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Le recensioni di Nicky Di Paolo |
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LA BATTAGLIA ALLA GROTTA DEL RIBELLE DI ZERET
Comincio a provare un po’ di simpatia per Matteo Dominioni, autore del libro “Lo sfascio dell’impero” che attribuiva ai militari italiani operanti in Etiopia efferati episodi di violenza bellica non solo durante la campagna di conquista che fu decisamente rapida, ma anche e soprattutto nei cinque anni successivi che furono caratterizzati da una vera e propria guerra dell’esercito italiano contro i partigiani etiopici: ci furono violenze da ambedue le parti, ma le rappresaglie italiane in certi momenti furono eccessivamente crudeli. Ciò non giustifica tuttavia il Dominioni che fa della grotta di Zeret “La fossa etiopica delle ardeatine”. Provo simpatia per Matteo Dominioni perché prima o poi doveva scontrarsi con scienziati e storici decisi a studiare questo fatto, visto e considerato che, nei villaggi vicini alla grotta di Zeret, la tradizione orale, così importante e così precisa nel mantenere vivi i ricordi storici di quei luoghi, ignora quasi del tutto la “strage italiana”, mentre indica, ancora oggi, la grotta come quella “del ribelle di Zeret" che, prima dei partigiani etiopici, abitava la grotta e ne usciva solo per razziare e terrorizzare le popolazioni vicine che, non riuscendo a difendersi, chiesero aiuto perfino agli italiani. Anni dopo un distaccamento dell’esercito italiano con a capo il tenente colonnello Gennaro Sara, viene inviato a Zeret per stanare un grosso nucleo di partigiani etiopici guidati da Tesciommè Sciancùt e Abebè Aregai, mitici capi della resistenza partigiana, asserragliati all’interno di grotte apparentemente inespugnabili.
Ma occupiamoci ora dell’Autore di questo libro per capire chi ha di fronte questa volta Dominioni. Gian Paolo Rivolta, ingegnere chimico, è uno speleologo di fama avendo raggiunto la presidenza della commissione Centrale di Speleologia del CAI. Le grotte sono la passione della sua vita dove l’avventura è sempre andata al passo con la scienza. Rivolta ricorda nella prefazione che le grotte rappresentano un luogo assolutamente stabile e che conservano in maniera perfetta tutto ciò che vi è riposto, offrendo allo speleologo esperto la chiave di lettura degli avvenimenti naturali e storici avvenuti nel loro interno. Naturalmente ci vuole fisico e coraggio per penetrare negli spazi che ogni tanto la terra crea, ma l’autore possiede tutto in abbondanza. È per puro caso che qualcuno gli parla di Zeret, è nata da una coincidenza la possibilità di organizzare una piccola spedizione alla grotta in Etiopia, è stata la fortuna a spianargli la strada ed è stata sempre la buona sorte a permettergli di visitare la grotta di Zeret due volte.
In sintesi riporto gli esiti delle esplorazioni, dei rilievi e degli studi effettuati dal Rivolta: 1 - Esegue un esatto rilievo topografico della grotta di Zeret in tutta la sua estensione e rileva i tipi di roccia che la conformano 2 - Misura la superficie e la profondità del piccolo lago interno, ne determina l’apporto idrico e il numero di persone che possono sopravvivere usufruendo solo di quell’acqua 3 - Valuta con esattezza le modalità possibili dell’uso di armi da fuoco leggere e pesanti, di gas tossici e dell’aviazione per stanare centinaia di persone asserragliate nella grotta 4 - Studia le testimonianze di pochi anziani abitanti sopravvissuti alla guerra e al tempo 5 - Ricostruisce perfino alcune scene della battaglia 6 - Trae conclusioni basandosi su dati certi, facendo “raccontare” alle grotte e ai testimoni la vera storia di Zeret
Come storia di guerra fu una pagina cruda, ma donne e bambini furono salvati e non decedettero affatto per postumi da iprite. Ai combattenti partigiani fu offerta più volte la possibilità di arrendersi, ma nulla riuscì a convincerli e solo l’iprite, parzialmente attiva, date le difficoltà di lanciarla all’interno della grotta, inquinò l'acqua del lago interno, minando la loro resistenza e permise di stanare gli abissini i cui capi riuscirono a fuggire. I partigiani catturati furono fucilati. Non ci furono rappresaglie, ma solo battaglie, pure connesse all'assedio della grotta, dove anche numerosi italiani ed ascari (123) persero la vita e 376 furono feriti.
Il lavoro di Gian Paolo Rivolta, varesino, è dettato dall'abitudine a voler scoprire ciò che la grotta nasconde ed a cercare la verità, che ora viene restituita alla storia, mantenendo per l'alpino Gennaro Sora, eroe romantico per i bergamaschi, che a piedi aveva cercato di portare aiuto alla spedizione Nobile al Polo Nord dopo il disastro del dirigibile Italia, il ricordo di onesto e romantico esploratore. Foresto Sparso, il suo paese natale, gli dedicò un monumento nella piazza principale.
