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Le recensioni di Nicky Di Paolo |
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di Cesrare Alfieri
Quando Cesare ci lasciò scrissi quattro righe invitando tutti a fare uno sforzo per non considerarlo defunto. A noi rimanevano i suoi scritti che, rileggendoli, davano la convinzione che Alce fosse ancora presente con tutta la verve, la simpatia, il calore umano e la sottile ironia che hanno sempre contraddistinto il suo stile; sono doti che investono ancora oggi il lettore e lo rendono cosciente delle non comuni capacità di quel gentile e onesto scrittore che non esitava ad aprire pubblicamente il suo animo in una sorta di piacevole confessione. Cesare si definiva un umorista e con ragione. In tal veste aborriva l’idea della morte, inneggiando sempre alla vita e cercando al contempo di strappare il sorriso al più mesto dei suoi lettori. È sempre piacevole e consigliabile rileggere gli scritti di Cesare e, se non si possiede altro di quanto pubblicò, è sufficiente prendere dalla biblioteca i vecchi numeri del Mai Taclì, dove i suoi articoli e le rubriche rendevano il piccolo giornale più completo, essendo arduo sostituire una penna come quella di Alce. Poi, inaspettata, è giunta qualche mese fa dai figli di Cesare, la notizia dell’esistenza di un manoscritto inedito del padre e del loro desiderio di pubblicarlo. In attesa di visionare il testo, cercavo di immaginare, fra le tante cose, il momento della sua stesura; nella maggior parte delle pubblicazioni postume si tratta di scritti compilati poco prima del decesso dell’autore e come tali incompiuti. Appena avuto in mano il tutto, speditomi dai figli di Cesare, è stata una sorpresa constatare che si trattava di una serie di riflessioni del loro babbo, piccoli capitoli che descrivono la vita in Eritrea di un italiano che lavorava per il suo sostentamento, ma che non si lasciava sfuggire le magie che il tropico sa offrire. Tutti e 20 i capitoli sono datati alla fine dello scritto; non è come avevo supposto, sono stati stilati per la maggior parte negli anni 1982 e 1983 per poi, uno alla volta, quasi a scadenza annuale, giungere ai primi degli anni ’90. Una rapida lettura ha permesso di evidenziare un Alce brillante, arguto, scanzonato e spesso pungente che non esita a bacchettare bianchi e neri, che si pone domande attuali, che se ne viene fuori con problematiche proprie di questi giorni, ma da lui formulate 20-25 anni or sono. Per ricordarne una, critica Angelo Del Boca per la sua ostinata acredine verso tutti gli italiani che operarono o vissero in Africa Orientale. È quindi con grande gioia che vi presento il libretto di Cesare. Poche pagine dense di amore per la sua Eritrea che volutamente differenzia da altri paesi dell’Est Africa, in primo luogo il Kenia, a cui riconosce tanti pregi, ma che nulla ha a vedere con la nazione dove lui ha vissuto la maggior parte della vita. Il lettore si ritroverà per le vie di Asmara, di Massaua e per altri luoghi del Corno, in compagnia di Cesare a scoprire tante piccole cose che alla maggior parte di noi erano sfuggite. |
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Dancalia L’esplorazione dell’Afar, un’avventura italiana Luca Lupi
Tagete Edizioni Via Marconcini, 60 56025 Pontedera (PI)
Tel 0587 54441 Email mtagete@email.it
Vedere il sito di Luca Lupi www.dancalia.it Per contattare l'Autore: lupi@dancalia.it
Una domanda che tutti prima o poi si sono posti è quella se il valore di un libro può essere proporzionale alle sue dimensioni. Più grande è il libro, più elevato dovrebbe essere il suo valore. Il lettore colto e appassionato s’infurierà a sentire queste parole: meglio poche pagine scritte bene e ricche di contenuti che centinaia e centinaia di pagine sgrammaticate e insulse. Siamo perfettamente d’accordo, ma con qualche eccezione: come esempio estremo chi ha visitato il monastero del Bizen in Eritrea, ha potuto prendere visione degli immensi volumi che vi vengono conservati: le misure del più grande sono un metro per un metro e per trasportarlo ci vuole un muletto. È un testo miniato, ovvero le pitture sono quadrangolari con un lato di 40 centimetri e non possono più essere chiamate miniature. Anche se non leggo il gneez, la sola visione di quel libro desta commozione. Cosa c’entra tutto ciò con il libro di Lupi? Mi è venuto in mente il Bizen prendendolo