo ebraico dentro la Terra Promessa; dopo Giosuè furono i Giudici (Gedeone, Sansone, Debora fino a Samuele) a governare gli ebrei e a conservare l’Arca. Samuele, l’ultimo dei Giudici, spinto dal popolo che pretendeva più protezione dai continui attacchi dei Fifilistei, incoronò Saul re di Israele, nel 1030 a.C. circa.

A Saul successe Davide (1004-966 a.C.) che finalmente entrò trionfante danzando nella città di Gerusalemme, ma solo suo figlio Salomone riuscì a riporre l’Arca al sicuro, all’interno del primo Tempio, costruito unicamente per questo scopo. Qua registriamo il primo problema temporale: Mosè costruisce l’Arca nel 1446 a.C. e Salomone (966-926 a.C. circa) la mette al sicuro. Per circa 500 anni l’Arca è stata quindi custodita praticamente all’aperto, in un clima torrido: secondo le sacre scritture, fu infatti conservata in una tenda appositamente allestita e rimase sempre coperta da drappi che la nascondevano alla vista degli uomini.

Tutti gli  storici antichi e moderni sono d’accordo nel sostenere che l’Arca fu poi conservata per oltre 400 anni e con grande cura nel primo Tempio di Gerusalemme, costruito  da Salomone. Poi nell’anno 586 a.C., in concomitanza dell’invasione della Palestina da parte delle armate babilonesi capitanate da Nabucodonosor che, fra l’altro, rasero al suolo il Primo Tempio, lo stesso re babilonese ed il mondo intero si resero conto che l’Arca non c’era più.  L’Arca, dopo essere stata venerata per oltre 900 anni come l’oggetto più sacro esistente sulla terra, era svanita nel  nulla, e nessuno è mai più riuscito a sapere quando e come sia sparita nell’arco di tempo che va da Salomone a Nabucodonosor.

Dell’Arca da allora si sono perse le tracce, anzi una sola traccia è rimasta: la rivendicazione da parte dell’Etiopia di custodire il più grande tesoro dell’umanità.

Da notare che dal momento della scomparsa dell’ Arca ad oggi è trascorso un periodo di tempo che va dai 2550 ai 2800 anni circa.

Nei primi anni del novecento, specie da parte del fascismo, ci fu una campagna denigratoria contro la storia etiopica della regina di Saba e dell’Arca. Fu sostenuto che il “Chebra Neghèst“ era un falso storico. Nel libro è descritta per la prima volta la leggenda abissina  dell’Arca dove si sostiene che questa fu trafugata in Israele durante il regno di Salomone, nell’anno 930 a.C. da Menelik primo, figlio di Saba e dello stesso Salomone.

Le critiche avanzavano l’ipotesi che il “Chebra Neghèst” fosse stato stilato unicamente per dare vita ad un mito sulla gente abissina e farla distinguere da tutto il resto dell’Africa, nonché creare i presupposti di nobiltà di stirpi e di pregressa civiltà. Anche il fatto che in Etiopia esistesse una notevole presenza di genti “falascià”, ebrei neri, con la stessa religione e molti usi degli antichi israeliani, punto forte degli abissini per sostenere che Menelik aveva portato in patria genti di Israele assieme all’Arca, fu liquidato con la teoria che genti ebraiche erano in vero fuggite da Israele, scacciate dalla loro terra e rifugiatesi nello Yemen, ma solo nei primi secoli dopo Cristo; era noto infatti che popolazioni yemenite avevano attraversato il Mar Rosso e si erano stabilite sull’altipiano abissino, integrandosi alla popolazione locale, quindi niente di più facile che anche ebrei dello Yemen avessero raggiunto le coste  africane.

Nulla però hai mai turbato o turba la calma degli abissini nel sostenere le loro teorie e nulla riuscirono a scalfire gli italiani durante la loro occupazione.

Negli ultimi trenta anni il problema è stato risollevato molte volte creando sempre una marea di interrogativi, ma al contempo ridimensionando in parte le critiche al mito abissino, in quanto alcune delle supposizioni che contraddicevano la leggenda etiopica in vero sono cadute, anche se rimangono sempre i problemi temporali.

La storia dell’Arca è in ogni caso un evento molto importante per i cristiani del Corno d’ Africa, in quanto, come vedremo,  loro sono assolutamente convinti di esserci coinvolti.

A mio parere, se vogliamo chiarirci le idee, dobbiamo necessariamente cercare delle risposte alle tante domande che la storia dell’Arca ci pone.

Tanto per cominciare, possiamo chiederci: l’Arca dell’Alleanza è mai esistita? Conteneva davvero le Tavole della Legge? La regina di Saba è esistita? Si è mai recata  in Israele? Ha amato Salomone e ha avuto da lui un figlio?

Se non riusciamo  a rispondere a queste domande la nostra analisi è già finita.

 

L’Arca

L’Arca è sicuramente uno degli oggetti fra i più nominati nella Bibbia e più minuziosamente descritti da più voci (Genesi, 50, 26; Esodo 16, 33;Esodo 25, 10-22; Esodo 37, 1-9, Numeri 17, 10; Ebr 9, 4); è ricordata in continuazione per 900 anni di storia, per poi improvvisamente sparire del tutto al momento della presa di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor.

Secondo la Bibbia, Dio aveva fornito a Mosè le esatte misure per costruirla: di circa 125 cm di lunghezza (due cubiti e mezzo) ed 75 cm circa di altezza e larghezza (un cubito e mezzo), foderata di oro all’interno ed all’esterno, con due cherubini d’oro posti sopra il coperchio, questo ultimo chiamato propiziatorio. I cherubini sono gli angeli guardiani e starebbero all’esterno dell’Arca per proteggerla. Bisogna tener presente che i cherubini biblici non sono come gli angeli seicenteschi a noi somiglianti, e come tali rappresentati nei tanti disegni dell’Arca, ma creature alate con corpo di leone e volto di sfinge, posti uno di fronte all’altro con le facce rivolte verso il coperchio che proteggevano con le loro ali. Sempre secondo le Sacre Scritture l’Arca fu costruita nell’anno 1446 a.C. da Bezaleel, uomo di fiducia di Mosè, e conteneva le Tavole della Legge ed inoltre la verga di Aronne (fratellastro di Mosè), la stessa che permise a Mosè di scatenare  le piaghe contro l’Egitto e di aprire le acque del Mar Rosso, ed inoltre un vaso di manna.

http://www.mishkanministries.org

Ricostruzione dell'Arca, opera del Rev. David Hamilton, per gentile concessione della Mishkan Ministries, Florida.

Se fino a qua si può quindi con semplicità credere all’esistenza passata dell’ Arca, più difficile è accettare, sempre secondo quanto riportato dalle Sacre Scritture, che fosse dotata di energie e poteri sovrannaturali: avrebbe permesso infatti al popolo di Israele di vincere tante battaglie, compresa la famosa presa di Gerico, nonché avrebbe annientato o fatto ammalare di tumore tutti quelli che si avvicinavano o con l’intenzione di aprirla o più semplicemente perché non invitati o ancor peggio perché accostatisi  con animo impuro. La Bibbia è precisa in questi resoconti, i morti elencati a migliaia.