Gennaro Sora ai tempi della spedizione Nobile
Con gli alpini del suo plotone, Sora è al centro, col bastone
Nicky Di Paolo, Gennaio 2012
Il volume è distribuito dalla Libreria Carù, Piazza Garibaldi 6, 21013 Gallarate (VA) - Tel. 0331-792508, www.caru.it. Informazioni si possono avere dall'associazione no-profit CERSAIAC - cersaiac11@virgilio.it
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“Tanastellì Araghit”, Edibios Editore Angra
“Tanastelli Araghit”, come dire in Eritrea “Buongiorno Vecchio”; così Angelo Granara, giornalista asmarino noto a tutti come Angra, ha intitolato il suo ultimo libro uscito fresco fresco dalla tipografia della Edibios. Per chi poi non riuscisse a capire dal titolo l’antifona dell’opera, in copertina, subito sotto la scritta tigrigna, l'autore aiuta i meno svegli piazzandoci la bella immagine di un vecchio abissino; così, come Angra la presenta, questa copertina non preannuncia nulla di bello, prospettando una lettura di pagine tristi e malinconiche. Per cortesia, fate attenzione! Non fatevi ingannare da questo marpione, ma aprite il libro e cominciate a leggere perché, fin dalle prime righe, capirete che Angelo ha l’animo ben vivo, affollato di ricordi da narrare, di immagini da proporre, di pensieri da elaborare; anche se queste reminiscenze appaiono drammaticamente in fuga, un po' sbiadite e sempre meno oggetto d’interesse da parte delle giovani generazioni. In altre parole, dopo aver profetizzato per mesi la sua fine di scrittore per raggiunti limiti di età, Angra si presenta oggi ai suoi lettori con un altro dei suoi deliziosi e periodici libretti, stipato di tante riflessioni e meditazioni fatte sulla sua vera patria, sulla terra che lo ha fatto crescere e reso uomo, su quella parte del mondo che lui considera la più bella e la più affascinante di tutto il pianeta, vale a dire sul Corno d'Africa e più precisamente sull’Eritrea. I suoi scritti, che possiamo definire attente considerazioni, sono un sottile e ininterrotto confronto tra il suo fisico, a suo dire deboluccio, e la sua mente ancora perfetta e assolutamente giovanile. Angelo ha il dono della scrittura che probabilmente ha impresso nel suo patrimonio genetico; sfido chiunque a leggere una pagina a caso di "Tanastillì Araghit" e a indovinare l'età dell'autore. Angelo ha un animo giovane e valente che solo in brevi tratti di questo ultimo libro si fa sorprendere dalla malinconia. L'ho detto tante volte, ad Angra, quando scrive, le parole sgorgano leggere e pure, e come fiocchi di neve si ammucchiano per formare pensieri profondi, analisi di un vissuto splendido, ineguagliabile, ma ahimè, definitivamente perso o irraggiungibile. Angelo si sente solo, soffre l’assenza degli amici più cari, si sente sperduto in una metropoli aliena dove non esistono per lui punti di riferimento e dove spesso la depressione fa capolino tra un antico monumento e una fila di persone in attesa di una prestazione medica. Ecco quindi l'urgente necessità di raccogliere quel fascio di meditazioni in un volumetto dove la cosa che più colpisce, malgrado la copertina senescente, è la sorprendente vitalità dell’autore. Altro che “araghit”! Angelo scrive con uno stile e una lucidità sorprendenti; riesce a prendere per mano il lettore e a condurlo a scoprire la sua Africa, esattamente com’era 50 anni fa, senza nostalgie, senza rimpianti, conscio della triste realtà attuale, ma fortemente motivato a lasciare un onesto ricordo del nostro vissuto coloniale.
Nicky Di Paolo |
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LE OPERAZIONI DI POLIZIA COLONIALE NELLE FONTI DELL'ESERCITO ITALIANO Federica Saini Fasanotti
CLAMOROSO! Angelo Del Boca ammette di aver sbagliato.