in mano: pesa circa quattro chili che impongono necessariamente un tavolo se si vuole leggerlo o anche solo sfogliarlo; non ci sono compromessi, non ci sono alternative, se vuoi prenderne visione devi sottostare al volere di Lupi, devi concedere al volume attenzione e rispetto anche perché la prima cosa che si nota è che l’opera si compone di due volumi ed il secondo è in arrivo. Otto chili di Dancalia! Chi è questo uomo capace di prenderti per mano e di importi, a tavolino, un fantastico viaggio in una delle terre più affascinanti e misteriose del mondo? Luca Lupi, poco più che quarantenne, ha dedicato buona parte della sua vita allo studio e all’esplorazione dei vulcani. Uomo dal fisico prestante e dallo spirito avventuroso ha avuto sempre bisogno di viaggiare alla scoperta di vulcani, possibilmente in terre inesplorate. In questo suo periglioso girovagare non poteva tralasciare di visitare, nel Corno d’Africa. la Dancalia, senza sapere che quella volta sarebbe stato lui ad essere stregato da un paese, lui sarebbe stato oggetto di innamoramento, lui si sarebbe trovato condizionato a vita da un luogo terribilmente inospitale, ma profondamente intrigante. Man mano che della Dancalia scopre, oltre alla straordinaria struttura geologica, la gente che la abita, i mitici Afar, le loro abitudini e la loro storia, diventa impellente per lui il bisogno di saperne di più, e in particolare di conoscere il ruolo avuto dalle spedizioni scientifiche italiane, molte delle quali trucidate dagli stessi afar, dedicati da sempre a predare le carovane di passaggio. Lupi non si lascia condizionare da idee politiche che serpeggiano ancora oggi in Italia e che tendono sempre a denigrare tutto ciò che è stato fatto dagli italiani in Africa Orientale; mette in risalto lo spirito pionieristico dei nostri esploratori, le loro avventurose spedizioni e viaggia sulle loro orme non solo per ricalcare i loro percorsi, ma per valutare con sistemi moderni le loro scoperte. Ne viene fuori un quadro quanto mai lusinghiero per la storia coloniale italiana, tanto che il Lupi è portato a sottotitolare il suo libro Dancalia con L’esplorazione dell’Afar; un’avventura italiana. Ciò che risulta è un testo scientifico e storico che spazia senza limiti e senza condizioni dalla formazione geologica del Corno d’Africa, alla scoperta di Lucy nel triangolo dell’Afar, dalle prime esplorazioni italiane, al successivo periodo colonialista italiano, fino alle più recenti esplorazioni e rilevamenti satellitari. Poi, improvvisa, ma logica, è arrivata per Lupi la necessità di scrivere ed illustrare tutto ciò che aveva visitato, scoperto, ritrovato ed elaborato, appuntato e trascritto. Migliaia e migliaia di fotografie, annotazioni, fotocopie, articoli, carte, disegni; scegliere secondo una traccia che da qualche anno inseguiva nella sua mente. Ma non bastava; Lupi non ha solo dovuto visitare la Dancalia, ha avuto necessità di instaurare una stretta collaborazione con Istituti Universitari scientifici e storici per convalidare le sue scoperte e le sue intuizioni. Sono tanti gli scienziati e storici che hanno collaborato con Lupi a dimostrazione del suo rigore scientifico e delle sue capacità critiche. Se i contenuti del libro sono estremamente validi dal punto di vista scientifico e storico, va sottolineato, a favore dell’autore, lo sforzo compiuto per rendere gli scritti e le immagini comprensibili a tutti: è veramente piacevole leggere di argomenti così specialistici come si trattasse di narrativa. Perfino la geologia, la vulcanologia e l’etimologia diventano argomenti di amena lettura dove Lupi si aiuta con circa settecento fra schemi, cartine, fotografie, disegni ed altre illustrazioni per rendere chiari concetti astrusi e specialistici. Stupende sono le fotografie della Dancalia, dei suoi vulcani, delle solfatare, dei laghi di sale, delle sue coste, dei suoi abitanti. Un opera che voleva essere solo un trattato storico-scientifico è diventata anche uno scritto che può essere letto dal viaggiatore, ma anche proposto come un testo di narrativa per la sua particolare ed originale impostazione. Otto chili di Dancalia che nulla hanno a che vedere con altre opere monumentali di solito volute e supportate da enti bancari o assicurativi, volumi che si aprono giusto per dargli un’occhiata. Se si inizia a leggere il libro di Lupi, è imperativo proseguire fino alla fine.