A tale proposito ricordiamo, per dovere di cronaca, che, secondo lo scrittore francese Robert Charroux, l’Arca potrebbe essere stata una sorta di pila di Leyda , un condensatore che si caricava di 5-700 Volt per poi scaricarsi al contatto di una mano, meraviglia di una tecnica egizia ancora però ineguagliata. L’ Arca, come abbiamo già ricordato, fu costruita con legno di acacia e rivestita all'interno e all'esterno di una lamina d'oro. L'acacia è un legno che emette una resina acida. Secondo Charroux una superficie acida tra due metalli buoni conduttori (l'oro è uno dei migliori) genera una pila elettrica. Un voltaggio anche basso avrebbe creato uno spavento terribile a popolazioni primitive e superstiziose. La scossa anche lieve sarebbe stata interpretata come la collera di Dio e sarebbe stata sufficiente a causare in molti uno shock mortale. Ma tutto ciò è pura immaginazione.

C’è invece un'altra spiegazione più semplice, ipotizzata da Francesco Cordero di Pamparato, e credibile per quanto riguarda la sorte di coloro che la toccavano. La maggior parte delle civiltà in cui il Divino è la regola contempla la figura del Tabù. Il nome cambia da religione a religione, ma il concetto rimane il medesimo. Il Tabù è un qualcosa di sacro accessibile solo ai sacerdoti o, in certi casi, solo al Sommo Sacerdote. Proprio come per l'Arca. In tutte le religioni che lo contemplano, chiunque violi il Tabù incorrerà in una sciagura. Chi ha studiato il fenomeno, ha potuto constatare come, in certi casi, persone che abbiano violato il Tabù siano morte improvvisamente per lo spavento e l'orrore del sacrilegio compiuto. Lo stress psicologico può essere tanto forte da diventare mortale. È quindi lecito pensare che se qualcuno morì per aver toccato l'Arca, la ragione più probabile è la paura. Per quanto riguarda le stragi e le catastrofi che avrebbe causato, è interessante riportare l’ aneddoto ricordato  da Cordero di Pamparato e svoltosi  tremila anni dopo. Poco più di un secolo fa il Cardinale Massaia, la cui storia noi ben conosciamo, ebbe la sua capanna incendiata da una tribù etiopica che rifiutava la sua presenza. Il giorno stesso un fulmine bruciò le capanne di qualcuno di loro. Da quel momento  il credito di Massaia aumentò moltissimo in quanto si sparse la voce che era un potente mago capace di vendicarsi dei suoi nemici! Se Mosè aveva da nascondere dei testi preziosi, quale soluzione più brillante che nasconderli nell'Arca e dichiarare che chi l'avesse toccata avrebbe trovato la morte?

L’Arca quindi fu un simbolo fortissimo, fu adorata e temuta, fu idealizzata ed ambita.

Si può ipotizzare che tutti i grandi del tempo l’abbiano bramata, sia che seguissero la religione professata da Mosè che culti diversi.

Ritorniamo però ai tempi precedenti la scomparsa dell’Arca. Quattro furono gli eventi storici di rilievo che interessarono Gerusalemme e quindi di riflesso l’ Arca:

1)      Nel 926 a.C. il faraone egizio Shishak invase Gerusalemme e la razziò

2)      Nel 796 a.C. lo stato ebraico si scisse in due regni: Giuda a sud (con la città di Gerusalemme) ed Israele a Nord. Negli anni successivi di continua guerra Giuda fu sconfitto da Israele che razziò i tesori di Gerusalemme

3)      Secondo alcune leggende, Giosia, che regnò a Gerusalemme dal 640 al 609 a.C., prevedendo l’imminente distruzione del tempio, nascose l’ Arca nei sotterranei del  Primo Tempio

4)      Nel 598 a.C. è la volta, come abbiamo già ricordato,  di Nabucodonosor che razziò e rase al suolo tutti i templi di Gerusalemme. La Bibbia cita un elenco completo di tutti i tesori asportati dal Primo Tempio, ma non cita l’Arca

Nabucodonosor, il primo vero pretendente  che, a capo dei babilonesi,  prese Gerusalemme, non risulta che vi abbia trovato l’Arca.

Da ricordare a questo proposito che, poco prima della caduta della città, il  profeta Geremia, come è scritto nel secondo libro dei Maccabei, sarebbe salito sul monte Nebo e lì, in una grotta, avrebbe nascosto l’Arca: scrisse testualmente ”non verrà più in mente, non se ne avrà ricordo, non si ricercherà e non si rifarà più” (586 a.C.).

Quando dopo settanta anni di prigionia trascorsi a Babilonia, gli ebrei tornarono a Gerusalemme, la Bibbia dice che furono restituiti loro tutti gli oggetti sacri depredati dai babilonesi, ma nell’elenco dettagliato non figura l’Arca.

Tuttavia gli ebrei innalzarono, nel medesimo luogo dove era esistito il tempio di Salomone, un'altra basilica, indicata in seguito come “Secondo Tempio”; questo fu costruito dal prefetto Zorobabel nel 516 a.C., 70 anni circa dopo la distruzione del primo. Il Secondo Tempio a sua volta fu distrutto dai romani, guidati da Tito, nel 70 d.C.

Dove era prima collocato il I ed II Tempio, nel 638 d.C. fu costruita dai mussulmani la Cupola della Roccia, la moschea voluta dal califfo Omar, considerata il terzo tra i luoghi più sacri del mondo islamico. In questa moschea c’è una grande pietra che la leggenda vuole sia la stessa dove Salomone mise l’Arca. Ma ci sono anche  le impronte dei Templari (il refettorio e le stalle) e persino quelle di Mussolini che nel 1938 donò una serie di colonne di marmo (anche lui interessato all’Arca?).

Leen Ritmeyer, archeologo di fama che fra l’altro è anche uno storico e che ha dedicato molti anni di studio all’argomento, è convinto che l’Arca sia davvero esistita e ne ha indicato l’esatto sito dove era collocata nel tempio di Salomone. Attualmente, secondo Ritmeyer, potrebbe trovarsi ancora nello stesso posto, ma molto più in basso, messa al sicuro in qualche sotterraneo al momento dell’invasione; ciò in base a studi storici e personali rilevamenti, partendo dal presupposto che Salomone era troppo saggio e scaltro per non prevedere la possibilità di dover nascondere l’Arca in tempi rapidi ed in condizioni di emergenza; purtroppo, dove erano locati il primo ed il secondo Tempio, attualmente non è permesso scavare in quanto quel settore di Gerusalemme si trova sotto la giurisdizione del Concilio Supremo Mussulmano che per fede religiosa vieta qualsiasi manomissione del luogo santo e non è prevedibile che in un prossimo futuro le cose cambino.

Esistono molte congregazioni  ebraiche ortodosse, anche loro  fermamente convinte che l’Arca si trovi in qualche luogo sotterraneo dove erano prima situati i Sacri Templi, e sono sempre in fermento, pronte a ricostruire il Terzo Tempio che ospiterà l’Arca, una volta ritrovata.

Un’altra teoria recente vuole l’Arca nascosta in una delle numerose grotte che circondano il Mar Morto. Tante di queste grotte sono state scavate; sono stati rinvenuti i famosi Rotoli del Mar Morto, una mole di  interessanti reperti antichi, ma dell’Arca nemmeno l’ombra.

Secondo gli archeologi Emmanuel Arrati e Flario Barbero, l’Arca invece sarebbe ancora nel Sinai, nascosta dallo stesso Mosè che ne portò in giro una copia.