Grande interesse ha suscitato un libro edito dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e scritto da Federica Saini Fasanotti, studiosa già nota per le sue pubblicazioni sul Fascismo e sulla Seconda Guerra Mondiale; il titolo del volume ”ETIOPIA 1936-1939, Le operazioni di Polizia Coloniale nelle fonti dell’Esercito Italiano” riflette subito la stretta collaborazione che corre fra l’autrice e lo Stato Maggiore dell’Esercito: questa sintonia le ha permesso di consultare, senza alcun limite, gli archivi della guerra d’Africa e in particolar modo quelli inerenti ai cinque anni successivi alla conquista italiana dell’Etiopia; un’occasione unica che l’autrice non si è lasciata scappare; questi cinque anni di storia italiana sono stati fino ad oggi costellati di tanti lati scuri, difficili da chiarire. Questa ultima fatica della Fasanotti è come un fascio di luce che illumina il periodo buio di quegli anni. Il testo, assolutamente privo di qualsiasi ideologia politica, rimane per tutte le 530 pagine in un perfetto e onesto equilibrio di giudiziosa ricerca, documenti alla mano, di colmare quelle grandi lacune che hanno permesso negli ultimi trenta anni a molti storici, italiani e stranieri, di trarne un vantaggio politico, interpretando quel periodo storico in modo assolutamente personale. In particolare fino ad oggi sono stati attribuiti ai militari italiani crimini e nefandezze verso il popolo etiopico, descritto sempre come inerme e indifeso, e queste atrocità sarebbero state compiute durante turpi azioni militari di rappresaglia. L’esercito italiano con a fianco i battaglioni degli ascari eritrei aveva, in quel momento, l’assoluta necessità di spengere il movimento insurrezionale etiopico e in virtù di questo non dava requie alle numerose bande di militari etiopici che cercavano, a loro volta, di indebolire l’invasore con rapide e indolori azioni di guerriglia. Accanto ai militari italiani anche i civili che hanno operato o vissuto nel Corno sono stati spesso etichettati del tutto arbitrariamente come colonialisti e quindi fascisti, incolpando anche loro di intolleranza e prevaricazione verso la popolazione indigena. Le dure e infamanti prese di posizione degli storici di sinistra hanno spesso istigato gli italiani, compreso il sottoscritto, che avevano vissuto nel Corno d’Africa, a difendersi e a prendere delle posizioni, anche energiche, nei confronti di questi scrittori in quanto il vissuto dei nostri padri e dei nostri nonni, che trascorsero buona parte della loro vita nelle ex colonie italiane in Africa Orientale, era del tutto diverso da quello riportato negli articoli o nei libri di questi studiosi. Quindi non solo l’immagine dei militari, ma anche quella dei 200.000 italiani che hanno vissuto in quel periodo nel Corno d’Africa è stata sempre ingiustamente denigrata. Angelo Del Boca è sicuramente lo storico che più di qualsiasi altro ha studiato la lunga avventura italiana in Africa e, malgrado le feroci critiche dei miei compaesani per le sue discutibili idee, ho sempre riconosciuto a Del Boca l’autorevolezza dei suoi scritti anche se impregnati di un eccesso di fervore politico. Sono molto contento che oggi Del Boca, dopo aver letto e riconosciuto la serietà e la correttezza del testo della Fasanotti, in una intervista, pubblicata sul “Corriere della Sera” del 6 Gennaio 2011, ha ammesso con molta onestà di non essere stato corretto nei suoi giudizi riguardo gli italiani in Africa Orientale. Riporto le sue esatte parole pubblicate sul Corriere: “Lo ammetto, nelle mie ricostruzioni sulla guerra in Africa Orientale, mi sono schierato dalla parte degli etiopici. Sono da sempre un nemico del colonialismo e mi sembrava giusto sottolineare soprattutto le nostre responsabilità di Paese cosiddetto civile... Non è poco, e voglio sperare che questa dichiarazione di Del Boca sia la prima di una serie, suggerita dalla necessità di fare completamente chiarezza; l’onestà intellettuale, ora che ha scoperto un suo errore, gli impone di rivedere tutto il suo pensiero riguardo questa delicata parte della nostra storia. “ETIOPIA 1936-39” non è piaciuto invece a Matteo Dominioni, autore del tanto discusso “Lo Sfascio dell’Impero“e, in contrasto con Del Boca, malgrado sia un suo maestro, lo giudica ”un lavoro vecchio, di stile coloniale, che tende a giustificare gli eccessi italiani sulla base dell’arretratezza e dei costumi guerrieri tipici della società aggredita“ . La lettura del libro della Fasanotti è piaciuta invece ad Antonio Carioti, l’articolista del Corriere della Sera che lo definisce “una ricostruzione minuziosa dove l’autrice condanna l’aggressione fascista e riconosce le numerose atrocità delle nostre forze armate, ma si sofferma anche sulla ferocia degli insorti etiopi sottovalutata dalla storiografia…” In altre parole Dominioni, questa volta isolato, persiste nel suo atteggiamento antitaliano attribuendo colpe delle quali non esiste alcuna prova. Dominioni è rimasto probabilmente toccato dalla precisa ricostruzione che la Fasanotti fa degli eventi accaduti nella grotta Caia Zeret (cavallo di battaglia del Dominioni nel ricoprire d’infamia gli italiani) documentandoli in maniera particolareggiata con la conclusione che le operazioni dell’esercito italiano in quel luogo, nel 1939, furono quelle di normale rastrellamento, alla caccia di bande ben armate, alle quali fu offerto più volte di arrendersi ed in ogni caso, alla fine, recuperando diverse centinaia di fucili, pistole, mitragliatrici e perfino un cannone e risparmiando tutte le donne e i