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Sabarguma - Arrivederci di Paolo Granara Tipolito Arte Stampa, Caselle di Selvazzano (Padova), pagg. 150
Quando è giunto con la posta un altro libro di Granara, ho imprecato a lungo contro Angra che, mi sono detto, non finisce di scrivere un libro e già ne ha pronto un altro bello e stampato. La curiosità, più forte della stizza, mi ha spinto a leggere le prime pagine e solo allora mi sono reso conto che Angelo questa volta non c‘entrava; il firmatario del volume, il cui titolo è ricco di sapore eritreo, è Paolo Granara, fratello di Angelo. Appena chiarito il problema, mi è sorta spontanea nella mente un’altra serie di invettive: possibile che non bastava uno di quella famiglia a renderci la vita dura? Mi riferisco naturalmente a colui che, quando prende la penna in mano, ti fa crepare d’invidia per la musicalità che trasuda dai suoi scritti. Adesso c’è un altro membro della medesima genia che ha deciso di emulare il fratello ed uscire allo scoperto! Un’altra personalità che dobbiamo subire anche se è doveroso evidenziare che il titolo “Sabarguma - Arrivederci” stuzzica l’inconscio di noi abissini quel tanto che basta per prendere il libro in mano e mettersi a leggere. Paolo e Angelo sono fratelli, ma nessuno lo indovinerebbe mai dalle righe di “Sabarguma Arrivederci”; questo è un libro a se stante, esclusivo di Paolo che tutto ha fatto fuor che imitare il fratello.
Non ci vuole molto a focalizzare una delle differenze caratteriali dei due germani: Paolo ha un senso spiccato dello humor, anche se cerca di mascherarlo dietro il sarcasmo di una velata malinconia. Lui, come tutti noi, tornerebbe in Eritrea a piedi, se ci fossero localmente le condizioni indispensabili per una vita tranquilla. Il libro di Paolo raccoglie una serie di racconti brevi ambientati in Eritrea, concisi ma circostanziati, probabilmente tratti da vicende vere, ma collocati in un mondo fantastico dove l’ironia prevale su tutto il resto.
Deliziosa la descrizione della famiglia asmarina che si reca in vacanza a Massaua dove il “Lido” attende tranquillo e paziente di carpire tutti i turisti in un tenero abbraccio, mentre piacevolmente avventurosa è la descrizione del viaggio da Asmara a Massaua, poco più di cento chilometri che venivano e vengono tuttora percorsi in circa quattro ore, un tempo che può sembrare eccessivo, ma necessario sia per il logorio dell’automezzo costretto a subire sbalzi di temperatura elevati in tempi ristretti, sia per la non facile adattabilità dei passeggeri all’asprezza del percorso.
Paolo Granara non perde occasione di sfruttare ogni ricordo per costruirci storie nelle quali lo stesso lettore può riconoscersi, subendo, in quel caso, la sferza dello scrittore che se la gode a prendere in giro gli asmarini, suoi compaesani. Il libro di Paolo Granara deve essere quindi letto perché offre momenti di distensione davvero piacevoli specie quando arriva a celiare il fratello Angelo (almeno così ho interpretato) scrivendo di un poeta che, ancor fanciullo, vinse il “pisello d’oro” per alcuni versi dedicati alla sua mamma...
Dai fratelli Granara ci aspettiamo tante altre belle cose; naturalmente scritti e poesie che scaturiscono da due cuori generosi, elargiti agli ultimi ex coloni di una terra dimenticata da tutti, ma non dagli stessi italiani che l'abitarono e l'amarono teneramente senza cupidigia e bramosia.