Permetteteci un’osservazione personale. L’Arca, secondo la Bibbia, fu costruita con legno di acacia. Sappiamo che il legno di acacia è uno dei più morbidi e di poca consistenza tanto da non essere utilizzato in falegnameria. Sappiamo inoltre che i mobili in legno, se esposti all’aria, invecchiano tanto più facilmente quanto più sono caldi i luoghi o i paesi dove si  trovano. In altre parole il nemico del mobile antico è il caldo e quindi se è possibile trovare mobili del ‘400 nel nord Europa, assai difficile è reperirli in Italia per le temperature stagionali molto più elevate. Gli unici manufatti in legno dell’antichità,conservati nei musei, sono quelli egizi che sono riusciti a vincere il tempo perché racchiusi in ambienti senza luce e senza aria. I nemici del legno sono i tarli e le muffe che hanno bisogno di aria. Ora, pensare che un manufatto in legno di acacia resista non a  cinquecento anni, ma a 2500 anni, di cui almeno quattrocento, trascorsi in tenda in un deserto, anche se dello spessore di 6-7 centimetri e rivestito di oro, mette a dura prova qualsiasi credibilità, altro che, come al solito, non si invochi l’atto di fede e la natura divina dell’Arca.

D’altro canto, fino a questo punto, non abbiamo riportato alcun fatto che riesca ad annullare la pista abissina dell’Arca, pista che si rifà alla mitica regina di Saba. Ma chi era o meglio, chi sarebbe stata, costei?

 

La regina di Saba

Gli arabi la conoscevano come la regina Bilquis, gli etiopi la chiamavano Machedda, per gli ebrei e i cristiani è la regina di Saba, ma ho trovato almeno un’altra ventina di nomi attribuiti nel tempo. Era originaria di Marib a 120 Km da Sana’a, capitale dello Yemen. Marib si trovava nella Sabea, nel punto in cui si incrociavano le carovane che trasportavano incenso verso il Mar Rosso. Lo Yemen era una regione molto fiorente, ricca di commerci, tanto che a quei tempi  prese il nome di Arabia Felix. A Marib ci sono importanti resti archeologici fra i quali, ancora del tutto insabbiato è il mastodontico tempio di Mahran Bilquis, scoperto nel 1952, di 117 metri di larghezza. Un gioiello di architettura. Molta di questa civiltà la ritroviamo in Abissinia: basti pensare agli imponenti palazzi axumiti, di cui oggi rimangono pochissimi resti, che amalgamano sapere arabo con influssi egizi. Ad Axum si conservano molte rovine e soprattutto stele (in piedi o cadute). Una di esse supera i 33 metri ed è considerata il più grande monolito del mondo. Studiosi recenti hanno utilizzato una particolare metodologia di rilevamento  inserendo in un  medesimo  programma i palazzi di Enda Semeòn, Micaèl e Taecà Mariam, che si trovano nelle immediate vicinanze di Axum unitamente alle stele. La ricostruzione virtuale della zona di Axum è particolarmente importante per capire come la società si sia sviluppata ed evoluta in un'area archeologica che nel 1980 è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio mondiale dell'umanità. Tuttavia questo progetto deve essere considerato non un punto di arrivo ma di partenza. Le tecnologie della realtà virtuale permettono di realizzare mappe digitali del paesaggio storico e si distinguono dalle tecniche tradizionali per le ampie potenzialità della ricerca. I ricercatori hanno definito "Mindscape" (mind-mente, landscape-paesaggio) la possibilità di vedere il paesaggio attraverso la mente: un volo virtuale per vedere luoghi che non sono il solo prodotto di una sterile ricostruzione fatta da un computer, ma qualcosa di più.

Carlo Conti Rossini, Storia d’Etiopia, 1928

Il grandioso palazzo di Taecà Mariam ad Axum, secondo una ricostruzione di Daniel Krencker.

La ricerca  ha coinvolto il Cnr-Itabc (Istituto italiano per le tecnologie applicate ai beni culturali, l'Istituto universitario orientale di Napoli (Iuo) e la Boston University. I tre istituti hanno ricostruito il paesaggio archeologico di Axum, un territorio particolarmente ricco di vestigia storiche che testimonia la prosperità del regno degli Abasciàt di cui la città di Axum fu capitale e da cui ha avuto origine l'attuale Etiopia. Grazie ad applicazioni di telerilevamento, ricognizioni di superficie, analisi di carte storiche, tradizioni orali e scritte e dati ambientali si è potuta ricostruire una cartografia tridimensionale della zona. I ricercatori hanno proceduto in diverse fasi utilizzando mappe tematiche. In un primo momento sono stati studiati i dati riguardanti il suolo (composizione, morfologia, aree umide…) e la vegetazione (immagini da satellite e analisi dei pollini antichi sono alcuni dei dati presi in considerazione). Una volta ricostruito il territorio si è passati ad inserire nel software le strutture create dall’uomo.

E’ scaturita un’immagine di una civiltà estremamente progredita che non poteva in alcun modo essere sorta da sola nell’Africa orientale. D’altronde tutti i numerosissimi studi popolazionistici effettuati dagli italiani dagli ultimi dell’ ‘800 fino al 1940 portavano al dato certo di una colonizzazione dell’altopiano etiopico da parte di genti semitiche provenienti dalla vicina Arabia. Quindi Machedda poteva benissimo esistere in Etiopia al tempo di re Salomone.

D’altra parte della visita a Gerusalemme della regina di Saba, avvenuta tra il 1000 ed il 950 a.C., vi è menzione nel Talmud ebraico, nella Bibbia (Cronache II,1), nel Corano ed in racconti mussulmani posteriori.

La regina di Saba è senza dubbio un mito femminile per eccellenza: bellissima, intelligente sovrana di una terra che rese ricca e fertile nonostante il clima arido, sovrana di uno Stato all'avanguardia,  uno dei primi ad essere governato da una donna. Gli altipiani dello Yemen erano stati terrazzati per consentire la semina, mentre un sistema ingegnoso di canali e cisterne faceva defluire le acque degli uadi nella piana desertica, fino a trasformarla in un'immensa distesa verde, ricca di orti e giardini pensili. Emblema di queste opere idrauliche fu la ciclopica diga di Marib nell'VIII secolo a.C. e crollata nel I secolo d.C., seppellendo la parte bassa della città con il limo e i sedimenti, e trasformando Marib in una sorta di Pompei araba. Il regno sabeo era un punto di riferimento fra Europa, Cina e India, una tappa lungo la strada dell'incenso e delle spezie; il luogo era meta di commercianti e carovane, e quindi  attraverso il regno transitavano buona parte delle merci preziose nell'antichità. Questo regno conobbe il suo declino a partire dal VI sec. d.C. quando si intensificò lo sfruttamento dei traffici via mare, più veloci, meno costosi e pericolosi rispetto alla terraferma, che spostarono il tragitto dei commercianti allontanandoli dal regno sabeo, che perse la sua centralità.

Per ciò che concerne la nostra storia, secondo il I Libro dei Re dell'Antico Testamento, la regina di Saba sentì giungere fino alle sue terre la fama del mitico re Salomone, conosciuto anch'egli per la sua saggezza, la sua arguzia, la sua ricchezza e virilità. Incredula decise di fargli visita ma, non contenta, volle anche mettere alla prova le doti del sovrano. All’inizio del I° millennio a.C., si fece precedere da un numeroso corteo di giovani e fanciulle, oro, pietre preziose, aromi di ogni tipo (tanto che secondo la tradizione il profumo e l'aroma lasciato dai carri si sentivano fino ai luoghi più lontani del mondo).