bambini. Dominioni farebbe bene a leggere attentamente i documenti inerenti alla grotta Caia Zeret pubblicati nel volume della Fasanotti e con un po’ di umiltà considerasse una giusta autocritica, ispirandosi all’onestà di Del Boca. A mio parere l’autrice di “Etiopia 1936-1939” ha molti pregi: primo fra tutti la determinazione a mettere mano negli archivi dello Stato Maggiore dell’esercito: come dire andare a scavare nella confusione di carteggi mai consultati. In secondo luogo è stata capace di riesumare il materiale che andava cercando, di ordinarlo cronologicamente e infine di commentarlo. A parte le polemiche, la lettura del libro della Fasanotti è piacevolmente interessante in quanto l'autrice è riuscita a rendere amena e leggera la lettura di un testo potenzialmente ostico e noioso. Chi inizia a leggere questo libro è spinto a proseguire fino alla fine senza incertezze e, arrivato in fondo, è certo di essersi arricchito di un ottimo aggiornamento del proprio bagaglio culturale. |
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di Cesrare Alfieri
Quando Cesare ci lasciò scrissi quattro righe invitando tutti a fare uno sforzo per non considerarlo defunto. A noi rimanevano i suoi scritti che, rileggendoli, davano la convinzione che Alce fosse ancora presente con tutta la verve, la simpatia, il calore umano e la sottile ironia che hanno sempre contraddistinto il suo stile; sono doti che investono ancora oggi il lettore e lo rendono cosciente delle non comuni capacità di quel gentile e onesto scrittore che non esitava ad aprire pubblicamente il suo animo in una sorta di piacevole confessione. Cesare si definiva un umorista e con ragione. In tal veste aborriva l’idea della morte, inneggiando sempre alla vita e cercando al contempo di strappare il sorriso al più mesto dei suoi lettori. È sempre piacevole e consigliabile rileggere gli scritti di Cesare e, se non si possiede altro di quanto pubblicò, è sufficiente prendere dalla biblioteca i vecchi numeri del Mai Taclì, dove i suoi articoli e le rubriche rendevano il piccolo giornale più completo, essendo arduo sostituire una penna come quella di Alce. Poi, inaspettata, è giunta qualche mese fa dai figli di Cesare, la notizia dell’esistenza di un manoscritto inedito del padre e del loro desiderio di pubblicarlo. In attesa di visionare il testo, cercavo di immaginare, fra le tante cose, il momento della sua stesura; nella maggior parte delle pubblicazioni postume si tratta di scritti compilati poco prima del decesso dell’autore e come tali incompiuti. Appena avuto in mano il tutto, speditomi dai figli di Cesare, è stata una sorpresa constatare che si trattava di una serie di riflessioni del loro babbo, piccoli capitoli che descrivono la vita in Eritrea di un italiano che lavorava per il suo sostentamento, ma che non si lasciava sfuggire le magie che il tropico sa offrire. Tutti e 20 i capitoli sono datati alla fine dello scritto; non è come avevo supposto, sono stati stilati per la maggior parte negli anni 1982 e 1983 per poi, uno alla volta, quasi a scadenza annuale, giungere ai primi degli anni ’90. Una rapida lettura ha permesso di evidenziare un Alce brillante, arguto, scanzonato e spesso pungente che non esita a bacchettare bianchi e neri, che si pone domande attuali, che se ne viene fuori con problematiche proprie di questi giorni, ma da lui formulate 20-25 anni or sono. Per ricordarne una, critica Angelo Del Boca per la sua ostinata acredine verso tutti gli italiani che operarono o vissero in Africa Orientale. È quindi con grande gioia che vi presento il libretto di Cesare. Poche pagine dense di amore per la sua Eritrea che volutamente differenzia da altri paesi dell’Est Africa, in primo luogo il Kenia, a cui riconosce tanti pregi, ma che nulla ha a vedere con la nazione dove lui ha vissuto la maggior parte della vita. Il lettore si ritroverà per le vie di Asmara, di Massaua e per altri luoghi del Corno, in compagnia di Cesare a scoprire tante piccole cose che alla maggior parte di noi erano sfuggite. |
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Dancalia L’esplorazione dell’Afar, un’avventura italiana Luca Lupi
Tagete Edizioni Via Marconcini, 60 56025 Pontedera (PI)
Tel 0587 54441 Email mtagete@email.it
Vedere il sito di Luca Lupi www.dancalia.it Per contattare l'Autore: lupi@dancalia.it
Una domanda che tutti prima o poi si sono posti è quella se il valore di un libro può essere proporzionale alle sue dimensioni. Più grande è il libro, più elevato dovrebbe essere il suo valore. Il lettore colto e appassionato s’infurierà a sentire queste parole: meglio poche pagine scritte bene e ricche di contenuti che centinaia e centinaia di pagine sgrammaticate e insulse. Siamo perfettamente d’accordo, ma con qualche eccezione: come esempio estremo chi ha visitato il monastero del Bizen in Eritrea, ha potuto prendere visione degli immensi volumi che vi vengono conservati: le misure del più grande sono un metro per un metro e per trasportarlo ci vuole un muletto. È un testo miniato, ovvero le pitture sono quadrangolari con un lato di 40 centimetri e non possono più essere chiamate miniature. Anche se non leggo il gneez, la sola visione di quel libro desta commozione. Cosa c’entra tutto ciò con il libro di Lupi? Mi è venuto in mente il Bizen prendendolo in mano: pesa circa quattro chili che impongono necessariamente un tavolo se si vuole leggerlo o anche solo sfogliarlo; non ci sono compromessi, non ci sono alternative, se vuoi prenderne visione devi sottostare al volere di Lupi, devi concedere al volume attenzione e