Nicky Di Paolo
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| POESIE E FORME |
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di Giuseppe Tringali Nuova Editoriale Bios, Via A. Rendano 25 87040 Castrolibero (CS)
Molti sostengono che per conoscere a fondo un individuo è indispensabile incontrarlo di persona, parlarci a lungo guardandolo negli occhi per captare quelle piccole modificazioni mimiche che schiudono l’animo e permettono di formulare giudizi corretti. Non so se questa è una verità, ma se esamino il mio rapporto con Giuseppe Tringali, allora di dubbi su questa teoria me ne vengono molti. Non ho mai incontrato Giuseppe. Ho iniziato a sentire parlare di lui in Africa e allora lo avrei conosciuto volentieri per il semplice fatto che lui non solo scriveva di archeologia, ma dedicava una buona parte della sua vita a scavare collezionando molti successi. Era un creativo quindi e andava conosciuto. Non è facile però incontrare in Africa una persona che diserta, per principio, le manifestazioni sociali e la vita pubblica, vivendo estraniato in una sua personale dimensione, totalmente immerso nella vita africana, rifuggendo i contatti con la comunità bianca. In Italia sono stato contattato da amici comuni che mi hanno chiesto di considerare l’opera del Tringali in Africa Orientale e di portarla a conoscenza non solo di tutti quelli che hanno vissuto in quei luoghi, ma anche degli abitanti del Corno d’Africa e degli archeologi che oggi hanno iniziato ad occuparsi seriamente dell’antica civiltà axumita, dominante, migliaia di anni fa, l’Etiopia. Quando, spinto da questo invito, ho letto le pubblicazioni di Giuseppe e poi ho potuto parlare telefonicamente con lui, qualcosa deve avermi colpito perché ho provato per questo uomo un’immediata e grande simpatia. Forse è stata l’energica carica vitale di un uomo molto in avanti con l’età, forse ha giocato la sua tenera affettività che elargisce a piene mani, o piuttosto mi ha colpito la sua grande modestia, fatto sta che è stato facile per me instaurare con Giuseppe Tringali un rapporto amichevole immediato. La sua valenza scientifica è indiscutibile, la sua storia è quella di un grande archeologo autodidatta, la sua fama è ben meritata; in questo libretto però, Giuseppe ha voluto esprimere la profonda spiritualità della sua esistenza con alcune poesie e disegni. Poeta e pittore quindi, che molti di noi già conoscevano come tale. In ogni caso non eravamo stati capaci di comprendere il messaggio che Giuseppe elargisce con le sue opere. Non so trovare il perché di questa mancanza, ma assicuro i lettori che questo volumetto sana qualsiasi incomprensione. Sono pensieri e tratti che commuovono per la loro ingenuità e per la loro freschezza. Sono versi e pennellate che giungono dritte al cuore. Giuseppe Tringali ci regala un piccolo pensiero che contiene un monte di ricchezze.
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| ANNONE CASIMIRI ZAITUNI |
| di Angelo Granara |
| Tipolito Arte Stampa Ed., Caselle di Selvazzano (PD) |
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Dice sempre che la smette e poi puntuale rieccolo di nuovo, ogni anno, che ti esce fuori con una chicca delle sue per far schiattare d’invidia tutti quelli come me che mancano dell’arte poetica che invece madre natura ha elargito ad Angelo a piene mani. Perchè come suo solito, Annone Casimiri e Zaituni è un concentrato di lirica appassionata verso la sua terra, di cui riesce ancora a goderne i profumi, i colori, i sapori, gli amori, gli spazi infiniti, i rapporti con i bianchi e con i neri, con una visione così limpida e reale che sembra rimpatriato ieri. L’Eritrea ancora gli riempie il cuore anche se tenta in tutti i modi di nasconderlo, non per paura di apparire un nostalgico, lui di queste cose se ne disinteressa, ma, secondo me, per non scivolare nella depressione. A differenza dei libri precedenti, questo libro è infatti velato da un senso di tristezza che non lo abbandona fino all’ultima pagina. Lui ne è cosciente e attribuisce la sua melanconia a una carenza di fisicità che l’età ineluttabilmente causa alla maggior parte di noi. Penso invece che molto abbiano influito le perdite di amici che hanno creato vuoti non più colmabili. Ma, come ho detto, è solo un velo di mestizia che non riesce ad appannare lo splendore dei casimiri, degli zaituni e degli annoni, frutti squisiti, ma in Italia introvabili come le straordinarie sensazioni vissute nel Corno, uniche nel loro genere, irripetibili in altri siti di questo pianeta. Angelo è consapevole di essere uno dei pochi fortunati depositari di questo vissuto e di avere l’obbligo morale di lasciare ai posteri tutto questo grande patrimonio non solo culturale, ma soprattutto spirituale, basato su esperienze assolutamente eccezionali: per lui, raffinato scrittore, è facile liberarsi di ciò che gli riempie l’animo e lo riversa sul lettore con una tenera e intensa affettività. Come tutti i libri di Angra, anche questo si legge tutto di un fiato, non perché c’è una storia di cui si brama conoscere il finale, il libro è, infatti, composto di tanti piccoli saggi, ma perché questo grande narratore ti ghermisce l’animo, te lo riempie di sentimento e tu, fortunato lettore, hai solo un cruccio, quello di veder rapidamente avvicinarsi l’ultima pagina e sapere che dovrai aspettare un altro anno per poter rileggere un libro di Granara.