Nella tradizione islamica, invece, l'incontro non fu così casuale: si rifà alla leggende secondo le quali re Salomone poteva parlare agli animali grazie al magico sigillo donatogli da Dio. Si narra che un giorno egli chiamò a raccolta tutti gli animali e si accorse che mancava all'appello l'upupa, (uccello che entrerà nelle tradizioni yemenite come simbolo della mediazione) che giunse con forte ritardo. Per giustificarsi essa raccontò di essersi attardata in un regno dagli aromi forti, giardini fioriti nel cuore del deserto e con un grande trono d'oro e d'argento, tempestato di pietre preziose. Incuriosito da tale narrazione re Salomone inviò una lettera alla regina di Saba. La sovrana accettò l'invito del re di Gerusalemme decidendo però di mettere alla prova la sua sapienza. Si fece precedere da un corteo di ambasciatori che portavano in dono sandalo, incenso, aloe e mirra, seguito da 500 lingotti d'oro e altrettanti d'argento. Il corteo era composto da 6000 fra fanciulli e fanciulle, gli uni vestiti con abiti femminili le altre con abiti maschili; in un cofanetto depose una perla non forata e una conchiglia con un foro tortuoso. Salomone doveva riuscire a distinguere i maschi dalle femmine, doveva rimanere impassibile davanti a tanta ricchezza, e doveva trovare il modo di perforare la perla senza toccarla e passare un filo nel foro della conchiglia. Per prima cosa il re fece dipingere d'oro e argento i mattoni della sua reggia in modo da far sminuire le ricchezze portategli in dono. In seguito, quando giunse il corteo, invitò i giovani a rinfrescarsi e lavarsi: questi, dopo il viaggio così lungo e faticoso, si gettarono nella acque, che svelarono le loro reali identità. Quindi, aiutato dagli animali suoi amici, convocò un tarlo per perforare la perla e un bruco che, contorcendosi, infilò un capello nel foro della conchiglia. Quando giunse la regina di Saba a corte rimase a bocca aperta, sia per la splendida città dipinta d'oro  e argento, sia per l'arguzia del suo re, che provò non essere solo una leggenda. All'arrivo della sovrana il re di Gerusalemme fece preparare delle lastre di cristallo sul pavimento del palazzo, sistemate in modo tale da creare un effetto ottico che ingannava lo sguardo, facendo credere a chi ci passasse sopra che fosse acqua. Al suo arrivo Machedà, vedendo i riflessi cadde nell'inganno, alzò le vesti e mostrò il suo piede malato ed anche una certa villosità. Durante la sua permanenza la regina di Saba mise più volte in difficoltà re Salomone con enigmi d'ogni sorta. Una volta tornata nel suo regno, Salomone prese a far visita alla bellissima regina ogni mese, fermandosi da lei per tre giorni, e coprendo la distanza in una sola mattina tanto era veloce il re e forte il richiamo di Machedda che ormai amava.

Anche nel commento ai "Proverbi" si sostiene che la regina di Saba pose a Salomone molti quesiti, fra i quali chiese che cosa fossero sette che escono e nove che entrano, due che danno da bere e uno che beve. Senza esitare Salomone rispose che si trattava dei sette giorni della separazione, ovvero l'isolamento della donna nel periodo mestruale, i nove mesi della gravidanza, i due seni che allattano e il piccolo che si nutre dalla madre.

Secondo la versione araba invece Salomone s'accorse di un male  al piede della regina e quindi chiamò a sé Jinn, i demoni, affinché lo assistessero, e chiese il loro aiuto. Questi prepararono una pasta di gesso e depilarono la regina. Nel Corano viene menzionato il rasoio, rifiutato dalla sovrana con l'esclamazione: "mai ferro mi ha toccato". Salomone trovò sconveniente l'uso del rasoio, visto che poteva procurare dei tagli sulle gambe della regina. Si rivolse quindi ai Jinn e poi ai demoni, che prepararono appunto un impasto di calce e gesso e guarirono la regina.

Un’interessante osservazione è che anche in una versione etiopica si trovano tracce della villosità delle gambe della sovrana sabea.

Il mito della regina di Saba è stato sempre forte. Infatti la sua figura ricorre spesso nella decorazione scultorea di portali di chiese e cattedrali medievali e rinascimentali, come nel gruppo dell’Antelami per il battistero di Parma (1208-1210), la formella del Ghiberti per la porta del paradiso del battistero di Firenze, e la raffigurazione compresa tra le sculture del portico settentrionale della cattedrale di Chartres. Numerose anche le opere ispirate al biblico personaggio eseguite dai pittori Piero della Francesca, Raffaello, Tintoretto, Paolo Veronese e Mattia Preti.

http://gallery.euroweb.hu/html/p/piero/francesc/croce/sheba/index.html

Particolare dell’incontro della regina di Saba con Salomone, affresco di Piero della Francesca, Arezzo.

Tutte queste notizie, citazioni, miti e leggende convergono in una unica direzione, facendoci dedurre che la regina di Saba sia veramente esistita. Non ci sono infatti documenti nel tempo che  ne neghino l’esistenza né esistono incongruenze e date che possano mettere in dubbio tutte le testimonianze degli antichi iscritti di varia provenienza.

Ci sembra invece importante sottolineare che verosimilmente è esistita solo una regina di Saba e non diverse come alcuni vorrebbero sostenere.

Tutto ciò che abbiamo ricordato può ben concordare con la leggenda abissina e con gli studi effettuati sulla storia di quei popoli. Esiste però irrisolto il problema temporale; al tempo di Salomone, mille anni a.C., non esisteva una civiltà etiopica tale da giustificare la presenza della regina di Saba, ma una grande civiltà comparve solo 500-600 anni più tardi.

 

Menelik, figlio di Machedda

Fino a questo punto nulla di serio si oppone a credere ad una passata esistenza dell’Arca e della regina di Saba. I problemi cominciano con Menelik, che la tradizione abissina vuole nato dall’amore fra Salomone e Machedda.

C’è da dire prima di tutto che le sacre scritture  non citano mai il nome di Menelik. E ciò è strano se si pensa che la Bibbia riporta il fatto che l’Arca fu una volta trafugata dai filistei, ma furono colpiti da una serie impressionante di sciagure che preferirono restituirla.

Perché la Bibbia non cita anche il furto perpetrato da Menelik e compagni?

Bisogna quindi rifarsi necessariamente solo al Chebra Neghèst per sostenere l’esistenza del capostipite della dinastia dei monarchi etiopici. Secondo l’antico scritto etiopico, dall'unione del re Salomone con la regina di Saba fu concepito Ebna Hachìm, nome che è una corruzione dell’arabo ibn al-Hachim, che significa “Figlio del Sapiente", chiamato poi Menelik. Ebna Hachìm portava nel sangue le tracce di una ascendenza divina, e sarebbe stato il capostipite della dinastia etiopica dei Salomonidi. Divenuto adulto, volle far visita al padre Salomone che gli fece conoscere i rappresentanti delle dodici tribù e gli anziani di Israele. Ebna Hachìm aveva però un sogno: fondare ad Axum, in Etiopia, una seconda "Sion". Con un gesto spettacolare trafugò l'Arca dell'Alleanza. Il trasferimento dell'Arca è all'origine della tradizione della Chiesa etiopica. La leggenda di Saba e di Salomone ha conferito legittimità divina alla dinastia millenaria dei negus. Ebna Hachìm, cresciuto e incoronato col nome regale di Menelik, fece proprio il simbolo del Leone di Giuda, che innalzò a emblema del proprio regno

Nel Chebra Neghèst è scritto che Menelik portò l’Arca ad Aksum, e questo viaggio è ben descritto  nei tanti dipinti su pelli di capra che illustrano la storia della regina di Saba. Ce ne sono di antichi e di moderni in tutta l’Eritrea e l’Etiopia.