rispetto anche perché la prima cosa che si nota è che l’opera si compone di due volumi ed il secondo è in arrivo. Otto chili di Dancalia! Chi è questo uomo capace di prenderti per mano e di importi, a tavolino, un fantastico viaggio in una delle terre più affascinanti e misteriose del mondo? Luca Lupi, poco più che quarantenne, ha dedicato buona parte della sua vita allo studio e all’esplorazione dei vulcani. Uomo dal fisico prestante e dallo spirito avventuroso ha avuto sempre bisogno di viaggiare alla scoperta di vulcani, possibilmente in terre inesplorate. In questo suo periglioso girovagare non poteva tralasciare di visitare, nel Corno d’Africa. la Dancalia, senza sapere che quella volta sarebbe stato lui ad essere stregato da un paese, lui sarebbe stato oggetto di innamoramento, lui si sarebbe trovato condizionato a vita da un luogo terribilmente inospitale, ma profondamente intrigante. Man mano che della Dancalia scopre, oltre alla straordinaria struttura geologica, la gente che la abita, i mitici Afar, le loro abitudini e la loro storia, diventa impellente per lui il bisogno di saperne di più, e in particolare di conoscere il ruolo avuto dalle spedizioni scientifiche italiane, molte delle quali trucidate dagli stessi afar, dedicati da sempre a predare le carovane di passaggio. Lupi non si lascia condizionare da idee politiche che serpeggiano ancora oggi in Italia e che tendono sempre a denigrare tutto ciò che è stato fatto dagli italiani in Africa Orientale; mette in risalto lo spirito pionieristico dei nostri esploratori, le loro avventurose spedizioni e viaggia sulle loro orme non solo per ricalcare i loro percorsi, ma per valutare con sistemi moderni le loro scoperte. Ne viene fuori un quadro quanto mai lusinghiero per la storia coloniale italiana, tanto che il Lupi è portato a sottotitolare il suo libro Dancalia con L’esplorazione dell’Afar; un’avventura italiana. Ciò che risulta è un testo scientifico e storico che spazia senza limiti e senza condizioni dalla formazione geologica del Corno d’Africa, alla scoperta di Lucy nel triangolo dell’Afar, dalle prime esplorazioni italiane, al successivo periodo colonialista italiano, fino alle più recenti esplorazioni e rilevamenti satellitari. Poi, improvvisa, ma logica, è arrivata per Lupi la necessità di scrivere ed illustrare tutto ciò che aveva visitato, scoperto, ritrovato ed elaborato, appuntato e trascritto. Migliaia e migliaia di fotografie, annotazioni, fotocopie, articoli, carte, disegni; scegliere secondo una traccia che da qualche anno inseguiva nella sua mente. Ma non bastava; Lupi non ha solo dovuto visitare la Dancalia, ha avuto necessità di instaurare una stretta collaborazione con Istituti Universitari scientifici e storici per convalidare le sue scoperte e le sue intuizioni. Sono tanti gli scienziati e storici che hanno collaborato con Lupi a dimostrazione del suo rigore scientifico e delle sue capacità critiche. Se i contenuti del libro sono estremamente validi dal punto di vista scientifico e storico, va sottolineato, a favore dell’autore, lo sforzo compiuto per rendere gli scritti e le immagini comprensibili a tutti: è veramente piacevole leggere di argomenti così specialistici come si trattasse di narrativa. Perfino la geologia, la vulcanologia e l’etimologia diventano argomenti di amena lettura dove Lupi si aiuta con circa settecento fra schemi, cartine, fotografie, disegni ed altre illustrazioni per rendere chiari concetti astrusi e specialistici. Stupende sono le fotografie della Dancalia, dei suoi vulcani, delle solfatare, dei laghi di sale, delle sue coste, dei suoi abitanti. Un opera che voleva essere solo un trattato storico-scientifico è diventata anche uno scritto che può essere letto dal viaggiatore, ma anche proposto come un testo di narrativa per la sua particolare ed originale impostazione. Otto chili di Dancalia che nulla hanno a che vedere con altre opere monumentali di solito volute e supportate da enti bancari o assicurativi, volumi che si aprono giusto per dargli un’occhiata. Se si inizia a leggere il libro di Lupi, è imperativo proseguire fino alla fine.
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Sabarguma - Arrivederci di Paolo Granara Tipolito Arte Stampa, Caselle di Selvazzano (Padova), pagg. 150
Quando è giunto con la posta un altro libro di Granara, ho imprecato a lungo contro Angra che, mi sono detto, non finisce di scrivere un libro e già ne ha pronto un altro bello e stampato. La curiosità, più forte della stizza, mi ha spinto a leggere le prime pagine e solo allora mi sono reso conto che Angelo questa volta non c‘entrava; il firmatario del volume, il cui titolo è ricco di sapore eritreo, è Paolo Granara, fratello di Angelo. Appena chiarito il problema, mi è sorta spontanea nella mente un’altra serie di invettive: possibile che non bastava uno di quella famiglia a renderci la vita dura? Mi riferisco naturalmente a colui che, quando prende la penna in mano, ti fa crepare d’invidia per la musicalità che trasuda dai suoi scritti. Adesso c’è un altro membro della medesima genia che ha deciso di emulare il fratello ed uscire allo scoperto! Un’altra personalità che dobbiamo subire anche se è doveroso evidenziare che il titolo “Sabarguma - Arrivederci” stuzzica l’inconscio di noi abissini quel tanto che basta per prendere il libro in mano e mettersi a leggere. Paolo e Angelo sono fratelli, ma nessuno lo indovinerebbe mai dalle righe di “Sabarguma Arrivederci”; questo è un libro a se stante, esclusivo di Paolo che tutto ha fatto fuor che imitare il fratello.