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| GUIDO BOGGIANI |
| di Isabella Bonati |
| Il Tucano Edizioni, Torino 2006 |
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Quando ho avuto in mano il libro, è stata più la curiosità che altro ad indurmi a dargli un’occhiata, pensando di trovarmi a sfogliare qualcosa di simile a tanti altri volumi che trattano la vita degli esploratori. Immediata e stimolante invece è stata la sorpresa di constatare che l’autore è una donna che si è presa la briga di trattare un argomento quasi esclusivamente riservato a maschi amanti dell’avventura e preda della nostalgia di ciò che riuscivano a fare gli esploratori di altri tempi, nostalgia che scaturisce da quel poco che oggi il mondo può ancora offrire agli amanti dell’esplorazione. In rapida successione le sorprese aumentano quando ci si rende conto che l’autrice è giovanissima ed alla sua prima vera esperienza editoriale. Continuare a leggere diviene allora eccitante e fin dalle prime pagine è agevole penetrare nel fantastico mondo del giovane piemontese Guido Boggiani, personaggio irrequieto che alla fine dell’ottocento si dedicò alla ricerca di luoghi inesplorati dell’America del sud. Fin dalle prime pagine si percepisce che la sua vita, ricca di genialità e di ardore si intreccia alla perfezione con l’animo delicato e gentile dell’autrice nel creare un testo che è da annoverare non certo fra quelli di storia e neppure, a mio avviso fra quelli di narrativa. Isabella, questo è il nome della scrittrice, ha il dono innato di poetare ed il suo scrivere è dolce e armonioso, spontaneo e seducente, romantico e a tratti inebriante. Poesia pura quindi per far rivivere le vicende di un uomo altrettanto interessante e sentimentale. Un personaggio la cui bellezza fisica e interiore farebbe impazzire qualsiasi donna anche nel mondo attuale. Un uomo pieno di coraggio, di creatività, di signorilità, di capacità non comuni. Pittore, scrittore, musicista, geografo, etnografo, ama la bellezza del creato, ama il prossimo con una bontà che è ben difficile ritrovare negli esploratori. Inutile dire che dopo poche pagine la lettura del libro diventa necessariamente febbrile. Si capisce perché Isabella ha scelto di raccontare la vita di Boggiani: lei ha penetrato l’animo di lui, se ne è invaghita e utilizza il suo peculiare dono del bel narrare per dare vita ad una sorta di lirica dove si realizza il ritratto del Boggiani ma al contempo si legge fra le righe la realizzazione interiore dell’autrice, la sua nascita, la scoperta delle sue possibilità creative. Non è un caso che il Boggiani fosse amico di D’Annunzio: quest’ultimo gli dedicò un canto dove ricorda la sua precoce fine, ucciso da un indio geloso della fanciulla che il nostro eroe aveva osato immortalare in un suo disegno. E non a caso Isabella riporta a fine libro la lode del Vate, versi dolci e mesti al contempo, che fungono da lungo tramite tra Boggiani e l’autrice, un ponte di oltre cento anni, ma ancora capace di suscitare tormentati sentimenti nell’ animo di una giovane donna. Alla fine si è contenti per aver letto un ottimo libro, carico di pathos e di affettività. Quando si giunge all’ultima pagina che mostra la foto di Isabella, ci si rende conto che l’autrice, oltre che brava, è anche una donna bellissima, e allora si torna con frenesia indietro a rileggere alcuni brani, perché il suo scrivere diventa obbligatoriamente intrigante.