Foto di Alberto Vascon

La storia della regina di Saba in una pergamena etiopica.

L’Arca poi sarebbe stata portata nell’isola di Tsanà sul lago Tana dai re Axumiti Abrehà e Atsbehà che regnarono nel IV secolo per tenerla al sicuro. Nel decimo secolo si legge poi che l’Arca era di nuovo ad Axum, allorchè la terribile regina degli Agau Gudit invase il regno, distrusse la città, abbattè i monoliti e uccise quattrocento principi che si trovavano relegati a Debra Damo in forza di un’antica usanza. Quando Gudit distrusse Axum, l’Arca fu portata al lago Zuai dai saggi di quella città. Sempre secondo il Chebra Neghèst, Menelik portò con sé in Etiopia 21 primogeniti dei notabili di Gerusalemme che, secondo una tradizione orale, erano i figli dei capi delle 12 tribù d’Israele.

Per dovere di cronaca ricordiamo la teoria secondo la quale l’Arca arrivò in Etiopia molto più tardi, dopo una lunga sosta in un tempio ebreo nell’isola di Elefantina in Egitto e poi, dopo un lento peregrinare, giunse infine in Abissinia. In ogni caso con Menelik e l’Arca sarebbe arrivata in Etiopia una turba di ebrei  che, secondo la tradizione,  diede origine in Abissinia  alla stirpe dei Falascià.

 

I Falascià

Del tutto simili fisicamente agli altri abissini, i falascià erano ebrei che abitavano l’altipiano etiopico da tempo immemorabile fino a circa 20 anni or sono quando con una mitica spedizione aerea, gli israeliani non li fecero rientrare quasi tutti in Israele. Parlavano anche la stessa lingua degli abissini e vestivano nella stessa maniera, non avevano una storia scritta, ma la tradizione orale li garantiva ebrei e la loro origine si perdeva nei tempi. Questi ebrei, pur unendosi a donne etiopiche, non hanno mai modificato il loro credo religioso dando origine  ad un gruppo etnico particolare in alcuni periodi tollerato, ma più spesso perseguitato dagli abissini.

Il Chebra Neghèst afferma che la fede ebraica fu introdotta in Etiopia verso il 950 a.C. quando Menelik tornò dalla Palestina: ciò sarebbe avvalorato dal fatto che i falascià conoscevano e praticavano rituali (compresi i riti sacrificali) ed osservavano festività che erano esclusivamente celebrati in Israele al tempo di Salomone, ma poi in buona parte modificati o abbandonati. I falascià in Etiopia non avevano neppure i rabbini: in effetti praticavano un ebraismo del Pentateuco proprio come descritto nei libri dell’Esodo e del Levitico. Ad  esempio circoncidevano i bambini maschi, erano monogami e effettuavano solo mestieri propri degli artigiani; inoltre, il divieto di entrare in Chiesa dopo aver avuto rapporti sessuali, il divieto di avere rapporti durante il periodo mestruale, il divieto di cibarsi di carni  impure (maiale ed altre), l’uso di vesti cerimoniali religiose identiche a quelle degli antichi sacerdoti ebrei, l’utilizzo di strumenti musicali del tutto simili a quelli degli ebrei di 3000 anni or sono, li differenziavano da tutti gli altri israelitii del mondo ed i loro rituali erano osservabili solo in Etiopia.

Alcuni storici etiopici sostengono che i falascià ancora nel 1600 fossero circa 500.000 in Etiopia, malgrado le pesanti persecuzioni da parte degli abissini per scendere a 150.000 ai primi del ‘900 , a 50.000 verso il 1930 e a 25.000 nel 1984, per poi sparire quasi del tutto, trasferiti in massa in Israele.      

Il giornalista Graham Hancock, giornalista e non storico, come continuamente ed erroneamente viene citato, appassionato sostenitore della tesi etiopica dell’Arca e molto noto perchè autore di un fortunato best-seller su questo argomento, ritiene che una delle prove che confermano l'antichità dell'ebraismo in Etiopia sia proprio il carattere estremamente arcaico della religione dei falascià,  in cui i sacrifici animali erano sul tipo di quelli che si compivano in Israele al tempo di Salomone e da sacerdoti ebrei nell’isola di  Elefantina, in Egitto, 2500 anni or sono. Ciò, secondo Hancock, darebbe consistenza all'ipotesi che i falascià siano i discendenti culturali di emigranti ebrei provenienti da Israele e da Elefantina, a conferma della tesi secondo cui l'Arca dell' Alleanza sarebbe stata portata in Etiopia da Israele con una tappa nella piccola isola egiziana.

Nell'isola di Tsanà, nel lago Tana, Hancock è percorso da un brivido di eccitazione alla scoperta di alcune pietre che sembrano degli antichi altari sacrificali ebraici. In verità queste pietre erano già state segnalate nel 1938 nella insuperata Guida dell'Africa Orientale Italiana della CTI. Se l'avesse letta forse avrebbe potuto risparmiare 750 dollari.

Sempre secondo Hancock, nella lingua senza vocali che compare negli antichi testi ebraici, i sacerdoti ed i loro luoghi di culto venivano chiamati con nomi del tutto simili a quelli utilizzati ancora oggi in Etiopia.

All'arrivo sull’altopiano etiopico gli ebrei immigrati vi trovarono gli agau, e si fusero con parte di loro, perdendo così gradualmente la loro identità etnica, ma trasmettendo contemporaneamente la fede e la cultura  che avevano portato con sé.

In tal modo fin dal secondo se non addirittura dal primo secolo avanti Cristo, non vi erano più ebrei in Etiopia in quanto tali ma solo ebrei che sembravano a tutti gli effetti degli agau e che ovviamente parlavano una lingua etiopica.

 

Lalibelà e i Templari.

Lalibelà, principe etiopico di stirpe agau, fu inviato in esilio in Palestina da un rivale nel 1160 d.C. e vi rimase fino al 1185; in quell’anno riuscì a tornare in Etiopia e a farsi incoronare re: scelse come capitale l’attuale Lalibelà e vi fece costruire le undici chiese rupestri che ancora oggi rappresentano una delle meraviglie del mondo. Secondo varie ipotesi, compresa quella di Hancock, Lalibelà conobbe nel suo esilio a Gerusalemme i Templari; alcuni di questi lo avrebbero seguito in Etiopia e sarebbero stati loro a dirigere le costruzioni delle chiese, improbabili diversamente per la scarsa tecnologia abissina in quel periodo, ma possibili per le straordinarie capacità costruttive dei Templari. La descrizione di croci templari dipinte in una delle chiese di Lalibela, fatta da Hancock, potrebbe confortare questa ipotesi. Per dovere di cronaca va detto che fin dal 1938 Lino Bianchi Barriviera aveva illustrato, nei suoi ineguagliati rilievi delle chiese del Lasta, delle croci di Malta modificate.

Foto di Alberto Vascon

Nella chiesa di Maria a Lalibelà, che è l’unica dipinta, si possono intravedere alcuni motivi che sembrano essere delle croci di Malta modificate.