Non ci vuole molto a focalizzare una delle differenze caratteriali dei due germani: Paolo ha un senso spiccato dello humor, anche se cerca di mascherarlo dietro il sarcasmo di una velata malinconia. Lui, come tutti noi, tornerebbe in Eritrea a piedi, se ci fossero localmente le condizioni indispensabili per una vita tranquilla. Il libro di Paolo raccoglie una serie di racconti brevi ambientati in Eritrea, concisi ma circostanziati, probabilmente tratti da vicende vere, ma collocati in un mondo fantastico dove l’ironia prevale su tutto il resto.
Deliziosa la descrizione della famiglia asmarina che si reca in vacanza a Massaua dove il “Lido” attende tranquillo e paziente di carpire tutti i turisti in un tenero abbraccio, mentre piacevolmente avventurosa è la descrizione del viaggio da Asmara a Massaua, poco più di cento chilometri che venivano e vengono tuttora percorsi in circa quattro ore, un tempo che può sembrare eccessivo, ma necessario sia per il logorio dell’automezzo costretto a subire sbalzi di temperatura elevati in tempi ristretti, sia per la non facile adattabilità dei passeggeri all’asprezza del percorso.
Paolo Granara non perde occasione di sfruttare ogni ricordo per costruirci storie nelle quali lo stesso lettore può riconoscersi, subendo, in quel caso, la sferza dello scrittore che se la gode a prendere in giro gli asmarini, suoi compaesani. Il libro di Paolo Granara deve essere quindi letto perché offre momenti di distensione davvero piacevoli specie quando arriva a celiare il fratello Angelo (almeno così ho interpretato) scrivendo di un poeta che, ancor fanciullo, vinse il “pisello d’oro” per alcuni versi dedicati alla sua mamma...
Dai fratelli Granara ci aspettiamo tante altre belle cose; naturalmente scritti e poesie che scaturiscono da due cuori generosi, elargiti agli ultimi ex coloni di una terra dimenticata da tutti, ma non dagli stessi italiani che l'abitarono e l'amarono teneramente senza cupidigia e bramosia.
Nicky Di Paolo
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| POESIE E FORME |
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di Giuseppe Tringali Nuova Editoriale Bios, Via A. Rendano 25 87040 Castrolibero (CS)
Molti sostengono che per conoscere a fondo un individuo è indispensabile incontrarlo di persona, parlarci a lungo guardandolo negli occhi per captare quelle piccole modificazioni mimiche che schiudono l’animo e permettono di formulare giudizi corretti. Non so se questa è una verità, ma se esamino il mio rapporto con Giuseppe Tringali, allora di dubbi su questa teoria me ne vengono molti. Non ho mai incontrato Giuseppe. Ho iniziato a sentire parlare di lui in Africa e allora lo avrei conosciuto volentieri per il semplice fatto che lui non solo scriveva di archeologia, ma dedicava una buona parte della sua vita a scavare collezionando molti successi. Era un creativo quindi e andava conosciuto. Non è facile però incontrare in Africa una persona che diserta, per principio, le manifestazioni sociali e la vita pubblica, vivendo estraniato in una sua personale dimensione, totalmente immerso nella vita africana, rifuggendo i contatti con la comunità bianca. In Italia sono stato contattato da amici comuni che mi hanno chiesto di considerare l’opera del Tringali in Africa Orientale e di portarla a conoscenza non solo di tutti quelli che hanno vissuto in quei luoghi, ma anche degli abitanti del Corno d’Africa e degli archeologi che oggi hanno iniziato ad occuparsi seriamente dell’antica civiltà axumita, dominante, migliaia di anni fa, l’Etiopia. Quando, spinto da questo invito, ho letto le pubblicazioni di Giuseppe e poi ho potuto parlare telefonicamente con lui, qualcosa deve avermi colpito perché ho provato per questo uomo un’immediata e grande simpatia. Forse è stata l’energica carica vitale di un uomo molto in avanti con l’età, forse ha giocato la sua tenera affettività che elargisce a piene mani, o piuttosto mi ha colpito la sua grande modestia, fatto sta che è stato facile per me instaurare con Giuseppe Tringali un rapporto amichevole immediato. La sua valenza scientifica è indiscutibile, la sua storia è quella di un grande archeologo autodidatta, la sua fama è ben meritata; in questo libretto però, Giuseppe ha voluto esprimere la profonda spiritualità della sua esistenza con alcune poesie e disegni. Poeta e pittore quindi, che molti di noi già conoscevano come tale. In ogni caso non eravamo stati capaci di comprendere il messaggio che Giuseppe elargisce con le sue opere. Non so trovare il perché di questa mancanza, ma assicuro i lettori che questo volumetto sana qualsiasi incomprensione. Sono pensieri e tratti che commuovono per la loro ingenuità e per la loro freschezza. Sono versi e pennellate che giungono dritte al cuore. Giuseppe Tringali ci regala un piccolo pensiero che contiene un monte di ricchezze.