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| VITTORIO BOTTEGO, Coraggio e determinazione in Africa Orientale |
| di Manlio Bonati |
| Il Tucano Edizioni, Torino 2006 |
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Qualche mese fa ho scoperto per puro caso che gli Istituti Universitari inglesi di Storia si interessano molto al Mai Tacli e ai suoi contenuti e ho constatato che li esaminano sempre con attenzione perché aiuterebbero a decifrare la storia della colonizzazione italiana in Africa. Da allora un timore riverenziale mi frena dall’inviare i miei scritti a Melani. In questo caso però sono certo di fare una cortesia allo storico Charles Bartell, studioso del Mai Tacli, segnalando un libro italiano che mi ha favorevolmente colpito. L’autore, Manlio Bonati, è un ricercatore di grande valore, noto per i suoi studi e i suoi scritti inerenti la storia delle esplorazioni italiane. Non dovrebbe quindi sorprendere più di tanto una sua nuova pubblicazione, pur se edita in una forma quanto mai ricercata ed elegante, anche perché il soggetto del volume è Vittorio Bottego, esploratore le cui gesta il Bonati, fra i tanti esploratori che ha considerato, ha studiato forse più a fondo. Dalla lettura delle prime pagine si può apprezzare però il vero pregio del libro che, a mio parere, sta nel fatto che l’autore abbandona, almeno in parte, la veste di storico e narra le gesta del Bottego come se stesse scrivendo un romanzo. In altre parole, quando ho preso il libro in mano con la certezza di affrontare un testo di saggistica, mi sono dovuto subito ricredere e mi sono ritrovato a “divorare” un libro di avventure. Il Bottego di Bonati mi ha ricordato i libri storici di Sciascia e di Camilleri che coinvolgono il lettore dalla prima all’ultima pagina. Noi poi, che siamo vissuti nelle terre esplorate dal Bottego, ritroviamo tutti quei riferimenti che rendono il testo non solo stimolante, ma fecondo di rimembranze. Luoghi, abitanti, animali selvatici, uccelli, insetti, clima, sono descritti in maniera realistica e piacevole, le gesta del Bottego vengono raccontate con obiettività e sapienza. E’ un libro di gran pregio che non può mancare in una biblioteca africana. |
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Il libro è il primo della
Collana "Gli Esploratori", curata da Manlio Bonati, della quale a
seguire usciranno i volumi relativi a: Guido Boggiani, Umberto Cagni,
Gerolamo Segato, Giovanni Miani, Giacomo Costantino Beltrami, Orazio Antinori, Eugenio Ruspoli, Augusto Franzoj, Giacomo Bove, Giovanni
Battista Cerruti, Giuseppe Maria Giulietti, Enrico Baudi di Vesme,
Antonio Cecchi, Giuseppe Haimann, Pietro Savorgnan di Brazzà, Luigi
Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, Umberto Nobile.
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| IL CODICE DI BAROA |
| di Angelo Granara |
| Tipolito Arte Stampa Ed., Caselle di Selvazzano (PD) |
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Rieccolo! Sempre preciso, sicuro di se, allettante e intrigante. Parlo di Angelo Granara naturalmente. Lui che dovrebbe trovarsi ancora in un periodo sabbatico, sforna un altro libro! Esattamente un libro l’anno, come tutti i grandi scrittori che si rispettino. E che libro! Dio, quanto invidio questo uomo! Scrive con la stessa facilità con la quale riesco appena a copiare un testo. Lui si invola a livelli per me stratosferici, riuscendo a mettere per iscritto i suoi più reconditi pensieri e tutto quello che gli scaturisce dall’animo. Se prendete in mano il suo ultimo libro “Il codice di Baroa“, edito in sintonia con altri recenti codici, vi rendete subito conto che l’animo di Angelo è grande come una casa. Ma intanto scherza con gli enigmi, provoca con l’arguzia, rimprovera con gentilezza, critica con sapienza. Parla di Asmara, la città che ama perdutamente, ma a modo suo. Lui vive i suoi ricordi con la stessa intensità di come vive la sua vita attuale e non perdona tutti quelli che cercano di dare visioni che contrastano con la sua affettività. Bastona tutti, me compreso, senza pietà. Come faccio a contestare qualcosa se lui riesce a scriverla in una maniera talmente bella e poetica che mi fa sentire un indegno scribacchino? Non pensiate che stia esagerando. Provate a leggere, poi mi saprete dire! Il suo Codice è un insieme di riflessioni, quarantatre per l’esattezza, che deliziano chi legge, ma al contempo lo costringono a pensare. E’ proprio ciò che ci si aspetta da un buon libro. Non ci resta altro che leggere con molto rispetto quanto Angelo scrive e dirgli un grazie di cuore se ogni anno continuerà ad elargirci questi piccoli capolavori letterari zeppi di ricordi e di pensieri della nostra Eritrea. |
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