Invero in Etiopia circolano leggende che furono “angeli bianchi” a costruire le chiese scolpite nella roccia e, come sappiamo, i Templari portavano ampi mantelli bianchi.

Ma cosa poteva aver solleticato l’interesse  dei Templari per seguire Lalibela in Etiopia? Non certo la lettura del Chebra Neghèst perché ancora non era stato scritto; l’unica possibilità potevano essere state le leggende raccontate da Lalibelà a Gerusalemme, dove probabilmente rivendicava la presenza dell’Arca in Etiopia, a solleticare l’interesse dei Templari. E’ evidente che tutto ciò è solo parto di fantasia, anche se Lalibelà nel suo esilio fu sicuramente tenuto in considerazione, visto che nell’anno 1189 furono concessi all’Etiopia da parte del mussulmano Saladino, che aveva tolto Gerusalemme dalle mani dei Crociati, una cappella ed un altare nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme.

Molti studiosi, compresa Emma Jung, moglie del famoso psicanalista, erano convinti che anche il Santo Graal, il famoso calice in cui bevve Cristo nell’ultima cena, fosse identificabile nella stessa Arca dell’Alleanza e che i Templari avessero avuto un ruolo importante sia nel creare questa identificazione, sia nell’essersi recati in Palestina non già per combattere gli infedeli, ma per recuperare o trovare le tracce dell’Arca. Graham Hancock è convinto di questa possibilità, tanto che ha seguito le tracce dei Templari dall’Europa, poi in Palestina, in Egitto ed infine in Etiopia con il medesimo itinerario che avrebbero effettuato Menelik e compagni dopo averla trafugata. Come abbiamo già ricordato, le teorie di Hancock sono divenute talmente popolari da essere pubblicate in edizioni tascabili in tutte le lingue, ma lui è un giornalista con l’enfasi dello scoop e non uno storico. Con tutto il rispetto per la Jung, riteniamo che il Graal sia una cosa e l’Arca un’altra, e creare un’identificazione ci sembra davvero una forzatura.

Anche ad Axum Hancock ha rinvenuto tracce dei Templari, nella famosa Leonessa di Gobedrà e nella Tomba di Calèb. Ma in Etiopia la croce di Malta può essere facilmente confusa con la croce greca, simbolo dei monaci etiopici, che si trova frequentemente disegnata sulle croci abissine.

Foto di Alberto Vascon

Una perfetta croce di Malta rinvenuta nella tomba di Calèb ad Axum. Questa potrebbe però anche essere la croce greca, simbolo di San Pacomio, comune nelle croci etiopiche.

 

Foto di Alberto Vascon

Questa croce, del tutto simile alla precedente, sembra una perfetta croce di Malta. E' invece la croce greca. Nella tomba di Calèb, re cristiano del VI secolo ritiratosi in convento e divenuto santo, è più verosimile individuare il simbolo dei monaci etiopici anziché quello dei Templari..

 

 

 

 

In questa immagine si vede la prima croce cristiana, introdotta da San Pacomio nel 323. E' identica alla croce di Malta.

Da "The Ethiopian Cross", W. Korabiewicz 1973.

Sembra che Graham Hancock abbia confuso le croci dei monaci etiopici con quelle dei Templari.

 

I Templari arrivarono in Palestina nel 1119 e la loro sede a Gerusalemme era proprio nel medesimo luogo dove si trovava un tempo il tempio di Salomone, e sembra certo che effettuarono scavi imponenti di cui mantennero sempre la massima segretezza. Benché oggi non si possano effettuare ricerche archeologiche in quei luoghi, sacri all’Islam, uno scavo alla base del monte effettuato da archeologi israeliani negli anni ’90  ha messo alla luce un tunnel, scavato dai Templari, che si addentra verso il centro del monte stesso. Sono in molti quindi a credere che i Templari, favoriti dal fatto di essere dei provetti architetti,  fossero alla ricerca dell’Arca in quanto circolavano in Palestina alcune leggende che volevano l’Arca nascosta in qualche sotterraneo inviolato del vecchio Tempio di Salomone.

La storia dei Templari finì in tragedia. Improvvisamente il 13 Ottobre 1307 tutti i Templari che risiedevano in Francia furono arrestati per ordine di Filippo IV e subito dopo la persecuzione si diffuse in tutto il resto dell’Europa, a parte il Portogallo e la Scozia: i Templari venivano accusati di stregoneria, di omosessualità, di sovversione. L’ordine dei Templari fu soppresso e migliaia di adepti mandati a morte e nello stesso tempo furono distrutte tutte le documentazioni delle loro attività: inutile quindi oggi qualsiasi lavoro di ricerca per capire cosa fecero in Palestina o in Etiopia, ammesso e non provato che laggiù  ci fossero mai arrivati.

In Scozia invece fu intimato ai Templari di rimanere nell’ombra, e molti sostengono che da questi sia nata la prima loggia massonica. E’ importante ricordare che James Bruce, il famoso esploratore scozzese, era un massone e fu attratto molto dall’Etiopia. Secondo alcuni non  si recò nel 1768 in quelle terre per scoprire le sorgenti del Nilo, in quanto queste  erano già state scoperte da altri. Secondo gli storici etiopici Bruce si recò in Abissinia per impossessarsi di alcuni tesori. Oggi  molti pensano che, al pari dei suoi  antenati Templari, il Bruce in Etiopia cercasse l’Arca dell’Alleanza, e come prova adducono il fatto che Bruce studiò ed imparò alla perfezione l’antica lingua “gheez”; se fosse stato solo un esploratore gli sarebbe servita molto di più una lingua parlata. Il “gheez” era invece indispensabile per leggere i grandi tomi liturgici e le scritte nelle Chiese e nelle tombe. Ho avuto modo di approfondire le vicende del Bruce in Abissinia, scrivendo sulla regina Mentuab. Il famoso esploratore scozzese rimase in Etiopia cinque anni, ma ad Axum solo due giorni! O si rese subito conto del fatto che l’Arca di Axum era una copia oppure, cosa molto più probabile,  non era interessato all’ Arca.

Anche in Portogallo i Templari sopravvissero trasformandosi nell’ “Ordine di Cristo”. I cavalieri portoghesi dell’Ordine di Cristo ebbero un grande ruolo nella storia dell’Etiopia per un continuo  interesse per quella terra: il culmine fu raggiunto con la famosa spedizione di Cristoforo De Gama, fratello del celebre Vasco, anche esso Cavaliere di Cristo, inviata dal Portogallo per salvare l’Etiopia dall’invasore mussulmano Gragn emiro di Harar. I portoghesi, dopo aver sconfitto l’emiro, rimasero in Abissinia e fondarono delle piccole colonie di valenti artigiani. Si integrarono con la popolazione locale, vennero a lungo perseguitati, ma i loro discendenti mantennero la loro identità, se è vero che aiutarono gli abissini a costruire la città di Gondar; alcuni sostengono che anche loro fossero alla ricerca dell’ Arca.

 

La Madonna e l’Arca

In Eritrea, sul versante orientale della valle dell’Anseba, a una quindicina di chilometri da Elaberèt, piccolo borgo agricolo nei pressi della città di Cheren, sorge un monte letteralmente coperto di blocchi di granito. Sono blocchi di tutte le dimensioni, massi di forma rotondeggiante che possono arrivare fino all’impressionante misura di dieci metri di diametro. Sulla cima poi di massi ce ne sono una decina, ed appaiono come grosse sfere cadute dal cielo. E’ il monte di Debra Sina. Di qui, la leggenda racconta, dopo le sofferenze patite in Egitto a causa della fame, della sete e dell’esilio, transitò la Sacra Famiglia nel viaggio di ritorno verso la Palestina. Con la Famiglia di Gesù vi erano anche Salomè con i due angeli Michele e Gabriele, che non avevano mai abbandonato i fuggitivi.