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| ANNONE CASIMIRI ZAITUNI |
| di Angelo Granara |
| Tipolito Arte Stampa Ed., Caselle di Selvazzano (PD) |
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Dice sempre che la smette e poi puntuale rieccolo di nuovo, ogni anno, che ti esce fuori con una chicca delle sue per far schiattare d’invidia tutti quelli come me che mancano dell’arte poetica che invece madre natura ha elargito ad Angelo a piene mani. Perchè come suo solito, Annone Casimiri e Zaituni è un concentrato di lirica appassionata verso la sua terra, di cui riesce ancora a goderne i profumi, i colori, i sapori, gli amori, gli spazi infiniti, i rapporti con i bianchi e con i neri, con una visione così limpida e reale che sembra rimpatriato ieri. L’Eritrea ancora gli riempie il cuore anche se tenta in tutti i modi di nasconderlo, non per paura di apparire un nostalgico, lui di queste cose se ne disinteressa, ma, secondo me, per non scivolare nella depressione. A differenza dei libri precedenti, questo libro è infatti velato da un senso di tristezza che non lo abbandona fino all’ultima pagina. Lui ne è cosciente e attribuisce la sua melanconia a una carenza di fisicità che l’età ineluttabilmente causa alla maggior parte di noi. Penso invece che molto abbiano influito le perdite di amici che hanno creato vuoti non più colmabili. Ma, come ho detto, è solo un velo di mestizia che non riesce ad appannare lo splendore dei casimiri, degli zaituni e degli annoni, frutti squisiti, ma in Italia introvabili come le straordinarie sensazioni vissute nel Corno, uniche nel loro genere, irripetibili in altri siti di questo pianeta. Angelo è consapevole di essere uno dei pochi fortunati depositari di questo vissuto e di avere l’obbligo morale di lasciare ai posteri tutto questo grande patrimonio non solo culturale, ma soprattutto spirituale, basato su esperienze assolutamente eccezionali: per lui, raffinato scrittore, è facile liberarsi di ciò che gli riempie l’animo e lo riversa sul lettore con una tenera e intensa affettività. Come tutti i libri di Angra, anche questo si legge tutto di un fiato, non perché c’è una storia di cui si brama conoscere il finale, il libro è, infatti, composto di tanti piccoli saggi, ma perché questo grande narratore ti ghermisce l’animo, te lo riempie di sentimento e tu, fortunato lettore, hai solo un cruccio, quello di veder rapidamente avvicinarsi l’ultima pagina e sapere che dovrai aspettare un altro anno per poter rileggere un libro di Granara.
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| GUIDO BOGGIANI |
| di Isabella Bonati |
| Il Tucano Edizioni, Torino 2006 |
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Quando ho avuto in mano il libro, è stata più la curiosità che altro ad indurmi a dargli un’occhiata, pensando di trovarmi a sfogliare qualcosa di simile a tanti altri volumi che trattano la vita degli esploratori. Immediata e stimolante invece è stata la sorpresa di constatare che l’autore è una donna che si è presa la briga di trattare un argomento quasi esclusivamente riservato a maschi amanti dell’avventura e preda della nostalgia di ciò che riuscivano a fare gli esploratori di altri tempi, nostalgia che scaturisce da quel poco che oggi il mondo può ancora offrire agli amanti dell’esplorazione. In rapida successione le sorprese aumentano quando ci si rende conto che l’autrice è giovanissima ed alla sua prima vera esperienza editoriale. Continuare a leggere diviene allora eccitante e fin dalle prime pagine è agevole penetrare nel fantastico mondo del giovane piemontese Guido Boggiani, personaggio irrequieto che alla fine dell’ottocento si dedicò alla ricerca di luoghi inesplorati dell’America del sud. Fin dalle prime pagine si percepisce che la sua vita, ricca di genialità e di ardore si intreccia alla perfezione con l’animo delicato e gentile dell’autrice nel creare un testo che è da annoverare non certo fra quelli di storia e neppure, a mio avviso fra quelli di narrativa. Isabella, questo è il nome della scrittrice, ha il dono innato di poetare ed il suo scrivere è dolce e armonioso, spontaneo e seducente, romantico e a tratti inebriante. Poesia pura quindi per far rivivere le vicende di un uomo altrettanto interessante e sentimentale. Un personaggio la cui bellezza fisica e interiore farebbe impazzire qualsiasi donna anche nel mondo attuale. Un uomo pieno di coraggio, di creatività, di signorilità, di capacità non comuni. Pittore, scrittore, musicista, geografo, etnografo, ama la bellezza del creato, ama il prossimo con una bontà che è ben difficile ritrovare negli esploratori. Inutile dire che dopo poche pagine la lettura del libro diventa necessariamente febbrile. Si capisce perché Isabella ha scelto di raccontare la vita di Boggiani: lei ha penetrato l’animo di lui, se ne è invaghita e utilizza il suo peculiare dono del bel narrare per dare vita ad una sorta di lirica dove si realizza il ritratto del Boggiani ma al contempo si legge fra le righe la realizzazione interiore dell’autrice, la sua nascita, la scoperta delle sue possibilità creative. Non è un caso che il Boggiani fosse amico di D’Annunzio: quest’ultimo gli dedicò un canto dove ricorda la sua precoce fine, ucciso da un indio geloso della fanciulla che il nostro eroe aveva osato immortalare in un suo disegno. E non a caso Isabella riporta a fine libro la lode del Vate, versi dolci e mesti al contempo, che fungono da lungo tramite tra Boggiani e l’autrice, un ponte di oltre cento anni, ma ancora capace di suscitare tormentati sentimenti nell’ animo di una giovane donna. Alla fine si è contenti per aver letto un ottimo libro, carico di pathos e di affettività. Quando si giunge all’ultima pagina che mostra la foto di Isabella, ci si rende conto che l’autrice, oltre che brava, è anche una donna bellissima, e allora si torna con frenesia indietro a rileggere alcuni brani, perché il suo scrivere diventa obbligatoriamente intrigante.