Foto di Alberto Vascon

Debra Sina, Eritrea. Dentro questo enorme blocco di granito è stata ricavata la chiesa del Salvatore.

Dopo il Senhìt, la Sacra Famiglia si fermò sul  monte Bizen ed in altre località dell’Etiopia, fra cui Axum e l’isola di Tsanà. In Etiopia la Sacra Famiglia si trattenne per tre anni e sei mesi compiendo numerosi prodigi e trovando amorevole ospitalità. Per compensare la Madre delle sofferenze patite, e gli abissini per l’ospitalità offerta, Gesù donò l’Etiopia a sua Madre come feudo, Resta Mariam, in perpetuo retaggio. Maria divenne perciò Padrona, Feudataria e Regina del Paese. Onorati di servire una donna della stirpe di Davide, ricettacolo della Parola di Dio, gli Abissini divennero servi di Maria e la chiamarono Imebietaccìn, Nostra Padrona di casa. L’Abissinia è il paese della Madre di Dio, gli abissini, suoi servi, popolo eletto fra gli eletti.

In Eritrea e in Etiopia si racconta che un giorno Maria, in preghiera sul Calvario dove era solita recarsi dopo la morte di Gesù, supplicò suo Figlio di esaudire il suo desiderio. Il Figlio scese dal cielo accompagnato da migliaia di Angeli e chiese alla Madre quale fosse il suo desiderio. Maria lo implorò di salvare dalle pene dell’inferno chiunque invocasse il suo nome, ne celebrasse la memoria o facesse opere di carità. Gesù promise a Maria che avrebbe fatto come da lei richiesto. Ogni abissino che avesse chiesto a Maria di intercedere presso suo Figlio sarebbe stato salvato. Gli abissini chiamarono Maria con l’appellativo Chidane Mehrèt, Patto di Misericordia. Tale Patto, nella loro credenza, è come un terzo o Nuovissimo Testamento per la salvezza del genere umano.

Foto di Alberto Vascon

Chidane Mehrèt, il Patto di Misericordia. Dipinto murale della chiesa di Ura Chidane Mehrèt, lago Tana.

Maria è per gli abissini la Madre misericordiosa, colei che apre la via al Paradiso. E’ doppiamente vergine, pura nel corpo e nello spirito, maestra di fede, di speranza e di carità, la santa dei santi, al di sotto di Dio ma sopra gli angeli e i serafini. E’ Madre della Parola di Dio fattasi carne, porta d’ingresso al mistero della Trinità, Madre dell’Emmanuele, della Vita, della Luce, del vero Sole, è l’abitazione del Figlio, la casa dello Spirito Santo, la colomba di Salomone, la verga soccorritrice di Mosè che divise il Mar Rosso.

Nella tradizione abissina Maria è inoltre identificata con il Tempio Santo di Gerusalemme in cui ha preso dimora Dio mediante l’Arca dell’Alleanza. Maria è la nuova Sion, la nuova Arca dell’Alleanza, la nuova dimora di Dio. A lei è dedicata la prima chiesa etiopica, la cattedrale di Mariam Tsion ad Axum. In Etiopia ci sono 22.000 chiese, molte delle quali portano il nome di Maria. I nomi di luoghi e di persone spesso ricordano la Madonna: Haile-Mariam, Forza di Maria, Ghebre Mariam, Servo di Maria, Uolde Mariam, Figlio di Maria e tanti altri ancora.

Come discendente di Davide, Maria è imparentata con Menelik figlio di Salomone e della regina di Saba. Maria, la più splendente delle creature dell’Universo, è sorella di sangue degli abissini. Nel XV sec. il santo imperatore Zera Iacòb prescrisse, a pena di scomunica, la lettura del libro etiopico dei Miracoli di Maria (testo liturgico che risale alla prima metà del XIV secolo) ad ogni festa mariana e durante le domeniche. Oltre alla domenica, Maria è celebrata dagli abissini con inni, lodi e cantici  in 33 feste mariane durante l’anno. Viene poi celebrata quattro volte per ogni mese del calendario etiopico: il primo del mese si celebra la Natività, il tre la Presentazione al Tempio di Gerusalemme, il 16 il Patto di Misericordia, il 21 è celebrata Maria Sion Arca dell’Alleanza. La più solenne festa di Maria è però il festival di Hiddàr Tsion che cade il 21 del mese di hiddàr, che corrisponde al 28 novembre. In questo giorno si celebrano tre eventi legati all'Arca: il 21 hiddàr è il giorno in cui Menelik portò l’Arca dell’Alleanza ad Aksum, e quello in cui gli imperatori Abrehà e Atsbehà fondarono la prima chiesa d’Etiopia ad Aksum e decretarono il Cristianesimo la religione ufficiale dell’Etiopia; nello stesso giorno infine ritornò l’Arca dal lago Zuai, dove era stata trasportata per sfuggire alle distruzioni di Gudit nel X sec. In questa festa l'Arca è celebrata e identificata con Maria.

Naturalmente in tutte le feste di Maria, oltre al Vangelo, viene letto il libro etiopico dei Miracoli di Maria. I suoi miracoli vengono letti con la stessa solennità prevista per la lettura del Vangelo: si canta l’Alleluia prima della lettura del miracolo, si fa la triplice processione attorno alla chiesa col libro, si venera con incenso e prostrazioni. Ci sono poi le preghiere per tutti i giorni della settimana  e per ogni giorno dell’anno, un carme per ognuna delle 193 lettere dell’alfabeto etiopico, e innumerevoli scritti e cantici. Da non dimenticare anche le bellissime Armonie mariane, preghiere per i giorni della settimana. Nella pratica devozionale è molto diffuso, sia tra il clero che tra i semplici fedeli, l’uso di leggere quotidianamente i Miracoli di Maria .

Come esempio di purezza del corpo e dello spirito, Maria è venerata in particolar modo dai monaci, che usano il libro dei Miracoli tutti i giorni. Il suo nome è sempre scritto in rosso nei testi sacri. Nel corso dei secoli gli abissini hanno sviluppato alcune tradizioni che agli occidentali possono sembrare leggenda, ma che essi considerano verità rivelata e materia di fede. Maria ha origine da una perla posta da Dio in Adamo e portata di generazione in generazione solo da uomini giusti fino a Gioacchino ed Anna. La pietà Mariana degli abissini è anche di natura dogmatica, fondata su profonde convinzioni teologiche per il fatto che la Madonna è la creatura più eccelsa dell’Universo, nel cui verginale seno si operò la mirabile unione di due esseri infinitamente distanti: la natura divina e la natura umana.

In altre parole quindi la Madonna in Abissinia si identifica con l’Arca dell’Alleanza ed è certamente uno dei pilastri su cui si poggia ben saldo il Cristianesimo in quei luoghi. Maria non è visibile, ma è ben presente nell’animo di ogni abissino, la Madonna è colei che conserva in sé la parola di Dio e quindi l’Arca dell’Alleanza; che poi quest’ultima si possa vedere o meno diventa un fatto del tutto secondario.

Foto di Alberto Vascon

L'Annunciazione, dal Vangelo di Debra Brhan Sellassiè, Gondar
Lo Spirito Santo verrà sopra di te, e la potenza dell'Altissimo ti coprirà della sua ombra: per questo il bambino santo che nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio.

Luca 1,35

Con S. Luca la Madre di Dio comincia ad essere identificata come la nuova Arca, il tabernacolo vivente della Parola di Dio.

Dove può essere oggi l’Arca, ammesso che esista ancora?

 

Nove ipotesi, in buona parte fantastiche:

1)      Nel 925 a.C. i soldati del faraone Soshenq Iº saccheggiarono il tempio di Gerusalemme. L’Arca potrebbe essere stata rubata e portata nell’antica capitale del Regno, non lontano da Tanis (Samaria, Palestina).

2)      Se fosse riuscita a sfuggire al saccheggio egiziano, la cassa poteva essere caduta nelle mani di re Gioas di Israele nel 797 a.C., durante la lotta civile fra i popoli della Palestina, e nascosta in quel territorio.

3)      Babilonia, Mesopotamia. Nel 587 a.C. le armate caldee e babilonesi di re Nabucodonosor abbatterono il regno di Giudea e distrussero Gerusalemme, depredando il tempio.

4)      Gli ebrei esiliati da Nabucodonosor tornarono in patria nel 538 a.C. con tutto il tesoro asportato e restituito loro da Ciro di Persia che sconfisse Nabucodonosor. Un anno dopo gli ebrei ricominciarono a costruire sulle rovine del primo, il Secondo Tempio. Stabilito che il primo Tempio fu costruito per contenere l’Arca, perché il secondo Tempio fu costruito esattamente sulle rovine del primo? Se l’Arca fosse davvero sparita, che senso aveva costruire il secondo Tempio?

5)      Axum, Etiopia: le autorità religiose affermano che l’Arca si trova nella Chiesa di S.Maria di Sion.

6)       Il negus Hailè Selassiè vantava di avere fra i suoi tesori l’Arca di Mosè. In tal caso, qualcuno ha ipotizzato che il posto migliore per nasconderla fosse una discreta banca della Svizzera. Ipotesi realistica ma anche molto improbabile, vista la devozione mariana dell’Imperatore

7)      Ma potrebbe anche darsi che l’Arca, a seguito delle crociate negli anni mille, sia stata ritrovata dai Templari (un’antica tradizione parla di un misterioso oggetto sacro ricevuto da questi ultimi dalla setta islamica dei Custodi Hashashin di Hassan Ibn Sabbah) e portata a Roma. In questo caso essa si troverebbe in qualche stanza segreta dei leggendari scantinati della Santa Sede. Di quest’idea è il rabbino capo Zvi Vinman di Gerusalemme che, a proposito di una sua visita nei sotterranei vaticani, ha raccontato: «Trovai molti oggetti che i cristiani avevano strappato agli ebrei. Ma non vollero mostrarmi una stanza. Quando avanzai l’ipotesi che vi fossero conservati i tesori del tempio di Gerusalemme ricevetti, in risposta, un sorriso carico di misteri...». Ma oltre che a Roma, potrebbe essere stata portata, secondo Vendyl Jones, archeologo, e James Strange, storico,  in vari paesi europei (Francia, Inghilterra ed altri).

8)      Norimberga, Germania. Le truppe del führer potrebbero avere scoperto l’Arca durante una delle loro segretissime missioni archeologiche. In caso di successo il prezioso tabernacolo potrebbe essere finito nella chiesa di S. Caterina a Norimberga, ove sul finire degli anni Trenta Hitler custodiva i sui tesori.

9)      Mosca. Con la caduta di Berlino, le truppe di liberazione sovietiche, mettendo le mani sulle armi segrete del Reich, potrebbero avere scoperto l’Arca. Non capendone bene l’utilità, potrebbero averla imballata ed accantonata in qualche scantinato del Cremlino che, come è noto, è ricchissimo di sotterranei, molti dei quali attualmente impraticabili o dimenticati. 

Tutto ciò, a nostro parere, è pura fantasia, perché non si tiene mai conto della natura deperibile del legno dell’Arca.

 

Conclusioni

L’Arca dell’ Alleanza è esistita veramente. Sono tante le citazioni e le testimonianze storiche. D’altra parte nessuno studioso è riuscito a mettere in dubbio tale realtà. Più difficile accettare i suoi poteri, se non ammettendo la sua natura sovrannaturale.

Anche per la regina di Saba sono tante le prove della sua esistenza, del suo regno sull’Etiopia e dei suoi rapporti con Salomone.

Per quanto riguarda Menelik I e la sua origine ci dobbiamo affidare solo alla tradizione abissina che si può riassumere in poche righe, collegandosi anche a fatti realmente accaduti in Israele.

Circa 300 anni dopo che Salomone portò l'Arca nel primo tempio, essa fu spostata o trafugata da Menelik I e trasportata in Etiopia dove peregrinò tra le isole dei laghi etiopici ed Axum con l’intento di tenerla al sicuro dalla furia distruttiva o dalla bramosia dei nemici degli abissini.

Per oltre 800 anni essa fu al centro di un vasto culto giudaico, un culto in cui i fedeli erano gli antenati di tutti gli ebrei etiopici. Il fatto che questi ebrei praticassero immodificati dei riti che venivano celebrati a Gerusalemme al tempo di Salomone è quanto mai suggestivo.

Secondo gli etiopici l’Arca, intorno all’anno mille, fu portata via da Axum e nuovamente nascosta in una isola di un lago etiopico per non farla cadere nelle mani di Gudit, regina falascià che voleva estirpare il cristianesimo ed imporre a tutti gli etiopici la religione ebraica: là rimase settanta anni e poi riportata ad Axum. Fu riportata in un’isola del lago Tana al momento dell’invasione del mussulmano Gragn nel 1535 e lì rimase fino a circa il 1650 fino a quando il re etiopico di Gondar Fasiladès fece costruire sulle rovine della vecchia cattedrale di Santa Maria di Sion, distrutta dal Gragn, una nuova Cattedrale dove fece trasportare l’Arca.

Questa la tradizione abissina. Molto più importante è la fede abissina. Gli abitanti dell’acrocoro l’Arca, come del resto la Madonna, ce l’hanno nel cuore, poco importa se il simulacro o i suoi resti non siano sopravvissuti alla furia del tempo; questa ultima possibilità non è mai riuscita  minimamente ad intaccare la devozione e l’amore che gli abissini hanno per la Madonna e quindi per l’Arca che per loro sono una sola cosa. Sicuramente questa è la parte più bella di questa storia; ciò che è strano è che questo aspetto viene ignorato dalla maggior parte degli studiosi, a nostro parere a torto in quanto la venerazione di un popolo che dura millenni non può nascere solo da un mito, ma è la prova più importante dell’esistenza di qualcosa che supera qualsiasi considerazione storica e scientifica.

Tutto ciò però porta ad una considerazione finale. Come è possibile portare avanti una guerra da quaranta anni avendo sulle spalle tali tradizioni e sentimenti religiosi? Bene sarebbe che, ogni tanto, i Cristiani che governano i paesi del Corno d’Africa si rivolgessero all’Arca o alla Madonna, colà tanto venerate, con la preghiera di essere illuminati nel loro agire.

 
 
Introduzione
L’Arca
La regina di Saba
Menelik, figlio di Machedda
I falascià
Lalibelà e i Templari
La Madonna e l'Arca
Nove ipotesi fantastiche
Conclusioni
 

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