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| VITTORIO BOTTEGO, Coraggio e determinazione in Africa Orientale |
| di Manlio Bonati |
| Il Tucano Edizioni, Torino 2006 |
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Qualche mese fa ho scoperto per puro caso che gli Istituti Universitari inglesi di Storia si interessano molto al Mai Tacli e ai suoi contenuti e ho constatato che li esaminano sempre con attenzione perché aiuterebbero a decifrare la storia della colonizzazione italiana in Africa. Da allora un timore riverenziale mi frena dall’inviare i miei scritti a Melani. In questo caso però sono certo di fare una cortesia allo storico Charles Bartell, studioso del Mai Tacli, segnalando un libro italiano che mi ha favorevolmente colpito. L’autore, Manlio Bonati, è un ricercatore di grande valore, noto per i suoi studi e i suoi scritti inerenti la storia delle esplorazioni italiane. Non dovrebbe quindi sorprendere più di tanto una sua nuova pubblicazione, pur se edita in una forma quanto mai ricercata ed elegante, anche perché il soggetto del volume è Vittorio Bottego, esploratore le cui gesta il Bonati, fra i tanti esploratori che ha considerato, ha studiato forse più a fondo. Dalla lettura delle prime pagine si può apprezzare però il vero pregio del libro che, a mio parere, sta nel fatto che l’autore abbandona, almeno in parte, la veste di storico e narra le gesta del Bottego come se stesse scrivendo un romanzo. In altre parole, quando ho preso il libro in mano con la certezza di affrontare un testo di saggistica, mi sono dovuto subito ricredere e mi sono ritrovato a “divorare” un libro di avventure. Il Bottego di Bonati mi ha ricordato i libri storici di Sciascia e di Camilleri che coinvolgono il lettore dalla prima all’ultima pagina. Noi poi, che siamo vissuti nelle terre esplorate dal Bottego, ritroviamo tutti quei riferimenti che rendono il testo non solo stimolante, ma fecondo di rimembranze. Luoghi, abitanti, animali selvatici, uccelli, insetti, clima, sono descritti in maniera realistica e piacevole, le gesta del Bottego vengono raccontate con obiettività e sapienza. E’ un libro di gran pregio che non può mancare in una biblioteca africana. |
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Il libro è il primo della
Collana "Gli Esploratori", curata da Manlio Bonati, della quale a
seguire usciranno i volumi relativi a: Guido Boggiani, Umberto Cagni,
Gerolamo Segato, Giovanni Miani, Giacomo Costantino Beltrami, Orazio Antinori, Eugenio Ruspoli, Augusto Franzoj, Giacomo Bove, Giovanni
Battista Cerruti, Giuseppe Maria Giulietti, Enrico Baudi di Vesme,
Antonio Cecchi, Giuseppe Haimann, Pietro Savorgnan di Brazzà, Luigi
Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, Umberto Nobile.
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| IL CODICE DI BAROA |
| di Angelo Granara |
| Tipolito Arte Stampa Ed., Caselle di Selvazzano (PD) |
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Rieccolo! Sempre preciso, sicuro di se, allettante e intrigante. Parlo di Angelo Granara naturalmente. Lui che dovrebbe trovarsi ancora in un periodo sabbatico, sforna un altro libro! Esattamente un libro l’anno, come tutti i grandi scrittori che si rispettino. E che libro! Dio, quanto invidio questo uomo! Scrive con la stessa facilità con la quale riesco appena a copiare un testo. Lui si invola a livelli per me stratosferici, riuscendo a mettere per iscritto i suoi più reconditi pensieri e tutto quello che gli scaturisce dall’animo. Se prendete in mano il suo ultimo libro “Il codice di Baroa“, edito in sintonia con altri recenti codici, vi rendete subito conto che l’animo di Angelo è grande come una casa. Ma intanto scherza con gli enigmi, provoca con l’arguzia, rimprovera con gentilezza, critica con sapienza. Parla di Asmara, la città che ama perdutamente, ma a modo suo. Lui vive i suoi ricordi con la stessa intensità di come vive la sua vita attuale e non perdona tutti quelli che cercano di dare visioni che contrastano con la sua affettività. Bastona tutti, me compreso, senza pietà. Come faccio a contestare qualcosa se lui riesce a scriverla in una maniera talmente bella e poetica che mi fa sentire un indegno scribacchino? Non pensiate che stia esagerando. Provate a leggere, poi mi saprete dire! Il suo Codice è un insieme di riflessioni, quarantatre per l’esattezza, che deliziano chi legge, ma al contempo lo costringono a pensare. E’ proprio ciò che ci si aspetta da un buon libro. Non ci resta altro che leggere con molto rispetto quanto Angelo scrive e dirgli un grazie di cuore se ogni anno continuerà ad elargirci questi piccoli capolavori letterari zeppi di ricordi e di pensieri della nostra Eritrea. |
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